Marco Palladino (1993) è laureato in filosofia, presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi dal titolo Trascendenza e malum mundi. Karl Jaspers e Alberto Caracciolo. I suoi interessi di studio si rivolgono principalmente al rapporto tra filosofia e religione e tra filosofia e cinema. Di particolare interesse per la sua ricerca il dialogo con l’Oriente, come testimonia il saggio scritto per la rivista «Studi jaspersiani» sul rapporto tra Dōgen e Jaspers.
L’obiettivo di Paul Ricœur, come si evince dal percorso che egli tesse nella sua opera capitale, Temps et récit, è quello di mutare lo sguardo filosofico, trascendendo una visione descrittiva e approdando, invece, a una concezione narrativa. Il limite principale delle analisi descrittive consiste, secondo il pensatore, nell’operazione di elusione della dimensione temporale che struttura il Sé che agisce e che patisce. Questa epochè della storia inerente a ogni vita singolare tralascia tutti quei mutamenti che affettano il soggetto e che delineano il mondo conferendogli significato. L’identità narrativa serve dunque a donare di nuovo storia a quel soggetto che, altrimenti, rimarrebbe privo di personalità e dell’intima dialettica fra medesimezza e ipseità che costituisce il nucleo di ogni persona. Il concetto di identità narrativa possiede allora una connotazione pratica. Infatti un individuo, o una comunità, per essere davvero tali, devono potere rispondere alla domanda: chi siamo? Soltanto attraverso il racconto della nostra vita personale, del nostro essere tempo, è possibile trascendere, da una parte il sostanzialismo, dall’altra l’idea di una totale frammentazione dell’io. Ciò è possibile, spiega Ricœur, perché l’identità del soggetto possiede una struttura temporale conforme alla struttura dinamica risultante dalla composizione poetica di un testo narrativo. Il nostro sé si rifigura continuamente nella relazione con le configurazioni narrative. Differentemente dall’identità statica della medesimezza, l’identità narrativa, strutturante l’ipseità, appare come mutabilità, cambiamento capace di armonizzarsi nella coesione di una vita singolare.
Per il filosofo il soggetto appare a un tempo come lettore e scrittore della propria esistenza. L’attività ermeneutica di conoscenza del sé, da parte di sé, si presenta, dunque, come un atto con il quale egli non solo si rispecchia, ma si configura e si rifigura attraverso la mediazione di tutti i racconti – veridici oppure di finzione – che narra a proposito di sé. La vita autentica del sé è il perpetuo esame di sé: un esame attraverso il quale l’umano esistere trova nei prodotti della cultura, nelle storie, degli strumenti atti a determinare una continua catarsi esistenziale: «Come viene verificato dall’analisi letteraria dell’autobiografia, la storia di una vita non finisce mai d’essere rifigurata da tutte le storie veridiche o di finzione che un soggetto racconta a proposito di sé. Questa rifigurazione fa della vita stessa un tessuto di storie raccontate».
L’identità narrativa permette, dunque, di passare da un piano analitico-descrittivo a un piano prescrittivo. Nell’intreccio narrativo, infatti, emergono sempre riferimenti a valori e a norme etiche, divenendo in questo modo il luogo di un possibile approfondimento dell’esperienza morale. L’intreccio, per il filosofo francese, si presenta come una configurazione concordante o sintesi dell’eterogeneo, nella quale agisce intimamente una dialettica tra la dispersione episodica dei fatti narrati e la potenza armonizzatrice della poiesis. Al concetto impersonale e neutro di evento, proprio del riduzionismo, si oppongono gli accadimenti del racconto in cui gli elementi dissonanti della storia, apparentemente irrelati, nel dispiegarsi della trama si compongono in una totalità dinamica. L’identità narrativa si configura così come identità dinamica capace di tenere insieme i contrari: l’identità e la diversità.
