Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998. Giornalista, è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Recensione a: M. Bettini, Chi ha paura dei Greci e dei Romani? Dialogo e cancel culture, Einaudi, Torino 2023, pp. 184, € 12.00.

Platone, Aristotele, Socrate, Tucidide, Cicerone: maschi, bianchi e morti da secoli. Recentemente è circolata la notizia che negli Stati Uniti si chiudano Dipartimenti e si smetta di studiare l’antichità, perché sono “solo” storie di “all white dead man”.

Ci troviamo di fronte ad una seria istanza di messa in discussione della proposizione delle culture classiche in quanto lo studio del mondo antico si è inchinato all’idea che i valori della società bianca occidentale siano superiori agli altri? Chi ha paura dei Greci e dei Romani?

Interrompere bruscamente e definitivamente la relazione dialogica tra Noi ed i Classici costituisce un rischio serissimo ed un reale pericolo. I Greci ed i Romani, le loro letterature, i loro linguaggi, le loro rappresentazioni del mondo, le loro forme istituzionali costituiscono i pilastri della nostra “enciclopedia culturale”, ovviamente discendente anche da altre culture ed altre “matrici di pensiero”. Eppure,

Lo studio delle culture greca e romana venga a includere anche quello degli altri popoli che con esse hanno condiviso lo spazio dell’antichità […] che si cessi di usare l’espressione “eredità classica” intendendo, più o meno esplicitamente, che tale patrimonio costituisca il sostrato della civiltà occidentale. […] Soprattutto, è il canone degli autori classici che si chiede di smantellare, ovvero di riscrivere, in quanto la sua stessa struttura sarebbe inestricabilmente legata all’imperialismo, al sessismo, al razzismo e al colonialismo dell’Occidente.

Un cambiamento radicale di enciclopedia culturale assomiglia tanto ad un cambiamento di alfabeto. Leggere i classici può significare esercitarsi nella palestra dell’“identità” e dell’“alterità”: «guardare dentro noi stessi e, nello stesso tempo, guardarci anche da fuori». Ed allora, quali sono le motivazioni sottese agli allarmi strombazzati, agli accorati avvisi di pericolo, alle violente accuse di razzismo, sessismo, suprematismo bianco? Dobbiamo provare paura?

Le reazioni recano gli slogan di: decolonizing classics oppure cancel culture. Parole d’ordine: rimozione, censura, reinterpretazione in nome di una “pedagogia della protezione”, animata da trigger warning. Risposte affette da radicalismo laddove necessita una aperta disposizione dialogica. D’altronde, nella VII lettera:

[…] Platone l’aveva già detto. La comprensione richiede in primo luogo una buona disposizione naturale: e ora questa disposizione la vediamo esprimersi, in modo più definito, nella forma di un “atteggiamento” positivo, scevro di animosità o ostilità, che si mette in pratica al momento di discutere in gruppo su un determinato argomento. Solo allora la scintilla della saggezza e dell’intelligenza potrà scoccare.

Afflato dialogico dall’osservazione della costanza della “differenza”, purché non sia un limite invalicabile, purché non si rientri in categorie assolutizzanti:

[…] Ecco che a questo punto il dialogo si interrompe: al momento di tradurre un testo, operazione dialogica quant’altri mai, vi sono “interlocutori” che non vengono riconosciuti validi in base alla loro identità etnica o di genere. […] Resta da chiedersi se la pratica della chiusura, l’esaltazione della differenza opposta all’apertura verso il dialogo, sia la via giusta per affrontare il problema collaterale che viene posto, o non finisca piuttosto per acuirlo.

Un estremismo che può smottare nell’ermeticità:

In definitiva, concentrando la propria attenzione sulle differenze, soprattutto di genere, d’etnia o colore della pelle, l’atteggiamento liberal che ha suscitato questo dibattito rischia di allinearsi con quello, di segno (ahimè) opposto, di chi punta sulle medesime “differenze” per chiudere i porti, combattere le ong o comunque rifiutare l’accoglienza e l’integrazione dei diversi i quali, oggi più che mai, bussano alle nostre porte.

E si provasse ad adoperare il termine “persona”? In fondo, i testi classici non hanno etnia d’appartenenza né colore: Aristotele parla di sostanza, Parmenide di essere. In tal modo si valica la “particolarità identitaria” in nome della condivisione. Facile a dirsi. Ed a farsi?

La vera decolonizzazione dei classici consiste in primo luogo nel liberarli da “noi”, dalla loro forzata assimilazione alla nostra cultura. […] Se vogliamo coinvolgere anche i classici nella battaglia contro le discriminazioni, presenti e future, non dobbiamo limitarci a una condanna morale della loro cultura ma, al contrario possiamo utilizzarli come strumento di comparazione utile a interpretare i presupposti di questi atteggiamenti oggi inaccettabili. Perché il confronto con i modelli culturali che la cultura antica ci offre, è capace di aiutarci a comprendere non solo il passato, ma anche il presente.

L’antidoto all’ostracismo è agire con una sensibilità culturale tale da lasciarci leggere le plurali sfaccettature dei testi classici così che non scenda l’oblio su un codice culturale che ha elaborato le idee di democrazia ed uguaglianza, libertà e giustizia.

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