Antonio Magliulo è professore ordinario di Storia del pensiero economico presso il Dipartimento di Scienze per l'Economia e l'Impresa dell'Università degli Studi di Firenze. Membro della European Society for the History of Economic Thought (ESHET) e della Associazione Italiana per la Storia del pensiero economico (AISPE). Fa parte anche dell’Editorial board della rivista «History of Economic Thought and Policy».Oltre a numerosi articoli e saggi su riviste nazionali ed internazionali, tra le sue pubblicazioni più recenti:Il pensiero dei padri costituenti: Ezio Vanoni, Il Sole 24 Ore, Milano 2013; Gli economisti e la costruzione dell'Europa, Editrice Apes, Roma 2019.

Recensione a
G. Piga, L’interregno. Una terza via per l’Italia e l’Europa
Hoepli, Milano 2020, pp. X+246, €19.90.

Nel 2018 lo storico inglese Adam Tooze pubblicò un volume intitolato Lo schianto. 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo. Il volume di Tooze si aggiungeva, quasi come una sintesi finale, a tanti precedenti lavori in cui economisti e storici avevano cercato di spiegare la Grande Recessione del 2008 comparandola alla Grande Depressione del 1929. Molti ritenevano che il decennio della crisi fosse terminato e che il mondo potesse entrare in una nuova era di benessere. Ed invece, dietro l’angolo, si preparava ad entrare in scena il cigno nero del Covid-19, che avrebbe aperto un’inedita e drammatica fase di incertezza economica, un tempo sospeso, un interregno, lo avrebbe definito Gramsci, in cui possono verificarsi «i fenomeni morbosi più svariati».

Il volume di Gustavo Piga, finito di stampare per la Hoepli di Milano nell’ottobre del 2020, si intitola L’interregno, proprio nell’accezione gramsciana, e si propone di esplorare, come recita il sottotitolo, Una terza via per l’Italia e l’Europa. Il libro è articolato in cinque parti, per complessivi 40 brevi capitoli, preceduti da un capitolo zero, intitolato Covid.

La prima parte descrive “l’incidente” (Tooze avrebbe detto “lo schianto”) occorso negli anni Duemila. La seconda recupera la “lezione del 1930” e cioè l’efficace soccorso all’economia americana iniziato col New Deal di Roosevelt. La terza paragona la saggezza di Roosevelt con “la follia” dell’Unione europea che, nel mezzo della recessione del 2008, esige il rispetto delle regole di austerità inscritte nei Trattati, ovvero lascia «il pilota automatico nella tempesta perfetta». Nella quarta parte è delineata “un’idea di Unione” altra rispetto sia alla tradizionale marcia indietro dei nazionalisti sia all’accelerazione in avanti dei fautori degli Stati Uniti d’Europa. La quinta e ultima parte si concentra sulla “sfida interna” che attende l’Italia.

Anziché ripercorrere, passo dopo passo, l’itinerario dell’autore cerchiamo di andare dritti alla meta nel tentativo di comprendere la forza, e i limiti, dell’analisi e della proposta avanzate nel libro. La tesi dell’autore è che vi è una grande analogia tra la crisi del 1929 e quella del 2008. Entrambe furono provocate da un crollo degli investimenti conseguente al dilagante clima di incertezza, sfiducia e paura che le autorità di politica economica non seppero arginare. Gli operatori economici (famiglie e imprese) sentirono il “braccino del tennista” ovvero, fuori di metafora, tesaurizzarono il risparmio accumulato anziché veicolarlo verso investimenti produttivi. Le due grandi crisi del capitalismo moderno furono cioè caratterizzate da un eccesso di risparmio rispetto agli investimenti e da una parallela, simultanea, carenza di domanda aggregata rispetto alla capacità produttiva. Furono insomma crisi tipicamente keynesiane. Keynes aveva spiegato che, quando domina l’incertezza, le famiglie, anche quelle che non hanno visto decrescere i redditi, riducono i consumi e aumentano i risparmi, mentre le imprese, anche quelle sane, rinviano i progetti di investimenti, in attesa che si diradi la nebbia dell’incertezza. In quei momenti, in cui il sistema economico si avvita in una recessione da carenza di domanda (ovvero da eccesso di risparmio), è necessario che lo Stato intervenga per compensare, con un aumento della spesa pubblica, la caduta degli investimenti privati. Secondo Piga, è proprio quello che, saggiamente, fece Roosevelt col piano straordinario di opere pubbliche del New Deal, al contrario dell’Unione europea che, anzi, col Fiscal Compact del 2012, impose agli Stati membri una politica fiscale restrittiva al fine di tornare rapidamente all’equilibrio finanziario.

