Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998; è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Recensione a: J. Dupuis, Storia della paternità, Edizioni PaginaUno, Milano 2022, pp. 270, € 24,00.

La paternità umana è un’invenzione della società? Jacques Dupuis, vestendo i diversificati e simultanei panni di storiografo, geografo, etnologo ed antropologo, disegna l’esistenza di un’”età aurea” della condizione muliebre in cui la donna, genitrice unica, è investita della somma stima in qualsivoglia sfera del vivere sociale, giacché dotata di un’investitura proto-sacrale.

Ovvero? L’assunto è: gli uomini primitivi sono totalmente all’oscuro dell’idea di paternità e nemmeno tangenzialmente nutrono il sospetto che la procreazione incominci nell’attimo stesso dell’unione sessuale. In fondo,

Nessun essere vivente è in grado di conoscere le condizioni fisiologiche della procreazione se non gli vengono rivelate. Gli animali si accoppiano per istinto, totalmente inconsapevoli delle finalità procreative dell’atto; altrettanto avveniva per l’uomo primitivo.

Quali le ripercussioni in seno alle società? La paternità è un “prodotto” socio-culturale, affatto innato oltre che, forse, profondamente limitante e foriero di gabbie morali. L’emerito professor  Dupuis, facendo leva su un accurato studio delle mitologie antiche, nonché tessendo meticolosamente testimonianze etnologiche, reputa che l’esatta assunzione di coscienza della paternità sia stato un poderoso ed ineluttabile propulsore di un’inesorabile rivoluzione sociale. Un rivolgimento tanto vigoroso da bombardare la struttura ossea dei nuclei familiari delle origini, da minare la libertà sessuale, da ridefinire le religioni tutte?

L’introduzione del concetto di paternità produrrà profondi mutamenti nella vita religiosa. Al concetto primitivo di Dea Madre, simbolo e agente della fecondità, subentra infatti una concezione dualista, che unisce i due sessi nella procreazione: le divinità androgine e le coppie divine sono caratteristiche di questo periodo […] i cambiamenti del mondo divino riflettono l’evoluzione sociale, il pantheon preosiridiano si trova superato da una nuova generazione di dei e di dee; questi nuovi dei, la cui morale si base su quella della famiglia patrilineare, sono in opposizione con la concezione orgiastica della vita religiosa.

C’è una data a cui riferire siffatta deflagrazione? Il V millennio, parrebbe. Tardi, dunque, e con una connotazione appena accennata nelle culture greca, indiana e cinese. Il prima è caratterizzato dal “libero appagamento del desiderio”. Il dopo fotografa lo spodestamento delle teogonie primitive e la nascita della “famiglia” così come oggi convenzionalmente intesa ma anche “il timore di quei tabù, quali l’incesto, la prostituzione, l’omosessualità” ma anche, ancora, il progressivo ridimensionamento della figura femminile o meglio della sua uterina aurea magica.

Saggio beffardo rispetto a quanto i più ritengono assodato, istintivo, naturale: il padre in dualismo generativo. Saggio agli antipodi dell’antropologia “fissista”, fiera propugnatrice del “flusso cronologico”. Saggio densissimo, nato dall’incontro di un avventuriero del pensiero quale Dupuis con Paul Masson-Oursel e con André Varagnac,  per i costanti rinvii alle sempre affascinanti culture orientali. Come dimenticare, d’altro canto, che Dupuis ha sistematizzato altresì un metodo didattico improntato proprio sulla cultura indiana?

Sfogliando le pagine di Storia della paternità qualcuno potrebbe forzatamente immaginare un Dupuis che, con prosa chiarissima, auspichi un ritorno ad una fase pre-eroica, frequentata da donne al timone, dedite al piacere sessuale, e uomini-ancelle, oltre che di figli liberi da vincoli di familiarità. Non è questo l’intento, sembra. Si tratta, invece, di un sofisticato itinerario nella storia dell’uomo, dagli umanidi a noi, e del suo comportarsi in società, agendo in comunità. Il piglio non è mai censorio, inquisitorio o inutilmente severo rispetto a usi, costumi e consuetudini lontani nel tempo e nello spazio. Il fine è tracciare un excursus antropologico, ridiscutendo quanto interiorizzato come “ovvio”. Il professor Dupuis ragiona serratamente sul concetto di “stabilizzazione” introdotto dalla paternità, illuminandone anche ed inoltre i paletti che fissa in società istituzionalizzate come la nostra.

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