Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998; è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Professor Traina*, nel suo libro La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani (Laterza, Roma-Bari 2020) lei difende l’importanza della storia romana. Di recente, il ministro Cingolani ha dichiarato che sarebbe meglio studiare più scienza e meno guerre puniche. Lei che ne pensa?

In un recente intervento televisivo, il ministro Roberto Cingolani ha chiamato effettivamente in causa le guerre puniche. Per lamentare le scarse competenze scientifico-tecnologiche dei nostri scolari, il titolare del dicastero della Transizione Ecologica ha osservato che i tre conflitti tra Roma e Cartagine verrebbero riproposti ben quattro volte nel corso del curriculum scolastico, togliendo spazio alle materie scientifiche e tecniche. A prescindere dall’effettiva ricorrenza di Annibale e Scipione negli attuali programmi, continuo a chiedermi perché un ministro della Repubblica ritenga utile non dico ignorare, ma di certo trascurare proprio un momento così importante della storia del Mediterraneo antico, i cui complessi equilibri geopolitici ed economici permettono di comprendere meglio anche il presente. Voglio almeno sperare che la storia romana non sia il suo unico bersaglio, e che più probabilmente consideri le guerre puniche come un caso esemplare di zavorra umanistica di cui si può fare a meno per far posto alle competenze scientifiche: per dire, avrebbe potuto prendersela con i Sepolcri di Foscolo o con le dodici battaglie dell’Isonzo, lasciando a italianisti o contemporaneisti il compito di insorgere in difesa delle rispettive discipline.

A questo punto, il problema non è tanto spiegare perché, ma come dobbiamo studiare le guerre puniche. Per questo non posso condividere del tutto il documento emesso dalla CUSGR (la consulta dei docenti universitari italiani di storia greca e romana) in reazione alla suddetta alzata d’ingegno del ministro. I miei colleghi hanno affermato che “la conoscenza del passato non può essere merce di scambio, tanto più quando essa, come gli eventi della storia romana evocati dal ministro Cingolani, è così direttamente legata all’identità culturale di ogni cittadino italiano”. Comprendo le ragioni di questa vibrata dichiarazione, ma vorrei precisare che, nel caso particolare del lungo conflitto mediterraneo fra le potenze di Roma e Cartagine, le identità coinvolte sono molteplici: oltre alle potenze belligeranti, la lista è lunga e comprende iberici, berberi, celti, macedoni. Non si tratta infatti di spiegare ai nostri scolari di origine cinese o moldava (per non parlare dei discendenti tunisini di Amilcare e Annibale) l’importanza delle guerre puniche per l’identità culturale dei piccoli italiani.

Allora è proprio vero che l’antica Roma sta diventando una disciplina di nicchia anche in Italia?

 I nemici della mia disciplina non sono solo i tecnocrati: c’è anche il fuoco amico, che identifico negli umanisti semicolti, un ossimoro (occhio all’accento, cade sulla seconda “o”) solo in apparenza. L’espressione non ha pretese sociologiche o sociolinguistiche: non mi riferisco infatti ai soggetti semianalfabeti, o tantomeno a quelli “semieducati” privi di spirito critico (halbgebildete), analizzati dal filosofo Theodor Adorno. Nella mia definizione personale, del tutto empirica, gli umanisti semicolti sono dei soggetti che hanno frequentato il liceo, leggono e scrivono correttamente (qualcuno è diventato anche professore universitario), e a differenza degli halbgebildete sarebbero in grado di elaborare un pensiero critico.

Fin qui tutto a posto, ma il problema sorge quando gli umanisti semicolti presumono di stabilire una gerarchia delle discipline umanistiche. Complici alcuni insegnanti che non hanno saputo o voluto appassionarli ai tempi della scuola, e di qualche autore di libri di storia “in una situazione complicata” con la propria lingua, i nostri eroi si dilettano di arte, filosofia o letteratura, dando però poco peso alle discipline storiche, e a maggior ragione alla storia antica, ridotta a un pacchetto di date, personaggi, e naturalmente battaglie: tutto poco interessante rispetto all’Arte povera, i cronopios di Cortázar, la biopolitica di Foucault (e mettiamoci pure quella di Agamben), o altri rimedi infallibili per brillare in società, o meglio sui social. Insomma, festeggiare il Bloomsday il 16 giugno è in, mentre deporre dei fiori il 15 marzo in memoria di Cesare è inequivocabilmente out. Un atteggiamento già ricorrente ai tempi di Flaubert, che tra le voci del suo Dizionario dei luoghi comuni aveva incluso anche “Antichità e tutto quel che la riguarda. Banale, seccante”.

