Redattore

Niccolò Mochi–Poltri (1991): è impegnato da molti anni in attività di promozione culturale con le associazioni “Sur Les Murs” e Fondo Marco Mungai, delle quali è membro. Laureato in Scienze storiche, studioso appassionato di Filosofia, concentra i suoi interessi di ricerca sull’analisi della cultura politica dell’età moderna e contemporanea. Ha pubblicato Società. Divenire storico e conservazione (introduzione di F. Cardini, Roma–Cesena 2018).

Yukio Mishima – o del riscatto della persona
(seconda parte)

Non c’è dubbio che per Maritain la personalità, cioè l’“essere persona”, deve dirigere l’individualità, che altro non è che la tomista “materia signata quantitate”, cioè un grumo di tessuti, nervi, ossa, etc. circoscritto in un certo spazio. Per sostenere ciò, Maritain, sul solco della tradizione cattolica, mette in evidenza che la “persona” è immagine di Dio, è lei ad essere propriamente fatta a Sua immagine e somiglianza. Creata da Dio, è donata all’Uomo in quanto Uomo, dunque è ontologicamente sua. Voglio dire che l’Uomo è ontologicamente persona[1], così come è ontologicamente individuo – e non può dismettere il suo status ontologico a meno di smettere di essere Uomo. D’altronde, proprio in quanto persona può non riconoscersi come tale, e viversi esclusivamente come individuo[2]. Il che, evidentemente, sarebbe una forma di auto-inganno, di pervicace insincerità verso la propria natura.

L’uomo individuale è dunque intrinsecamente anche uomo personale, e anzi nella personalità diventa Uomo in senso più perfetto – riconoscendosi creatura di Dio. Per farlo, è necessario che sopravanzi la sua condizione meramente individuale, ripiegata sul piano “materialista” dei sensi e delle passioni, per aprirsi allo spirito. In questa considerazione si sente l’eco non così lontano di ciò che accadeva anticamente agli sciamani invasati, che rinunciavano al proprio “Io” per abbandonarsi all’Altro – solo che nel Cristianesimo l’Altro prioritariamente ed eminentemente è Dio, col quale tutti siamo eternamente ed universalmente in relazione, in quanto sue creature predilette.

A tale concetto di “persona”, emerso dalla speculazione teologico-filosofica cristiana, è naturalmente recettiva la sensibilità cristiana, che ne agevola il riconoscimento come valore – dato che il cristiano comprende immediatamente per fede la sua dimensione creaturale. D’altronde, anche ragionassimo “etsi Deus non daretur”, qualcosa di quell’ontologia personalista comunque resterebbe sedimentato come valore universale: ovverosia, il concetto dell’Uomo (in quanto persona) come un “essere in relazione a…”[3]. La condizione creaturale esprime una relazione: l’“essere-in-relazione”, qualunque sia il correlativo (Dio, se stessi, il prossimo, la natura, etc.), è di per sé una condizione ontologica della persona[4]. Come condizione ontologica, l’“essere-in-relazione” apre la persona alla trascendenza, cioè al volgersi e tendersi oltre se stessa e oltre la sua stessa individualità, perché aldilà della persona c’è l’“altro”. Ebbene, elementi ontologicamente costitutivi del concetto di “persona” sono: 1) l’“essere-in-relazione”; 2) la capacità della trascendenza, come “apertura-verso-l’altro”.

Da tutto ciò risulta evidente che l’essere “persona” sia qualcosa di diverso dall’essere “individuo”; contestualmente, si ricava l’idea che l’essere “persona” o, meglio, l’“esserci-come-persona”, possa essere un rimedio a quelli che sono gli atteggiamenti degenerati dell’individuo o, meglio, dell’“esserci-come-individuo” – che potremmo sinteticamente riassumere sotto l’etichetta di “individualismo”. Attenzione: ciò non comporta la rimozione dal singolo essere umano ciò che è “individuo” – non sarebbe possibile e neanche giusto[5]. Intendo piuttosto dire che la rimozione della dimensione personale determina un ideologico riduzionismo ontologico foriero di attitudini psicologiche e comportamentali complessivamente negative – essendo “negative” attitudini come l’egotismo, l’egoismo, l’asocialità, l’anarchia, etc[6].

 Giunto al termine di questo ragionamento, torno al suo motivo ispiratore, ciò da cui la prima parte di esso ha preso le mosse per giungere sin qui. Così mi domando: in quel supremo gesto del seppuku, Mishima ha compiuto una vita come “individuo” o come “persona”?

Non c’è dubbio: colui che si era “confessato come maschera”[7] è stato una persona autentica – ed il mistero irriducibile della sua intimità, restituito in modo così appassionato da Breschi, è lì a confermarlo – attraverso pensieri, parole ed opere. La più grande delle quali – dato che è stata quella a richiedere il tributo più elevato – fu quella di dedicare la sua vita ed infine immolarla, per dimostrarsi samurai (= “servitore”) fedele alla persona divina dell’Imperatore, uccisa dal Leviatano della secolarizzazione. Yukio Mishima, homo religiosus nell’età del disincanto, attraverso la sua vita e la sua arte ha riscattato l’“esserci-come-persona” dall’assopimento in cui sempre rischia di cadere[8]. Lo ha fatto in maniera parossistica, scenografica, romantica – ma forse, proprio per questo, tanto più adatta ad ergersi quale potente mònito per tutti noi.

Note:

[1] R. Guardini, Antropologia cristiana, Morcelliana, Brescia 2013, p. 56.

[2] Questa rinuncia a volersi come Dio ci vuole, è a tutti gli effetti “peccato” secondo la metafisica cristiana. Romano Guardini dice: «Il peccato non è un agire irrazionale ma un agire che non deve essere; nemmeno è un’azione contraria alla legge morale. Il peccato è piuttosto qualcosa di vivente, che agisce nel vivente e su di esso; un processo che investe l’uomo intero e che agisce su di esso. Non però un processo esclusivamente intramondano, quanto piuttosto un atto rivolto contro ciò che proviene da Dio» (ibidem, p. 51).

[3] R. Guardini, op. cit., p. 56. Cfr. R. Lucas Lucas, Orizzonte verticale, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, pp.  215 e sgg.

[4] A tal proposito è utile un confronto con la posizione filosofica assunta da Emmanuel Mounier in Il Personalismo (A.V.E., Roma 2004): «La persona è un’attività vissuta di autocreazione, di comunicazione e di adesione, che si coglie e si conosce nel suo atto, come “movimento di personalizzazione”», p. 30; «[…] la persona, attraverso il movimento che la fa esistere, si “espone”», p. 60; ma anche con quella di Martin Buber, riportata in R. Lucas Lucas, op. cit.: «La comunione dialogica, cioè la relazione con gli altri uomini rispettando la loro autonomia relazionale, è ciò che costituisce la persona umana. […] Buber sostiene che l’“io” non esiste mai in se stesso; l’“io” si trova sempre in relazione» (p. 217).

[5] J. Maritain, op. cit., p. 26.

[6] Ho stigmatizzato apoditticamente questi valori come “negativi” non tanto per partito etico preso, quanto filosoficamente, per come li considerano “negativi” in senso forte tutti i grandi filosofi metafisici, come Pitagora, Platone, Aristotele, Plotino, san Tommaso, etc.

[7] Alludo all’opera più famosa di Mishima, Confessioni di una maschera, la cui prima edizione nell’originale giapponese è del 1949.

[8] E. Mounier, op. cit., p. 44.

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