Spostando l’attenzione sul personaggio, il quale sviluppa se stesso con il progredirsi dell’intrigo, il filosofo francese mostra come raccontare significhi rivolgere l’attenzione sul chi ha fatto cosa, perché e come, riunendo nell’orizzonte temporale queste tre prospettive. L’unità del personaggio, proprio come la concordanza dell’intreccio, può essere minata da contingenze che ne incrinano l’andamento armonioso. Ma il racconto è capace di tramutare, a conclusione avvenuta, la casualità dell’evento in elemento necessario. La dinamica intrinseca al personaggio rivela, dunque, la dialettica tra idem – la sedimentazione dei tratti caratteriali – ed ipse – il mantenimento della promessa – che forma l’identità personale. L’intreccio fra i due poli dell’identità si attua attraverso l’immersione del soggetto all’interno del mondo variegato della letteratura. Qui, negli immaginari costruiti dalla finzione letteraria, il sé sperimenta la dinamicità del rapporto fra le due modalità di permanenza nel tempo che lo costituiscono. Difatti, è possibile scoprire nel mondo del romanzo, soprattutto del romanzo classico, personaggi aventi tratti caratteriali stabili, ricollegati all’unità dell’intreccio, e personaggi ai quali manca, invece, l’armonia di tratti tipica del racconto tradizionale.
Secondo Ricœur è, in particolare, con la letteratura del Novecento – si pensi ai romanzi di formazione o, ancor di più, al romanzo imperniato sul flusso di coscienza – che l’identità del personaggio, sfuggendo al controllo dell’intreccio, rispecchia appieno la frammentazione della soggettività del Sé, determinando, in questo modo, una vera e propria frattura della medesimezza a favore dell’emersione in primo piano della sola ipseità, la quale sembrerebbe svincolarsi dalla compattezza del carattere. La crisi dell’identità del personaggio produce parimenti la crisi dell’intreccio stesso: da un lato si evidenzia l’eclisse dell’eroe chiaramente identificabile, dall’altro l’impossibilità che la narrazione abbia una chiusura. Questa perdita dell’identità va letta, secondo il filosofo francese, come l’imposizione dell’ipseità senza il supporto necessario, seppur distinto, della medesimezza. In questa prospettiva, però, resta un elemento invariato, ossia la dimensione del vissuto della propria corporeità, il quale funge da organo di mediazione fra l’esistenza e il mondo. In questo senso, il rapporto corpo-mondo rappresenta il binomio fondamentale per afferrare la condizione ontologica dell’umano. Il racconto, allora, non può, per essere davvero significante, esimersi dall’indicare l’inviolabilità di questa relazione fondamentale. Di qui il fallimento dei racconti fantascientifici in cui viene posta in evidenza un’idea dell’identità attraverso l’ipotesi, ancora tutta da verificare, di una manipolabilità cerebrale senza limiti, continuamente modificabile, con la conseguente perdita del tratto ontologico fondamentale dell’umano: la sua vissutezza corporea. Questo ancoraggio alla Terra, alla terrestrità della condizione umana, è un dato inaggirabile che il racconto, in quanto imitazione dell’azione, non può che ripresentare come vincolo ineludibile. Il sogno tecnologico della manipolazione tecnica dell’umano ripresenta la riduzione del nucleo personale al suo supporto cerebrale. La concezione spersonalizzante dell’identità solidarizza, dunque, con l’utopia tecnicista messa in atto dalla manipolazione cerebrale, ma può essere neutralizzata soltanto dall’indagine del rapporto fra identità narrativa e identità etica, la quale pone in gioco una persona capace di render conto dei suoi atti. Solo alla luce di questa capacità di imputazione, morale e giuridica insieme, l’invariante esistenziale della corporeità e dell’essere-nel-mondo appare indispensabile su un piano ontologico. Ciò che le manipolazioni del cervello violano è più di una legge o di una regola: è la condizione trascendentale affinché siano possibili regole o leggi, ossia dei precetti riguardanti la persona intesa come soggetto agente e sofferente. Ciò che è inviolabile, allora, è la differenza fra ipseità e medesimezza che alberga nel cuore, per così dire, della stessa corporeità.
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