Redattore

Niccolò Mochi–Poltri (1991): è impegnato da molti anni in attività di promozione culturale con le associazioni “Sur Les Murs” e Fondo Marco Mungai, delle quali è membro. Laureato in Scienze storiche, studioso appassionato di Filosofia, concentra i suoi interessi di ricerca sull’analisi della cultura politica dell’età moderna e contemporanea. Ha pubblicato Società. Divenire storico e conservazione (introduzione di F. Cardini, Roma–Cesena 2018).

Giovanni Gentile non poté in prima persona accompagnare la crescita della sua creatura. Egli si dimise come ministro della Pubblica Istruzione in seguito all’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (giugno 1924). Questo episodio produsse una conseguenza paradossale: proprio il momento in cui il fascismo pareva essere caduto in una crisi politica irrimediabile fu trasformato nell’opportunità di compiere un balzo in avanti verso il potere. L’atto che sancì la svolta verso la costituzione del regime fascista fu il celebre discorso di Mussolini tenuto il 3 gennaio 1925 alla Camera. Ma affinché questo discorso potesse tenersi, e potesse risultare efficace, fu necessario creare le condizioni adeguate. A questo scopo fu determinante l’azione dello squadrismo estremista guidato da Roberto Farinacci (Isernia, 1892 – Vimercate, 1945)[1]. Questi non vedeva affatto di buon occhio tutti coloro che avevano aderito al fascismo solo dopo che questo aveva raggiunto il potere, tanto più se provenivano da ambienti politici e ideologici particolarmente invisi ai fascisti dell’ala estremista, come quello liberale. Giovanni Gentile corrispondeva esattamente a questo profilo. Fu per questo che ritenne opportuno dimettersi dal suo incarico ministeriale – restando nondimeno a disposizione del capo del governo, dunque “organico” al costituendo regime.

 D’altronde, la situazione generale mutò profondamente. La priorità non sarebbe più stata quella di comprendere cosa fosse il fascismo, e neanche propriamente cosa volesse. Il potere era stato conquistato: adesso occorreva anzitutto amministrarlo e renderlo sicuro. Era venuto il tempo dei politici, ed alla Raison d’Etat avrebbero dovuto piegarsi tutte le altre istanze. Insomma, adesso sarebbero state le direttive politiche del regime a edificare la “civiltà fascista”, perciò anche a scegliere quali idee adottare e come adottarle[2].

 Tra i vari ambiti in cui si manifestò questo nuovo atteggiamento politico, quello della Pubblica Istruzione è particolarmente significativo – in quanto l’assetto sul quale il regime intervenne era stato conferito proprio da Gentile, che era pur sempre un fascista [sic!]. Abbiamo già detto[3] che la scuola concepita da Gentile era “filosofica” ed impostata sulla filosofia come materia d’insegnamento per eminenza. Perciò, le modifiche che il regime fascista apportò nell’ambito della Pubblica Istruzione possono essere osservate attraverso le modifiche che proprio alla didattica di questa materia furono apportate.

 Nel 1925 fu nominato ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele (Traetto, 1873 – Roma, 1943). Con lui prese avvio quella che sarebbe passata alla storiografia come “politica dei ritocchi”[4] – inteso: dei ritocchi alla Riforma Gentile. E già questo appellativo è piuttosto significativo: la Riforma Gentile era imprescindibile per il regime – non si poteva, o magari non si voleva, sostituirla. Nondimeno, poteva essere “ritoccata” – il ché rima con “adeguata”, ponendo quello che è un problema storiografico serio: quanto può essere modificata una riforma per essere ancora attribuibile all’intenzione originale del suo autore? In altre parole: quanto della Riforma Gentile sarebbe ancora stato “gentiliano” all’esaurirsi della “politica dei ritocchi”? Tale problema diventa tanto più interessante, in quanto il suo autore non solo era ancora vivo e vegeto mentre altri mettevano mano alla sua riforma, ma, nonostante tutto[5], era ancora una delle personalità più rilevanti organiche al regime.