E c’è di peggio: al fuoco amico contribuiscono gli stessi cultori e appassionati del mondo antico. Per quanto possa sembrare strano, anche loro possono fare a meno della storia romana. Magari perché si concentrano sul mondo greco (dopo Alessandro Magno il diluvio), o addirittura perché ritengono più utile studiare i romani dal solo punto di vista antropologico, qualsiasi cosa significhi. Salvo poi offendersi quando li chiami umanisti semicolti. Chiedo scusa per i toni sopra le righe, ma quando ci vuole ci vuole.

Come è noto, la sigla SPQR sta per senatus populusque Romanus, “il senato e il popolo di Roma”, e designa lo Stato romano. Lei ha scritto “Quando calpestate i tombini di ghisa della Capitale con questa sigla, sappiate che state commettendo un crimen maiestatis, un oltraggio alla ‘maestà’, che il diritto romano puniva con la pena capitale ovvero, in alcuni casi, con la perdita della cittadinanza”. Può spiegarci perché?

Era solo un paradosso. Del resto, l’uso della sigla SPQR si deve ad Augusto, che se ne servì per rivendicare il potere imperiale, evidenziandone la presunta continuità con le istituzioni repubblicane; all’epoca era più rischioso prendersela con l’immagine del princeps, e quindi con le statue, i ritratti e le monete. Nel Libro dei sogni, Artemidoro di Daldi narra che un certo Stratonìco aveva sognato di dare un calcio all’imperatore. Uscito poi di casa, ebbe la fortuna di ritrovarsi sotto i piedi una moneta d’oro: “infatti non c’era nessuna differenza tra l’imperatore e la sua immagine, e tra dare una pedata e calpestare”. Non mi risulta che nessuno sia stato messo a morte per aver calpestato una moneta, ma durante la tarda Antichità l’argomento ricordato da Artemidoro fu utilizzato per punire con la pena capitale i falsari o chi limava le monete per recuperare del metallo pregiato: la violazione della moneta era infatti equiparata come un oltraggio all’imperatore. In ogni caso, non preoccupatevi: oggi, la sigla SPQR che orna i tombini capitolini indica semplicemente l’amministrazione municipale di Roma Capitale. Niente più pena capitale.

È vero che i romani, conquistando la Grecia, hanno inferto un duro colpo al sapere scientifico e filosofico?

È duro a morire il cliché che vede i romani come un popolo pratico ma, a differenza dei greci, poco creativo e incapace di elaborare un pensiero autonomo. Non solo, ma c’è chi si spinge oltre: nel suo nuovo libro, dal titolo significativo Il tracollo culturale, Lucio Russo si è cimentato con il particolare momento storico del biennio 146-145 a.C., che vide la distruzione di Cartagine e Corinto e l’inizio di una più forte ingerenza romana della politica dei regni ellenistici. Sostiene Russo che l’imperialismo romano avrebbe determinato la perdita della produzione filosofica ellenistica, e in gran parte di quella scientifica: di conseguenza, la cultura dell’Europa moderna esaltò il pensiero greco dell’età classica, trascurando invece le innovazioni “rivoluzionarie” della scienza ellenistica. Il ragionamento è suggestivo e ben strutturato, come è giusto che sia per un matematico come Russo. Ma è davvero utile ridurre l’affermazione di Roma nel Mediterraneo a una storia di distruzioni e imposizioni? Oltretutto, questa affermazione non aveva modalità troppo differenti da quelle su cui si fondavano i regni ellenistici. In ogni caso, giudicare una civiltà antica con le lenti dello scienziato di oggi comporta il rischio di cadere in alcuni anacronismi. Certo, anche lo storico cerca nel passato soluzioni utili alla lettura del presente. Ma limitarsi a vedere i romani come i “cattivi” del passato, trascurando gli aspetti più complessi della loro storia, mi sembra poco utile.