L’Europa, per darsi una nuova politica fiscale, deve preliminarmente risolvere un trilemma politico. Non quello di Rodrik, che Piga considera sbagliato. Rodrik, è noto, ha sottolineato come non sia possibile avere simultaneamente, in Europa e nel mondo, sovranità nazionale, democrazia e piena integrazione economica. Infatti, per avere una piena integrazione economica e quindi anche una valuta unica, occorre rispettare un insieme di regole comuni che inevitabilmente erodono la sovranità nazionale. Si tratta, secondo Piga, di un “falso” trilemma. È infatti possibile avere democrazia, integrazione economica (moneta unica) anche con un governo federale debole e cioè senza erodere eccessivamente le sovranità nazionali. Una conferma storica viene dall’America dell’Ottocento, un paese che aveva una moneta unica (il dollaro), un sistema politico democratico e un “debole” governo federale che lasciava molta autonomia agli Stati membri. Piga si serve di dati e grafici per mostrare come un consistente aumento della spesa pubblica si verificò solo a partire da Roosevelt il quale, però, lasciava i governi locali liberi di decidere come utilizzare i fondi federali. Il “vero” trilemma sarebbe semmai un altro: non è possibile avere, al tempo stesso, austerità, democrazia e moneta unica. Infatti, con l’austerità e la moneta unica occorre rinunciare alla sovranità nazionale e quindi alla democrazia mentre con l’austerità e la democrazia non si può avere l’euro ma soltanto una catena di exit. Per avere la democrazia e la moneta unica occorre rinunciare all’austerità e adottare politiche fiscali espansive assicurando il necessario sostegno ai paesi più deboli. È questa la terza via di Piga. Non una marcia indietro verso un’Europa (confederale) di Stati nazionali né una (pericolosa) accelerazione verso la federazione degli Stati Uniti d’Europa ma una paziente opera di rafforzamento della “solidarietà di fatto” (direbbe Schuman) tra i popoli europei.

L’identità europea, infatti, per Piga (come per i padri fondatori), è l’unità nella diversità e quindi nella solidarietà. Il problema è come sviluppare la solidarietà nel tempo dell’interregno. La risposta di Piga è che occorre rafforzare la solidarietà possibile qui ed ora. Quando è caduto il Muro di Berlino, i ricchi tedeschi dell’ovest non hanno esitato ad aiutare i poveri tedeschi dell’est, che hanno visto come fratelli naturali. Non così con i greci o gli italiani che, al massimo, hanno considerato come lontani parenti. Si tratta, quindi, di favorire la solidarietà possibile senza esigere prematuri slanci di generosità. La Germania, che prima della pandemia, aveva accumulato, grazie anche ai vantaggi del mercato unico europeo, un enorme surplus commerciale avrebbe potuto (e speriamo potrà presto di nuovo) aiutare gli altri paesi europei semplicemente alzando i salari dei lavoratori tedeschi in modo da favorire un aumento dei consumi interni e quindi anche delle esportazioni provenienti dal resto d’Europa. Più in generale, secondo Piga, si tratta di aggiornare i Trattati europei abolendo il Fiscal Compact, e con esso l’idea stessa di austerità, e riscrivendo una costituzione fiscale che, come nell’America di Roosevelt, rafforzi la solidarietà “federale” salvaguardando l’autonomia nazionale e prevedendo, a differenza degli attuali trattati, un governo della crisi. C’è voluto il Covid per sospendere lo scellerato Patto dell’austerità ma, si legge nel libro, “una regola che viene sospesa è una regola stupida perché, appunto, dimostra di non saper prevedere le crisi” (p. 161).

Quello di Piga è un libro importante, chiaro, semplice, brillante e allo stesso tempo profondo, in grado di spiegare, anche al lettore sprovvisto di una preparazione economica, le insidie e le opportunità dell’interregno in cui ci troviamo. Il libro mostra i limiti sia di una precipitosa marcia all’indietro sia di una fuga in avanti e, in modo convincente, sostiene la necessità di fare una sosta operosa per adottare una costituzione fiscale che consenta la solidarietà possibile, nella consapevolezza che essa favorirà nel tempo, come per l’America di Roosevelt, una più stretta unione dei popoli europei.

Nella tesi di Piga vedo tre aspetti meritevoli di un approfondimento. Il primo: non tutte le crisi sono keynesiane e cioè derivanti da un eccesso di risparmio sugli investimenti causato da incertezza e, a volte, possono essere necessarie politiche di austerità (o restrittive) per correggere insostenibili fasi espansive. Secondo: mi domando se l’America dell’Ottocento, con un debole governo federale, possa essere paragonata all’Europa di oggi. Terzo e ultimo: in realtà, nella originaria “costituzione economica” europea, la crisi era contemplata. In particolare, il Consiglio europeo di Dublino del dicembre 1996 stabilì che gli Stati membri avrebbero potuto superare il valore di riferimento del 3 per cento nel rapporto tra deficit pubblico e Pil quando si fosse verificata una “riduzione annua del PIL in termini reali di almeno il 2%” (poi sensibilmente ridotta).

Il problema vero è che le autorità europee non si sono accorte che quella del 2008 non era una normale crisi ma una “Grande Recessione” che richiedeva una straordinaria e coordinata azione a supporto, innanzitutto, degli anelli più deboli della catena europea. Non se ne sono accorti anche perché avevano dimenticato la lezione degli anni trenta quando Roosevelt, con uno straordinario intervento pubblico, seppe vincere la paura dei privati operatori, mentre la politica di austerità pervicacemente perseguita dalla Repubblica di Weimar favorì l’ascesa al potere di Hitler.

Una lezione, quella degli anni Trenta, che Gustavo Piga ha saputo utilizzare per spiegare l’attuale crisi indicando una via d’uscita dall’incerto interregno in cui brancoliamo.

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