Redattore

Niccolò Mochi–Poltri (1991): è impegnato da molti anni in attività di promozione culturale con le associazioni “Sur Les Murs” e Fondo Marco Mungai, delle quali è membro. Laureato in Scienze storiche, studioso appassionato di Filosofia, concentra i suoi interessi di ricerca sull’analisi della cultura politica dell’età moderna e contemporanea. Ha pubblicato Società. Divenire storico e conservazione (introduzione di F. Cardini, Roma–Cesena 2018).

A Diletta, ed a Matteo.

Facce impreviste del prisma della vita, attraversate dalla luce che m’illumina.

 

«Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Questo è il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt XXII, 37-40).

Che cos’è il «prossimo»? Il prossimo non è comprensibile, né perciò giustificabile, a prescindere da Colui che è il Solo, cioè Dio. Lui solo è il Bene, Lui solo è bene. Perciò, solo il tendere verso Lui è bene – e questa tensione assume la forma della unificazione, ὁμοίωσις. Di conseguenza, ciò che non unifica non è bene: mutatis mutandis, ciò che divide è «male».

 Consapevole di ciò, la sapienza medievale rigenerò in senso ontologicamente pregnante il vocabolo che da allora in avanti avrebbe indicato l’uomo malvagio, ovverosia: «cattivo». Derivato dal latino «captivus», cioè “prigioniero”, gli fu associato un complemento di specificazione che rivelasse la natura propria di quella cattività: «Diaboli», cioè “del Diavolo”. Insomma: «cattivo» significò “prigioniero del Diavolo”.

Ora: il Diavolo è il divisore per antonomasia. Il suo nome rivela la sua natura: esso deriva per sostantivazione dal verbo «διαβάλλω», cioè, appunto, “dividere”. Il Diavolo è nemico, avversario (= «Σατανᾶς», “Satana”) del Bene in quanto è forza che divide dal Bene – mentre il Bene vuole ri-unire a Sé.

L’Uomo, come individuo, è non-diviso di per sé («in», cioè: «non» + «divisus»). Ma proprio in quanto non-diviso di per sé, risulta diviso rispetto ad un altro individuo, che è a sua volta non-diviso di per sé – un individuo è altro rispetto al secondo, e così via. Perciò, l’Uomo, come individuo, si ritrova esistenzialmente in una condizione di divisione. In altre parole, lo stigma precipuo della sua Geworfenheit è la divisione.

Tale Geworfenheit, tale “gettatezza”, cos’è davvero? Posto che sia la condizione dell’Uomo in quanto si ritrova involontariamente ad esistere in questo mondo, ad essere-nel-mondo; siccome «questo mondo» non è irriducibilmente “altro” dall’Uomo, come oggetto da soggetto, poiché soggetto e oggetto svaniscono come ombre nella luce della Coscienza superiore – allora la stessa condizione di “gettatezza” dev’essere compresa diversamente da come fa una certa vulgata esistenzialista.

La “gettatezza” non è trivialmente la condizione esistenziale di un soggetto avulso da un mondo percepito come “altro”, come oggetto distante e, al contempo, incombente minacciosamente. Essa è piuttosto una condizione della coscienza stessa dell’Uomo – quella condizione in cui la coscienza indugia a non prendere consapevolezza di sé stessa, a non farsi auto-cosciente.

In questo senso, l’Uomo non è “gettato” originariamente, cioè non è essenzialmente così in quanto Uomo; bensì circostanzialmente, cioè rispetto al suo essere-nel-mondo. E da questa condizione l’Uomo può sempre riscattarsi, ridestando la propria coscienza dal torpore dell’inconsapevolezza di sé.

La coscienza ripiegata su sé stessa è rinchiusa nel suo solipsismo, cioè ipso facto nella sua individualità. In questo senso, la divisione degli individui è una divisione di coscienze, quando sono abbandonate al torpore dell’inconsapevolezza di sé.

Ora: per quanto riguarda l’Uomo, il principio di individuazione è intrinsecamente definito dallo «Ego» – concetto col quale possiamo intendere lato sensu la «ψυχή», l’“anima” individuale; ma anche, stricto sensu, cioè nella dimensione esistenziale dell’essere-nel-mondo, quella condizione della coscienza che abbiamo indicato come “gettatezza”. Perciò, lo Ego, in quanto fattore individualizzante, è ontologicamente in sé il canale potenziale del male, e quindi predispone l’Uomo a farsi “captivus Diaboli”.

In questo senso, possiamo comprendere perché la dismissione dell’egoità conduce alla libertà autentica – che è anche non-cattività, quindi non-prigionìa alla divisone. In questo stesso senso, possiamo anche suggerire che la dismissione dell’egoità rappresenta la migliore forma di riscatto dalla Geworfenheit, e dunque a quel senso di smarrimento che ne è corollario psicologico.

La possibilità fattuale di deporre l’egoità rivela per via negationis la necessità di un’essenza originaria che preceda le circostanze. Tale essenza originaria è lo «io» – che perciò è differente ontologicamente dallo Ego. Così che sarebbe legittimo interpretare lo Ego come “lo io sprofondato negli accidenti”, nelle circostanze.

Ora: siccome gli accidenti non sono la sostanza di un ente, l’ente Uomo non può essere definito dal suo Ego. Se l’Uomo, come individuo, è intrinsecamente definito dallo Ego; l’Uomo, in quanto Uomo, cioè nella sua essenza sostanziale, è intrinsecamente definito dallo io. In breve: l’Uomo, in quanto tale, è definito dallo io.

Nel contesto dell’essere-nel-mondo, incontro altri individui. Io incontro una pluralità di “tu”. Riconoscendo l’altro individuo come un “tu”, gli attribuisco un Ego. Così facendo, gli attribuisco una mèra individualità, che in quanto tale è divisiva – creando divisione, allora l’altro, più che il “prossimo”, risulterà irriducibilmente il “remoto”, cioè l’estraneo. Ma, siccome la mia sostanza in quanto Uomo è definita dallo io, allora prendo consapevolezza che anche l’altro è io. Solo quando si è giunti a questa consapevolezza, è possibile parlare adeguatamente di «prossimo». Io, proprio io, ed il prossimo non siamo trivialmente “simili”, bensì identici ontologicamente.

Ebbene: il “tu” col quale mi rivolgo al prossimo non sarà più un “tu” segno di estraneità; in verità, è un io, o meglio: lo io. Infatti, definendo l’essenza dell’Uomo in quanto Uomo, non può esserci una pluralità di io come c’è una pluralità di Ego – ergo: c’è un solo «io» che accomuna essenzialmente tutti gli individui.

In questo senso, si comprende come il «tu» non ha alcuna consistenza ontologica per l’Uomo in quanto tale: “tu” sei “io”: tutti gli Uomini, in quanto tali, sono accomunati essenzialmente dallo io – che si declina individualmente negli Ego. Perciò, non esiste alcun “tu” – se non inteso come complesso individuale di circostanze, esistenti come mèri accidenti dello io.

Ecco allora che non sussiste una reale condizione di estraneità tra gli Uomini in quanto tali. Anzi, sussiste piuttosto tra loro un’identità ontologica – così che io sono loro, e loro sono me. L’assiduità al prossimo si comprende così, e così si giustifica: per sottrarsi al male, e tendere verso il Bene, cioè verso Dio.

 

 

 

 

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