In definitiva, perché la storia romana è speciale?

La risposta dovrebbe essere evidente, ma a quanto pare non lo è. Quello che rende la storia romana così “speciale” è la coabitazione più o meno pacifica dei romani, con la loro ben definita identità culturale e giuridica, con le altre identità che vivono nel loro mondo. Gli antropologi del mondo antico ci invitano giustamente a guardare i romani “con i loro occhi”, ma è ugualmente importante definire come i romani a loro volta interagissero con un caleidoscopio di identità straniere: greci, berberi, celti, germani, egizi, aramei. Nei manuali tradizionali, ci si occupa degli stranieri quando si tratta di nemici esterni o di popolazioni sottomesse. In questo XXI secolo, dove è sempre più difficile distinguere i centri dalle periferie, sarebbe forse utile un approccio storico più “inclusivo”. Con buona pace dei nostalgici della passata grandezza di Roma (sui social non mancano vari esempi degni di nota), e soprattutto di quegli antichisti che guardano con sospetto a queste nuove tendenze della storia antica, temendo che contribuiscano a svilire ulteriormente gli studi classici, già minacciati da tecnocrati e umanisti semicolti.

Osserviamo semmai gli aspetti più interessanti, a cominciare da quel graduale processo di interazione (e anche di integrazione) che caratterizza il processo di “romanizzazione” che segue le conquiste durature. Sul piano giuridico-istituzionale, possiamo dire che il sistema della cittadinanza romana è davvero “speciale” rispetto al suo corrispettivo greco. E spezzerei una lancia in favore del povero Caracalla, che per il suo editto di estensione della cittadinanza (la cosiddetta constitutio Antoniniana, 212 d.C.) fu criticato già dai contemporanei: così, per lo storico Cassio Dione, l’editto sarebbe stato un espediente per tassare meglio i sudditi dell’impero.

In realtà, quello di Caracalla è invece un provvedimento per molti versi rivoluzionario, che trasformò radicalmente il sistema sociale e politico imperiale, promosso da un imperatore visionario e ben più colto di quanto non riportino le principali fonti del suo regno. Infatti, a dispetto dell’immagine di brutale guerriero che egli stesso volle diffondere, Caracalla aveva ricevuto un’ottima educazione. Il padre, Settimio Severo, discendeva da una famiglia di notabili nordafricani; la madre, Giulia Domna, era una nobile siriana che frequentava raffinati intellettuali greci e orientali. Non a caso, gli intellettuali nazisti stigmatizzarono queste origini, individuando nella constitutio Antoniniana una delle cause del “caos razziale” che avrebbe affrettato la decadenza dell’impero. O forse dobbiamo parlare di eterno ritorno del “tracollo culturale”? Scherzi a parte, quello che rende così speciale la storia romana è proprio la sua dimensione transculturale. Non è un caso se il papiro egiziano che riporta una versione greca dell’editto di Caracalla, conservato nell’università tedesca di Giessen, sia diventato patrimonio UNESCO per iniziativa del rettore Joybrato Mukhrejee, giovane ordinario di anglistica e figlio di immigrati indiani.

* Giusto Traina (Palermo 1959) è ordinario di Storia romana a Sorbonne Université. Ha pubblicato di recente la nuova edizione francese (Fayard, Paris 2020) del suo libro più noto, 428 dopo Cristo. Storia di un anno (Laterza, Roma-Bari 2007, tradotto anche in inglese, spagnolo e greco); insieme ad Aldo Ferrari ha scritto Storia degli armeni (Il Mulino, Bologna 2020); infine ha pubblicato il libro qui discusso La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani (Laterza, Bari-Roma 2020; ed. francese Histoire incorrecte de Rome, Les Belles Lettres, Paris 2021). Ha curato inoltre il primo volume della serie Mondes en guerre (De la préhistoire au Moyen Age, Passés composés, Paris 2019) e, con Ricardo González Villaescusa et Jean-Pierre Vallat, il manuale Les mondes romains. Questions d’archéologie et d’histoire (Ellipses, Paris 2020).

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