Alfonso Lanzieri (1985) ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Presso lo stesso ateneo è attualmente docente a contratto di Bioetica. È inoltre borsista di ricerca presso l’Università del Molise. Dal 2016 è docente incaricato presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’ISSR “Duns Scoto” di Nola-Acerra. È docente di ruolo di Filosofia e Storia nei Licei. Si interessa principalmente di filosofia morale e filosofia della mente. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste nazionali e internazionali. La sua ultima monografia è Il corpo nell'anima. Henri Bergson e la filosofia della mente (Mimesis, 2022).
Recensione a: R. Della Seta, Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 425, € 28,00.
In un tempo in cui il pacifismo viene spesso evocato più come riflesso emotivo che come categoria politica, il recente libro di Roberto Della Seta ha il merito di ricostruire la genealogia complessa e contraddittoria di un’idea che attraversa culture, secoli e crisi globali. L’autore, già senatore del Partito Democratico, presidente nazionale di Legambiente e impegnato nella ricerca storica, sottrae la pace alla sua retorica più fragile – quella delle anime belle che parlano “contro la guerra” senza interrogarsi sulle condizioni concrete della non-violenza – e la riporta nel terreno più accidentato, ma più vero, della storia.
Dal dialogo a distanza tra Thoreau e Tolstoj alla rivoluzione gandhiana del satyagraha, dal pacifismo cristiano dei primi secoli della Chiesa alle radici moderne del pensiero pacifista, fino alle sue metamorfosi nell’età della bomba atomica, il libro mostra come la pace non possa essere un’utopia astratta, bensì una pratica esigente, spesso contraddittoria, sempre politica. Il libro si apre con l’idea che il pacifismo esista ben prima della parola che lo nomina: «Preparata da pensieri filosofici, religiosi che hanno occupato per secoli la storia delle idee dentro le più varie tradizioni culturali, la visione della pace non più come intervallo tra guerre – così nella storia dell’uomo per millenni – ma come condizione permanente eticamente auspicabile e politicamente realistica, prende forma esplicita e consapevole nel corso del Settecento» (p. 11). Se è vero che l’uomo, purtroppo, ha sempre fatto la guerra, elaborando per essa teorie sofisticate e giustificazioni di ogni sorta, è anche vero che il pensiero della pace ha occupato la mente e il cuore di molti, per molti secoli.
Su questo sfondo, l’Autore introduce due figure cardine della modernità pacifista, gli scrittori Henry David Thoreau e Lev Tolstoj, presentati quasi come due archetipi da cui si dipartono altrettante linee parallele di opposizione alla violenza. Thoreau fonda la tradizione della disobbedienza civile: l’individuo deve rifiutarsi di collaborare col male operato dal proprio Stato; tuttavia, credeva anche che, a determinate condizioni, la violenza al servizio della giustizia fosse eticamente preferibile a un’opposizione passiva, soltanto enunciata, nei confronti di uno Stato ingiusto. Tolstoj, invece, è il profeta del pacifismo assoluto: per lui la guerra è il male in forma pura. Né la violenza né la resistenza attiva alla violenza sono mai giustificabili: il suo no all’uso della forza è radicale e senza sfumature. Il capitolo che li affianca è rivelatore perché mostra come il pacifismo non sia un blocco unitario, ma un ventaglio di posizioni che hanno in comune il rifiuto della forza come principio politico, con differenti gradi di radicalità.
Tra i lettori di Tolstoj vi fu un certo Mohandas Karamchand Gandhi, il quale, ispirato dalle posizioni dell’intellettuale russo, divenne il leader del movimento politico per l’indipendenza dell’India, che faceva della non-violenza il principio della propria azione. Della Seta ricostruisce con cura la parabola gandhiana, più complessa di come spesso venga raccontata: dall’ispirazione tolstoiana alla costruzione di una disciplina politica fatta di scioperi, marce, boicottaggi, disobbedienza civile. Gandhi, più che un sognatore, è un tecnico della non-violenza. Della Seta insiste giustamente sul fatto che la non-violenza gandhiana non è remissività: è un conflitto. Un conflitto, però, condotto con mezzi diversi dalla violenza. Per Gandhi la non-violenza era la via maestra per opporsi all’ingiustizia, ma il non agire contro l’ingiustizia era una scelta peggiore anche del combatterla con la violenza. Come dirà Martin Luther King, richiamato nel libro proprio in riferimento al pensiero di Gandhi: «Il pacifismo non è non-resistenza al male, ma resistenza non-violenta al male. Fra le due posizioni c’è enorme differenza» (p. 54).
Interessante, in questa linea, anche il ritratto di Mandela, che eredita la filosofia gandhiana ma non ne accetta i limiti. Mandela abbraccia il principio della resistenza non-violenta voluto dall’African National Congress, ma a un certo punto – scrive lui stesso – arriva un tempo in cui la forza bruta dell’oppressore rende insufficiente la sola protesta. In questo scarto tra Gandhi e Mandela si vede il cuore della tesi del libro: il pacifismo è una pratica contestuale, non una religione dell’assoluto.