 Vediamo i fatti. La “Legge Fedele” è inclusa nel R.D. 31/dic/1925 – in contiguità non casuale con le “leggi fascistissime”[6]. Con tale legge venne «abolita l’opzionalità della modalità d’esame e, per quanto riguarda la filosofia, le opere da leggere diventano quattro (Gentile ne aveva lasciato indeterminato il numero […] Il legislatore sottolinea che le quattro letture “debbono essere scelte in modo da comprendere opere dell’antichità e opere di tempi posteriori, opere di prevalente interesse teorico e opere di prevalente interesse morale”. Quindi, oltre a stabilire in modo univoco il numero di testi, Fedele introduce – ed è la prima volta che ciò emerge in modo esplicito – l’esigenza di spaziare, di toccare punti diversi e distanti per dare una formazione ad ampio raggio, che includa argomenti ed epoche differenti: cosa che in Gentile era del tutto assente. Il passo da qui alla prescrizione dell’adozione di un manuale è davvero breve, e infatti è ciò che accade: l’esame dovrà vertere sulle quattro opere, che devono essere esposte nel loro “logico organismo”, illustrandone passi e “rispondendo ad interrogazioni sugli antecedenti e sullo svolgimento della dottrina esposta nella storia del pensiero filosofico”, della quale il candidato “dovrà avere studiato un sommario [corsivo mio]”. Questo è il punto. Il sommario è l’antenato dei manuali di storia della filosofia […] lì dove Gentile cercava la profondità del pensiero per spingersi a riflettere sui fondamenti primi, qui si cerca l’ampiezza, l’estensione, la conoscenza di più argomenti possibile»[7].

 Un altro colpo durissimo alla Riforma Gentile venne dal mondo cattolico. L’11 febbraio 1929 furono firmati i Patti lateranensi tra l’Italia fascista e la Chiesa di Roma. L’operazione fu un successo politico straordinario di Mussolini, che portò in dote al regime un consenso enorme. All’articolo 36 del Concordato[8] si legge che: «L’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica». Rammentiamoci cosa sosteneva la teoria attualista di Gentile: la religione è un momento nella dialettica dello spirito (l’atto del pensiero), che però trascende ogni forma religiosa. Lo spirito non si compie in una religione, per quanto la religione sia una delle forme spirituali più alte, bensì nel suo incessante attualizzarsi – che è l’attività che si esprime nella filosofia. Attenzione: qui la questione non è se Gentile fosse “non-” o “anti-”cattolico[9]; semmai che tale articolo del Concordato era effettivamente anti-gentiliano. La scuola non sarebbe più stata fondata sulla filosofia, cioè sul “pensare” attualisticamente inteso, ed il suo coronamento non era più il “diventar capaci di pensare” – bensì la dottrina cristiana, ergo: diventare buoni e consapevoli cristiani, e pertanto mutatis mutandis fedeli alla Chiesa di Roma.

 La “politica dei ritocchi” procedette nella direzione di una progressiva “fascistizzazione” dei programmi scolastici, cioè nella selezione e revisione accurata degli argomenti da affrontare, con l’adozione del vademecum della Dottrina del fascismo (1925), da esporre proprio durante le ore di filosofia – tutto ciò veniva poi sanzionato dall’esame che si sarebbe impostato su di essi. La svolta cruciale si ebbe nel 1936, quando Cesare Maria De Vecchi (Casale Monferrato, 1884 – Roma, 1959), in qualità di Ministro dell’Educazione Nazionale[10], compì una vera e propria “bonifica della scuola”. Ora, c’è da premettere che già il nome del ministero andato a sostituire quello della Pubblica Istruzione è piuttosto significativo. Esso suggerisce che il regime non intendeva omaggiare la «e-ducazione» di socratica memoria, bensì proprio l’opposto: intendeva promuovere l’inculturazione forzosa di valori, idee, perfino “maniere di pensare” che fossero coerenti alle ambizioni totalitarie del regime[11]. In questo senso, il ministro dell’Educazione Nazionale diventava istituzionalmente assimilabile piuttosto ad un grand commis di un apparato burocratico, che al responsabile della formazione genuina e libera delle nuove generazioni. In altre parole, gli studenti erano considerati recettori passivi di disposizioni ordinate allo Staatsbildung del regime, anziché resi protagonisti di questo stesso processo – non interpreti, bensì strumenti.

