Fabio Lazzari (1992) è laureato in Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale presso l'Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), sotto la guida del Professor Danilo Breschi. Ha conseguito successivamente un Master in Agricoltura Sociale presso l'Università degli Studi di Tor Vergata. Educatore cinofilo, appassionato di filosofia ed etologia, lavora in una Cooperativa che si occupa di agricoltura sociale.

Recensione a: J. Suzman, Lavoro. Una storia culturale e sociale, il Saggiatore, Milano 2020, pp. 378, € 36,00.

«Perché dovrei permettere al rospo chiamato Lavoro di accovacciarsi sulla mia vita? Non posso usare il mio ingegno come un forcone per allontanare la bestia?»

Questa citazione apre il saggio dell’antropologo sudafricano James Suzman e potremmo dire che lo chiude allo stesso tempo. Una domanda che è il segno del profondo conflitto esistenziale che l’uomo sedentario, post-nomade, deve affrontare in ogni angolo del mondo. Il lavoro sembra destare l’uomo da sogni quieti, lo lancia in una guerra di perenni contraddizioni con sé stesso, con il suo modo di stare nel mondo, e soprattutto con la comunità che lo circonda. Se è vero che l’uomo si può liberare dalla quella bestia parassitaria solo se governa una tecnica a mo’ di siringa anestetizzante, a quale prezzo però il raggiungimento della libertà?

Il diktat della rivoluzione robotica che è alle porte ci propina questo scenario. Più quel forcone lo appesantiamo di macigni etici, lo incateniamo nelle maglie strette del pensiero critico, e più quel parassita che si chiama lavoro troverà giacigli migliori su cui poggiarsi. Del resto il progresso tecnico sembrerebbe imporsi lungo la storia dell’uomo come una sorta di alfiere umanista. La sua missione? Liberare l’uomo dai bisogni assoluti e conseguentemente dal lavoro. Non c’è progresso se non c’è libertà dal bisogno, dal bisogno anche di lavorare.

Come insegna la scienza economica moderna, con Adam Smith in particolare, si può aspirare alla libertà dal bisogno solo se consideriamo come incontrovertibile l’assunto che le risorse destinate agli uomini non sono illimitate. L’agire umano deve essere guidato sempre e comunque da un pragmatismo dell’esistere perché è la scarsità delle risorse a muovere l’uomo. Se però l’unico ostacolo fosse dato dalla scarsità delle risorse, le relazioni economiche fra individui potrebbero autogovernarsi senza troppe difficoltà, ma così non è. Perché? È l’egoismo umano la causa di un’antropologia della mancanza, come direbbe Hobbes, causa dell’ineguaglianza fra gli uomini.

Sembra una sfida difficile da vincere. Essere liberi, o quanto meno, aspirare alla libertà dal bisogno, nonostante tutto, nonostante la scarsità delle risorse e la cupidigia umana. Se vogliamo incamminarci lungo questo sentiero, non ci rimane che fare una cosa. Dedicare oggi la nostra esistenza ad un lavoro totalizzante, pervasivo, per poi un giorno, non troppo lontano, varcare la soglia della robotica, del nulla del lavoro. Due assoluti, un lavoro che si fa esistenza, consumo, oggi, e il nulla del lavoro, domani.

Due assoluti che non possono fare altro che attrarsi e piacersi, perché l’uno è al servizio dell’altro: il lavoro nella sua veste immanente e poco trascendentale, quello di oggi, che è mero strumento finalizzato ad appagare bisogni assoluti e relativi, come direbbe John Maynard Keynes, fondamenti del cosiddetto “progresso economico dell’umanità”, che è altro non è poi corsa pregna di sgomitate fra individui affamati e bramosi, e il non lavoro di domani, dove gli uomini ozieranno e alzeranno la mano per la richiesta di sussidi statali.

Suzman nel suo saggio prende in mano questi due estremi e dedica loro il tempo necessario per smussare le loro intrinseche asperità, gli angoli più appuntiti, dando un colpo al cerchio e uno alla botte.

Partiamo dal primo assoluto, il non lavoro. È il tessitore mascherato, un piccolo uccello che vive nelle regioni meridionali del continente africano, l’oggetto di studio comportamentale dell’antropologo. Questo piccolo volatile è avvezzo a svolgere delle azioni che a noi paiono senza senso, perché apparentemente contro ogni logica conservativa e adattiva. Il maschio del tessitore è capace di costruire in una sola stagione 25 nidi, ognuno dei quali richiede energia e tempo da dedicare. Il fatto curioso è che, una volta costruiti intrecciando pezzetti d’erba e canna, il tessitore mascherato li distrugge uno ad uno con lo stesso zelo con il quale li ha costruiti. Perché? La risposta, secondo l’antropologo, è da ricercarsi nella seconda legge della termodinamica, la legge dell’entropia, secondo cui la tendenza di qualsiasi energia tende a distribuirsi uniformemente nell’universo. Il tessitore mascherato, come qualsiasi altro essere vivente, risponde a tale legge. Di fronte all’abbondanza di cibo e acqua e al loro facile accesso, il volatile ha moltissima energia a disposizione che non sa effettivamente come sprigionare. E allora cosa fa? Quando ha energia in eccesso, lavora, come vuole la legge dell’entropia.