Facendo un passo indietro, Della Seta tenta di ricostruire le radici occidentali del pacifismo attraverso un percorso ampio: dallo stoicismo cosmopolitico al cristianesimo delle origini, fino all’Illuminismo e a Kant. Senza Kant, sottolinea l’Autore, il pacifismo sarebbe rimasto solo un sentimento morale: con lui diventa un progetto giuridico-politico, un’architettura istituzionale. In questo frangente, Della Seta è abile a mostrare il paradosso: la cultura che ha generato l’ideale di pace universale è la stessa che non ha evitato due guerre mondiali devastanti. Attraverso capitoli molto interessanti sul pacifismo nazionalista di inizio ’900 (che oggi sembra avere una riedizione nel pacifismo sovranista) e sul rapporto tra pacifismo e socialismo, si giunge alla seconda guerra mondiale e all’era atomica, epoca della deterrenza, della paura globale, dei movimenti per il disarmo. Suggestivo, in questa cornice, il raffronto tra le elaborazioni del pensiero cattolico — in particolare quelle del magistero di Giovanni XXIII e Paolo VI — e quelle del pensiero laico, che trovano in Norberto Bobbio uno degli interpreti più autorevoli: a entrambe le linee Della Seta dedica pagine attente, sia sul piano storico sia su quello concettuale.
Il capitolo finale, Pacifismo impuro, tratta delle vicende del movimento pacifista degli ultimi decenni: dalla guerra in Vietnam al conflitto in Ucraina ancora in corso, passando per quello della ex-Jugoslavia. Qui Della Seta pone l’accento anche su quella che definisce una forma di «pacifismo strabico», selettivo e incoerente, che condanna la violenza solo quando proviene da una parte – gli Stati occidentali – mentre tollera, giustifica o ignora quella esercitata da chi si professa nemico o alternativo al modello democratico e capitalista. È un pacifismo a geometria variabile, che applica i propri principi in modo asimmetrico e perde quindi universalità morale.
Una forma di questo strabismo si può associare, ad esempio, al movimento dei “partigiani della pace”, nato subito dopo la seconda guerra mondiale e promosso dal Partito comunista: il movimento, nell’epoca del confronto Usa-Urss, presentò gli Stati Uniti come vera minaccia per la pace mondiale, con un evidente pregiudizio ideologico. Sono noti, del resto, i contatti stretti tra i “partigiani della pace” e il regime sovietico.
Lo strabismo antioccidentale e filosovietico del pacifismo a trazione comunista — scrive Della Seta — incarnato dai partigiani della pace troverà palese conferma nel sostegno incondizionato che i partiti comunisti dell’Europa occidentale diedero negli anni ’50 alla repressione sanguinosa da parte sovietica delle rivolte popolari contro i regimi vassalli di Mosca al potere nella Germania orientale e in Ungheria (p. 363).
La complessità dell’ideale pacifista – che soffre tanto delle semplificazioni di chi lo riduce a utopismo infantile quanto di quelle di chi lo deforma in remissività ideologica al male – appare tanto più evidente se ci si avvicina alla figura di Alexander Langer, tra i leader più importanti del movimento pacifista europeo negli ultimi decenni. L’inizio delle guerre etniche nella ex-Jugoslavia segnò un punto di svolta nella sua riflessione. La tragedia che cominciava a consumarsi nei Balcani richiamava per lui due temi difficili: il rapporto tra sovranità degli Stati e ingerenza umanitaria, e quello tra non-violenza e forza coercitiva del diritto. Temi controversi, tanto più per il mondo pacifista. Di fronte alle guerre jugoslave, infatti, il pacifismo europeo si divise «tra il no a qualunque ipotesi di ingerenza armata nei conflitti in corso, anche se sotto le insegne dell’Onu, giudicata inconciliabile con i valori del pacifismo e della non-violenza, e l’interventismo umanitario di chi – come Langer – riteneva che quanto più le guerre etniche nella ex-Jugoslavia producevano massacri indiscriminati di civili, tanto più diventava eticamente – e si può aggiungere: “pacifisticamente” – indispensabile intervenire anche con le armi per fermare quella catastrofe umanitaria» (p. 391).
In conclusione, il libro propone un’immagine del pacifismo lontana dagli stereotipi: non un dogma, non un assoluto morale, non un’ideologia, ma un lavoro faticoso dentro la complessità del mondo, che non evade dall’ambiguità, non rifiuta la responsabilità e non confonde la scelta della pace con la rinuncia alla politica che resiste al male. È, in fondo, un invito a riconoscere che la pace è fragile, concreta, sempre da costruire. Non un sogno che consola, ma un compito che obbliga. In questa sede, solo in minima parte abbiamo potuto seguire il ricco percorso di Della Seta: l’invito è che lo facciano altri, se vogliono approfondire un tema importante per la storia a noi contemporanea.
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