 Con il ministro De Vecchi questo processo non solo fu accelerato, ma anche reso più stringente. Nelle sue intenzioni la «scuola deve diventare la fucina dei fascisti di domani e il suo scopo è l’“acquisto da parte dei giovani di una cultura unitaria e viva, della cultura fascista”. […] Per conseguire questo obiettivo il ministro procede a una centralizzazione completa […] estende il controllo statale su tutti i manuali scolastici in uso nella scuola media [cioè fino alle superiori comprese][…]; abolisce l’autonomia universitaria, ponendo così sotto la sorveglianza dello Stato tutti gli istituti di istruzione superiore. L’istruzione italiana è del tutto assoggettata al controllo statale [corsivo mio]»[12]. Per quanto riguarda specificamente l’insegnamento della filosofia, «[i programmi d’insegnamento] aboliscono la didattica fondata sulla libertà del docente e introducono un forte riferimento prescrittivo al programma ministeriale. Accentuano l’impostazione storicistica»[13], cioè, in sostanza, l’accumulo di nozioni sparse nell’arco dei vari secoli di storia della filosofia. Appare evidente come dell’originario impianto gentiliano sia rimasto davvero poco – basti pensare all’ispirazione “umanistica” che innervava la scuola gentiliana: con tale parola, non s’intendeva più la scuola ordinata alla formazione dell’«uomo morale», che si compiva nel libero esercizio del pensiero filosofico. Oramai la scuola doveva formare l’«uomo fascista» – così che «ispirazione umanistica» passò a significare una semplice predilezione per certe materie, condizionata probabilmente dalla fascinazione che il regime aveva per le glorie dell’antichità classica greca e, soprattutto, romana[14].

Note

[1] E. Gentile, La via italiana al totalitarismo, Carocci, Roma 2008, p. 169.

[2] Ivi, p. 187.

[3] Cfr. Si fa presto a dire “Riforma Gentile” (parte prima).

[4] A. Gaiani, Il pensiero e la storia, Cleup, Padova 2014, p. 47

[5] Nonostante le diverse correnti ideologiche in concorrenza tra loro all’interno del regime; ma anche nonostante gli attacchi allo stesso sistema filosofico attualistico di Gentile, provenienti soprattutto dal mondo cattolico.

[6] La dicitura “leggi fascistissime” identifica un insieme di norme giuridiche, emanate tra il 1925 e il 1926, intese a trasformare l’ordinamento giuridico del Regno d’Italia assimilandolo al regime fascista.

[7] A. Gaiani, op. cit., pp. 48-50.

[8] Compreso negli stessi Patti lateranensi, il Concordato definiva le relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa e lo Stato. Perciò, era la parte in cui comparivano chiaramente i termini dell’accordo, i frutti del negoziato.

[9] Si rilegga il celebre discorso tenuto nel 1943, La mia religione, reperibile su: https://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaG/gentile13.htm

[10] Il “Ministero della educazione nazionale” fu istituito il 12 settembre 1929.

[11] E. Gentile, La via italiana al totalitarismo, Carocci, Roma 2008, p. 210.

[12] A. Gaiani, op. cit., p. 57.

[13] Ivi, p. 59

[14] Cfr. l’interessantissimo libro di A. Giardina, A. Vauchez, Il mito di Roma, Laterza, Roma-Bari 2000, cap. IV.

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