Fabio Lazzari (1992) si laurea in Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale presso l'Università degli Studi Internazionali (UNINT), sotto la guida del Prof. Danilo Breschi. Consegue successivamente un Master in Agricoltura Sociale presso l'Università degli Studi di Tor Vergata. Educatore cinofilo, appassionato di filosofia ed etologia, lavora in una Cooperativa che si occupa di agricoltura sociale.

Recensione a: F. Giubilei, Conservare la natura. Perché l’ambiente è un tema caro alla destra e ai conservatori, Giubilei Regnani, Roma 2020, p. 317, € 22,00.

Ecologia significa conservazione: organismi e ambiente interagiscono al fine di preservare equilibri di ecosistemi esistenti. L’ecologia, per sua natura, diffida da un evoluzionismo senza freni dettato da input umani.

È curioso, alla luce del principio costitutivo ecologico, come l’ala progressista, proprio quella che idolatra il progresso, si sia arrogata il diritto di custodire e difendere le cause ambientaliste e quindi ecologiche. Non sono forse i Verdi, partito le cui fortune elettorali sul territorio italiano sono pressoché inesistenti, a presentare matrice progressista? Destra e ambiente sembrano inconciliabili, difendere la causa conservatrice o liberal rimanda ad una fede verso la tecnoscienza, verso una crescita illimitata e tutto ciò che ne consegue.

Ora, questa trasfigurazione della destra europea in un vero e proprio cavallo di Troia antiecologista ha radici culturali recenti. È stato il movimento del Sessantotto ad aver sconquassato la tradizione della destra conservatrice verso la tutela dell’ambiente. La Deep Ecology, una delle tendenze più influenti della filosofia ambientalista il cui massimo esponente è il norvegese Arne Naess, incomincia a diffondersi nei primi anni Settanta, decennio in cui comincia ad affacciarsi in maniera prorompente la “crisi ecologica”. È un punto di non ritorno culturale che affonda definitivamente una figura tanto cara all’ambientalismo conservatore di matrice laico-cristiano: il Buon Pastore.

San Francesco ne è stato uno dei principali interpreti: l’uomo, alla luce della connaturata condizione di superiorità di specie, si deve addossare la responsabilità di costudire il creato. La Terra e i suoi abitanti non erano Dio, ma erano di Dio, e in quanto tali, meritevoli di rispetto e l’uomo aveva un posto speciale in questo sistema. Si può parlare di antropocentrismo nella figura del Buon Pastore? Senza dubbio sì. Un antropocentrismo moderato poiché il pastore deve sì condurre il suo gregge e quindi elevarsi sulle altre specie, ma prendersi cura degli esseri viventi preoccupandosi di riconsegnarli nelle migliori condizioni al vero padrone, Dio.

La Deep Ecology invece tende a livellare il rapporto uomo-natura: non viene più posto in antitesi o separazione, ma in complementarità e coappartenenza. Nessuna gerarchia, uomo e natura vengono considerati alla stessa stregua. Inutile dire che la Deep Ecology è la progenie del modello economico, o forse sarebbe meglio dire anti-economico, della Decrescita Felice su cui Francesco Giubilei si mostra molto critico in questo suo saggio  dall’eloquente titolo Conservare la natura, e dall’ancor più eloquente sottotitolo: Perché l’ambiente è un tema caro alla destra e ai conservatori.

Bisogna capire se veramente la sinistra europea si sia fatta portavoce di questo cambio di paradigma nel rapporto uomo-natura, declinandolo in un ambientalismo globalista alla Greta Thunberg. La tutela dell’ambiente della sinistra oggi guarda alla dimensione globale, tralascia le specificità nazionali o, ancora peggio, locali nel nome di una governance condivisa. Mi chiedo però: secondo quale principio i paesi dell’Occidente, che hanno depauperato clima e ambiente chiedendo a gran voce sempre più crescita economica, possono imporre oggi regole stringenti in materia ambientale a Stati in via di sviluppo, africani e asiatici, che necessitano più che mai di guardare alla dimensione sociale? Non si tratta forse di un atteggiamento da veri e propri radical chic?

La sensazione è che la sinistra contemporanea abbia sposato la causa ambientalista, e non solo, di stampo globalista come riflesso dell’insuccesso storico dell’internazionalismo socialista. Il lettore però non deve dimenticare, come ci ricorda Giubilei, che la radice del marxismo è profondamente contraria all’ecologia. Karl Marx sosteneva di dover umanizzare la natura attraverso la scienza, in modo che il valore dell’ambiente diventi valore d’uso per l’uomo. Non è un caso che Urss, Cina e Cuba abbiano storicamente promosso politiche di industrializzazioni a danno dell’ambiente. Il marxismo, come il liberismo, mette l’economia al primo posto.

Si mostrerà la sinistra europea capace di perseguire veramente l’ideale anti-antropocentrico, rinnegando parzialmente la sua radice anti-ecologica marxista e sposando la causa della decrescita felice  globale, o è già caduta inesorabilmente nelle tenaglie neo-liberiste, seppure più green, della globalizzazione? La prima via sembra impraticabile e insostenibile da un punto di vista sociale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. La seconda, già in atto, sta corrodendo da decenni il senso di appartenenza ad una sinistra che non guarda più ai bisogni locali, al territorio e ai diritti sociali.

Questo vuoto può essere colmato da una destra in particolare, quella conservatrice, diversa da quella liberal o nazionalista, come specifica Giubilei: «Mentre il liberismo, come si è detto, pone l’economia al centro, il conservatorismo la considera come un elemento da coniugare con l’etica».

Il conservatorismo, il cui fondatore è Edmund Burke, non stigmatizza l’antropocentrismo, ma lo regolarizza. L’uomo deve essere il custode della propria casa, del proprio territorio. Tutela l’ambiente in una dimensione locale e non globale come il progressista, difende valori della tradizione, non pone a idolo la tecno-scienza, conserva l’esistente. Il Buon Pastore, appunto. Invece di decrescita in un conservatore si può parlare di a-crescita, cioè di assenza di fede nella crescita. Questo non vuol dire che il conservatore non auspichi il miglioramento della condizione umana, ma che guarda al progresso senza se e senza ma con occhio critico. Anche se la natura umana è portata all’espansionismo, chiaro indicatore di una richiesta di appagamento indefinita e infinita, il conservatore non frena questo istinto innato, bensì lo canalizza, lo regola e quindi lo attenua. L’uomo conservatore si mostra così in chiara linea con un modello economico basato sulla crescita sostenibile. È perciò riduttivo ed errato affidare il monopolio culturale della tutela dell’ambiente alla sinistra.

Nell’uomo conservatore si può in tal senso risanare quella rottura segnata dalla venuta dell’Illuminismo fra ragione e tradizione. È lui il depositario di tale onere. Questa la sfida per eccellenza che la destra conservatrice si trova oggi davanti.

 

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