Marco Palladino (1993) è laureato in filosofia, presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi dal titolo Trascendenza e malum mundi. Karl Jaspers e Alberto Caracciolo. I suoi interessi di studio si rivolgono principalmente al rapporto tra filosofia e religione e tra filosofia e cinema. Di particolare interesse per la sua ricerca il dialogo con l’Oriente, come testimonia il saggio scritto per la rivista «Studi jaspersiani» sul rapporto tra Dōgen e Jaspers.
Qual è il compito della filosofia, di quel particolare sapere che si prefigge di dire la verità di sé e del mondo, in un evo, quello in cui viviamo, in cui la verità sembra frantumarsi in una miriade di frammenti incomponibili? Il segno distintivo della nostra epoca sembra essere il decadimento dell’a-letheia – intesa come disvelamento dell’essere nel suo duplice movimento di donazione e ritrazione – a orthotes – corrispondenza fra l’ordine dei fatti e quello degli enunciati –, del sapere come chiarificazione sempre in fieri della verità dell’essere, e di quel soggetto che pensa e si rapporta alla verità ontologica, a determinazione logico-scientifica degli enti, producendo in questo modo una preminenza assoluta del momento dello spiegare su quello fenomenologico-esistenziale del comprendere. In questo contesto, la filosofia viene posta totalmente ai margini: da un lato, declassata a mero discorso preliminare all’operare scientifico, dall’altro lato, invece, a sterile legittimazione ideologica o del discorso politico o di quello religioso.
Il compito del pensatore, dunque, è da un lato mostrare il volto autentico del sapere filosofico, che di ogni scienza particolare costituisce l’anima; dall’altro lato, quello di ricomporre la frattura fra pensiero oggettivo e pensiero fenomenologico-ermeneutico. Tale compito, a mio avviso, sembrerebbe essere la spinta propulsiva che attraversa da parte a parte l’opera del filosofo francese Paul Ricœur. Per Ricœur, la filosofia non può sottrarsi alla sfida lanciata dalla fisica contemporanea, dalla psicanalisi, dalla linguistica, arroccandosi su un’autonomia incapace di aprirsi agli altri saperi; dall’altro lato, non può in alcun modo disperdere la propria specificità asservendosi a uno di essi, riducendosi a struttura epistemologica delle loro teorie. La filosofia, piuttosto, deve essere capace di instaurare un dialogo all’insegna della mutua fecondità, senza cercare, inutilmente, la contrapposizione frontale. E, tuttavia, riacquistare la consapevolezza di essere, per un verso, quel sapere che ha forgiato le categorie di cui si servono i saperi scientifici; per l’altro, di essere l’unico sapere che, nell’epoca del relativismo radicale, è capace di porsi ancora in ascolto della verità dell’essere: una verità che, differentemente da quella del sapere scientifico, è una verità che salva, che parla, per dirla con Kierkegaard – autore fondamentale per il francese – al singolo, alla persona. La verità di cui è alla ricerca il sapere filosofico non è una verità oggettiva, ma una verità esistenziale, un orizzonte di senso che affranchi l’esistenza dal peso del dolore.
La fenomenologia-ermeneutica ricœuriana, dunque, si propone come discorso filosofico alternativo tanto al relativismo gnoseologico ed etico quanto all’assolutismo di chi ritiene, erroneamente, di poter racchiudere la verità in una formula definitiva, facendo della filosofia una visione onnicomprensiva dell’essere. L’errore del relativismo è quello di ridurre la verità alla molteplicità delle sue diverse formulazioni; quello dell’assolutismo, invece, consiste nell’identificare la verità con una sola delle sue molteplici formulazioni: per usare una metafora, si potrebbe dire che il relativista non scorge l’oceano – simbolo della totalità – , ma vede soltanto la molteplicità delle onde rifrangersi contro gli scogli; al contrario, l’assolutista crede di poter fissare l’oceano nella particolarità di una sola onda. Il filosofo, invece, deve trascendere sia la dissoluzione della verità nella varietà dei suoi frammenti, sia la tentazione di voler fissare all’interno di un edificio razionale la sua intrinseca ricchezza. Il fenomenologo-ermenueta tiene insieme unicità della verità e molteplicità delle sue interpretazioni. La verità è un mistero inesauribile, una trascendenza che, però, si dona soltanto all’interno dell’interpretazione personale, la quale, lungi dall’esaurirne l’infinità, la salvaguarda, mostrando come, da un lato, l’interpretazione personale non costituisca un tradimento della verità, ma si presenti come un modo indispensabile del suo donarsi; dall’altro lato, mostrando come solo all’interno di una prospettiva singolare la verità, nel suo duplice donarsi e ritrarsi, si riveli come trascendenza che immane, si incarna, all’interno delle interpretazioni singolari, senza risolversi e dissolversi in nessuna di esse.
La verità è una, ma si dice in molti modi, ed ogni modo non è altro dalla verità, ma una sua manifestazione precipua. Altresì, la filosofia che tenta di accostarsi alla verità, dicendola in molti modi, resta una pur avvalendosi di molteplici strumenti: la linguistica, la storia, la psicologia etc. L’obiettivo è quello di porre in luce il vincolo originario che avvince la persona alla verità, indicando il carattere indissolubile di tale binomio, pena la perdita dell’umano stesso, il quale in siffatta diade scopre la sua essenza. La verità, infatti, è indisgiungibile dalla persona che si pone in suo ascolto. E la persona, allo stesso tempo, perviene a se stessa soltanto quando si pone in relazione alla verità di cui è alla ricerca. La tensione alla verità non è un aspetto marginale della dimensione umana, ma un suo aspetto costitutivo e trascendentale. Chiunque tenterebbe di negare la verità, lo farebbe pur sempre in nome di essa, confermandola implicitamente. La verità, allora, pur non essendo un nostro possesso definitivo, rappresenta la nostra via. Ciò implica che ogni traccia che tende ad essa è verità, ogni passo nella sua direzione. Ma il rapporto che si instaura tra i modi della verità e la verità nel suo totale dispiegamento non è un rapporto di identità statica, di pura medesimezza, ma di identità peregrinale o per usare il termine utilizzato dal pensatore francese, di identità narrativa. I frammenti del vero, dunque, secondo tale prospettiva, sono in un rapporto di a-dualità con la totalità della verità. Ogni frammento è la verità, ma non la esaurisce, tessendo una relazione in cui identità e differenza si congiungono senza confondersi l’una nell’altra.
Il compito del filosofo, allora, è quello di cogliere la verità dell’essere nella molteplicità delle sue incarnazioni e, parimenti, cogliere l’uomo nella molteplicità delle sue dimensioni essenziali, ricomponendo la frattura di quel Cogito spezzato caratterizzante la post-modernità e pervenendo, finalmente, al Cogito integrale.
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