Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998. Giornalista, è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Platone è un censore della poesia. Il suo j’accuse nel terzo libro della Repubblica punta ad Omero ed Esiodo, giacché essi rappresentano le divinità in una maniera eccessivamente umana; d’altronde, anche per la satira di Senofane tale motivazione aveva costituito il primo fendente contro la poesia epica: agli dei è attribuito tutto ciò che per gli uomini è obbrobrio e vergogna.

Della stessa idea Eraclito, il quale desiderava che Omero “fosse cacciato dagli agoni e frustato”. Della stessa opinione Euripide. Ed Eschilo, Pindaro sino ai Padri della Chiesa, come per una parte dell’esegesi rabbinica: immarcescibile serietà morale e granitica fede per polemizzare contro l’antropomorfismo. Ma se si trattasse semplicemente di metafore rese necessarie dall’incapacità dell’uomo di cogliere l’essenza del divino, se non per analogia con l’esperienza umana?

In epoca moderna la polemica contro l’antropomorfismo la si ritrova nel pensiero filosofico di Kant, che scrive di un antropomorfismo “simbolico”, per il quale l’uomo attribuisce alla relazione di Dio con il mondo quelle proprietà con le quali pensa gli oggetti di esperienza; così come nell’insistenza di Feuerbach, il quale proverebbe la genesi del tutto umana del “fatto” religioso: l’“oggetto” della religione che l’uomo chiama Dio non esprime altro che l’essenza dell’uomo stesso, le sue esigenze e le sue aspirazioni di giustizia, pace e salvezza.

La querelle è accesa nello Ione:

Questa caratteristica della poesia non esalta per nulla le virtù della ragione dell’uomo; essa deve essere abbandonata come deposito sociale della cultura, perché, essendo ispirata dal dio non comporta nessuna vera scienza umana, nessun vero insegnamento. Socrate stesso rileva che la rapsodia non ha alcuna competenza specifica, ma che anzi, proprio come il dio Proteo si tramuti «in mille forme» e che il suo ambito specifico risulti quindi inafferrabile.

La poesia, dunque, non nasce dalla conoscenza bensì da un’ispirazione divina: durante il processo poetico è la Musa ad ispirare il poeta.

Egli è inondato da una incontrollabile forza, katechei, un’energia tanto pervasiva da indurlo alla pazzia, theia dynamis: il poeta non è altri che un ministro della dea stessa. Egli è ekphron.

Per di più, analogamente alla pietra di Eraclea, tale vigore, che penetra il poeta, si espande ad altri, proprio come per gli anelli di una catena:

Questa pietra non solo attira gli anelli di ferro, ma infonde altresì una forza negli anelli medesimi, dando luogo in tal modo ad una lunga catena di anelli che pendono l’uno dall’altro, la Musa rende i poeti ispirati, e attraverso questi ispirati, si forma una lunga catena di altri che sono invasati dal dio.

Ciononostante, il poeta non è capace  di comporre poesia quando è in stato di perfetto discernimento, ovvero pienamente in sé. Egli è entheos. «Se li faccio piangere, riderò io prendendo soldi, se invece li faccio ridere, piangerò io per aver perso soldi»: Platone storce il naso rispetto a siffatte liberazioni di emozioni, ad una tale ipnotica seduzione. Una calamita in prossimità di anelli di ferro è pericolosa.

Platone assesta il primo colpo alla funzione educativa che rivestirebbe la poesia. Essa, difatti, è distante dall’arte e non ha alcunché da insegnare a colui che ascolta. Essa, difatti, è ammaliatrice ed ingannatrice e non fa che viziare la mente di chi la sente, provocando emozioni e sentimenti irrazionali: Ione stesso ammette che alle sue performance gli uomini si sconvolgono sino alle lacrime.

Eppure, non sono  minacciati da alcun pericolo imminente. Questa peculiarità della Poesia, accantona le facoltà razionali, insabbia techne ed episteme, e dovrebbe essere percepita come accumulo sociale della cultura, poiché, essendo ispirata dal dio non implica alcuna autentica scienza umana, alcun effettivo insegnamento. Essa, proprio come il dio Proteo, si rinnova “in mille forme”: il suo ambito specifico risulta, ergo, sfuggente ed oscuro ed i poeti appaiono “leggeri, sacri ed alati”.

L’arte del poeta, orbene, distrae dalle pratiche della consapevolezza. Nel Fedro, Platone afferma:

V’è una terza forma di esaltazione e delirio, di cui sono autrici le Muse. Questa, quando occupa un’anima tenera e pura, la sollecita e la rapisce nei canti e in ogni altra forma di poesia, e celebrando le infinite opere del passato, educa i posteri. Ma chi giunga alle soglie della poesia senza il delirio delle Muse, convinto che la sola tecnica lo renda poeta, sarà un poeta incompiuto e la poesia del savio sarà offuscata da quella dei poeti in delirio.

Il rapimento estatico della parola magica: il poeta è solo un hermeneus, Nella Repubblica si può leggere: «Eppure non abbiamo mosso alla poesia l’accusa più grave: l’aspetto che più fa paura è infatti la sua capacità di guastare anche gli uomini equilibrati!». Ciò, forse, va circoscritto nei termini della politica «se accoglierai la Musa corrotta della poesia lirica o epica, nella tua città regneranno piacere e dolore invece che la legge e quel principio che di volta in volta l’opinione comune riconosce come il migliore», non già dell’estetica, pur considerando che Platone inventa allegorie, narrazioni mitologiche, dialoghi di fantasia, miti e metafore.

Anzi, «tu sai che anche i migliori di noi, quando sentono la poesia di Omero, o di qualche altro tragico che imita uno dei tanti eroi prostrati dal dolore e dilungantesi in lamentose litanie di lamenti, provano diletto per questo e si abbandonano a seguire tali personaggi, soffrendo con loro ed anzi, lodando con convinzione come buon poeta, quello che più degli altri sappia disporli in un siffatto stato di anima».

Probabilmente, converrebbe ricordare la lezione di Hans Georg Gadamer, laddove reputa che non vi sia stato alcun filosofo che abbia demolito così drasticamente l’arte, contestandone con categoricità la rivendicazione di essere la manifestazione della verità più profonda e segreta.

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