Lo studio comportamentale di questo animale e le leggi della termodinamica ci possono dire tanto di quella bestia che si chiama lavoro. Se un giorno i robot dovessero prendere completamente il nostro posto, non rischieremmo forse di cadere in un limbo di frustrazione, di mancanza di appagamento per il semplice fatto di non poter liberare le forze insite nel nostro corpo e nella nostra mente? Come dice Suzman, «vivere è lavorare», non si può sfuggire a tale legge.

Veniamo al secondo assoluto, il solo lavoro. Qui Suzman onora la sua professione di antropologo e storico perché con un’operazione magistrale ripercorre tutte le tappe dell’uomo civilizzato che hanno scandito l’evoluzione del concetto del lavoro. Le rivoluzioni industriali sono state senza dubbio inneschi che hanno dato un cambio di marcia al modo di concepire la produzione e il ruolo dell’uomo al suo interno. Ma se dovessimo trovare il punto di non ritorno che ha sovvertito il binomio tempo-lavoro lo troveremmo in un altro evento storico molto più antico: la nascita dell’agricoltura. Non è azzardato affermare che il passaggio dall’uomo nomade a quello sedentario è stato il primo tassello che ha prodotto un effetto domino nell’evoluzione culturale dell’uomo: dalla scoperta dell’aratro, dall’addomesticazione degli animali per fini produttivi, siamo arrivati alla rivoluzione robotica di oggi, un tassello questo che oggi comincia ad oscillare ma che è ancora lontano dal palesare i suoi effetti successivi.

Perché proprio l’agricoltura? Il motivo è presto detto, osservando il concetto del lavoro delle società di cacciatori-raccoglitori del passato e quelle ancora oggi presenti. Prendiamo gli Juǀʼhoan, popolazione stabilitasi nel deserto del Botswana nordorientale, ampiamente studiata negli anni Sessanta dall’antropologo Richard Borshay Lee che visse con un ampio gruppo a stretto contatto. L’antropologo la definì «l’originaria società opulenta». Gli individui lavoravano pochissime ore al giorno, procacciavano cibo con uno sforzo talmente modesto da lasciare loro molto tempo libero a disposizione. Nella pratica la vita economica di questa società non si fondava sul principio della scarsità delle risorse e quindi dell’eterno conflitto intraspecifico. Questa società si fondava, di fatto, su un’economia della condivisione e quindi profondamente egualitaria.

Cosa ha fatto saltare il banco? Con l’avvento dell’agricoltura cambia la relazione con le risorse o, in altre parole, potremmo dire che con lo sviluppo di comunità stabili emerge prepotentemente l’animo maligno dell’uomo. L’uomo nello scoprirsi ancora di più animale sociale rivela la sua natura conflittuale. Zoon politikon e homo homini lupus, anche qui una profonda attrazione fra due assoluti.

Se nel nomadismo ogni forma di conservazione delle risorse era inutile perché si viveva nel qui e ora, il tempo dedicato al lavoro era quasi inesistente in quanto finalizzato al solo soddisfacimento dei bisogni reali e assoluti. Nessuna ansia per il domani e soprattutto nessun timore verso il prossimo. L’agricoltura cambiò tutto. Portò l’uomo a costruire una relazione con il lavoro non più fondata sulla ricerca di bisogni reali, di esigenze materiali semplici ma sull’accumulazione di ricchezze future, sul perseguimento di desideri illimitati, il tutto coronato dal principio della scarsità delle risorse e dell’egoismo umano, principi diventati dogmi della scienza economica. Tutto nel nome del progresso economico. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Quel rospo che voleva essere scacciato dalla tecnica sta infatti ancora là, a distanza di millenni. Anzi, ha assunto dimensioni non più sostenibili, il suo peso rischia di sbilanciare la vita di ognuno. Da iniziale parassita, è diventato protagonista delle nostre vite, essere che muove le coscienze degli individui. Allora la tecnica ci può salvare? No, perché quella bestia sta lì per una ragione. Abbiamo bisogno di lui. Senza perderemmo dignità. Ma troppo amore, o sarebbe meglio dire ossessione, perderemmo noi stessi. È una danza di equilibri quella che va fatta. Scegliete voi se a guidare i passi del ballo sia il rospo o l’uomo.

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