Katiuscia Vammacigna, nata e cresciuta a Brindisi, si laurea in Filosofia a Lecce, specializzandosi a Parma, dove insegna per diversi anni. Tornata a Brindisi, si dedica a passioni quali scrittura, teatro, filosofia. Frequenta corsi di scrittura creativa e partecipa a diversi concorsi letterari. Nel 2018 si classifica seconda nel concorso letterario Verso l’altro, promosso dall’associazione Jonathan di Brindisi, con il racconto La mia terra non ha nome. Sempre nel 2018 riceve una menzione di merito per il Premio Letterario Nazionale Città di Mesagne con il racconto Odore di salsedine su Tunisi. Si definisce ironica, appassionata e curiosa di indagare ancora sè stessa e il mondo attraverso la scrittura.

Recensione a
B. Mustafaj, Albania. Tra crimini e miraggi
Castelvecchi, Roma 2019, pp. 216, €18.50.

Oh! La mia anima piange di disperazione,
La mia anima di poeta […]
Ma devo credere che il bronzo ingannatore delle statue
Sia riuscito a uccidere […]
Il sogno meraviglioso della libertà?

B. Mustafaj, 10 gennaio 1991

Nella poesia Il tempo della sofferenza Besnik Mustafaj esprime la sofferenza del poeta che si chiede se per il suo popolo il sogno della libertà fosse morto. Politico e scrittore albanese, tra i fondatori del Partito democratico albanese, Besnik Mustafaj nel suo libro Albania. Tra crimini e miraggi vuole spiegare la metafora della transizione dell’Albania da un passato di criminale dittatura al miraggio della democrazia e della libertà. L’autore accompagna così il lettore dentro la storia, ai più sconosciuta, del suo popolo e del suo Paese. «L’Albania era una delle nazioni più antiche del Continente […], un popolo dalle alte virtù» (p. 16).

Essa ha vissuto la schiavitù sotto tre Imperi: romano, bizantino e ottomano. Coinvolto nella diaspora nei Balcani, ha conosciuto l’occupazione fascista. Ma la liberazione da millenni di occupazione straniera, non è coincisa con la libertà. La bandiera rossa ha preso il posto della bandiera uncinata, sotto l’egida del Partito comunista di Enver Hoxha, segretario del Partito del lavoro d’Albania, primo ministro della Repubblica Popolare Socialista d’Albania dal 1944 al 1954, rivoluzionario e marxista-leninista, sviluppò gli insegnamenti di Marx, Lenin, Stalin. Fondatore del Partito Comunista d’Albania (dal 1948 Partito del Lavoro), fu di fatto il dittatore dell’Albania dal 1944 fino alla sua morte, avvenuta nel 1985. Hoxha voleva «costruire la società socialista pura» (p. 101), ricorrendo a simboli che si infiltrassero nelle strutture della società albanese. E così, «il Big Brother socialista conquistò tutte le città dell’Albania» (p. 102).

«Grandi cartelloni con il suo ritratto, si trovavano ovunque» (p. 104). A Tirana, Hoxha fece innalzare una gigantesca statua di Stalin, «l’autore più studiato […] dopo Enver Hoxha» (p. 104). La propaganda si traduceva nella frase: «Il popolo fa ciò che dice il Partito, il Partito fa ciò che vuole il popolo» (p. 31). La fedeltà del popolo era sancita dallo slogan: «Lunga vita, Enver Hoxha» (p. 32). E «come quelle belve della giungla che ipnotizzano la loro preda prima di colpirla, così il regime dittatoriale ipnotizza l’individuo […], provocando in lui un’ubriacatura dell’intelletto» (ibid.), in una sorta di obnubilamento. Mustafaj ripercorre la storia albanese, dall’insediamento del Partito del Lavoro di Hoxha al governo filo-dittatoriale di Ramis Alia, uno dei maggiori dirigenti del Partito e dello Stato, stretto collaboratore del compagno Enver Hoxha, a cui successe al momento della sua morte, nel 1985, nella guida sia del Partito sia del Paese, Si giunge infine al Partito Socialista di Edi Rama.

L’Autore sottolinea come la rottura di Hoxha con l’Urss, spingerà l’Albania nelle braccia del comunismo cinese e della sua Rivoluzione culturale. A dire il vero, Mustafaj denuncia una scarsa conoscenza della storia albanese, evidente nella domanda rivoltagli dai giornalisti nel 1990, sul perché in Albania non ci fosse stata una intellighenzia di opposizione. La dissidenza albanese era stata annientata dal Terrore rosso, già nel secondo dopoguerra, perseguendo gli intellettuali e gli oppositori parlamentari al Partito Comunista, dichiarati nemici del popolo e condannati a morte. Già alla fine degli anni Quaranta, l’intellighenzia «bisognava crearla dal nulla» (p. 38). Hoxha si circondò di intellettuali allevati nelle scuole staliniste dell’Urss, insediati poi come professori nell’Università, per trasmettere il diktat ideologico ed educare le masse al comunismo. Durante la dittatura vi era un’unica casa editrice e due quotidiani, entrambi controllati dal Partito. Per gli albanesi «i viaggi all’estero erano avvenimenti […] memorabili quanto il matrimonio o la morte» (p. 43). Il confine era circondato da filo spinato e presidiato. Le porte dell’Albania erano chiuse alla stampa e alla tv straniera. E la morte di Hoxha nel 1985 avviò solo una parziale demistificazione, perché il suo potere continuò a vivere nel mito, alimentato da Ramis Alia. Solo nel 1990, i rivolgimenti dell’autunno del 1989 nei Paesi dell’Est, si rifletterno in Albania, con gli assalti alle effigi di Stalin nelle piazze, oscurando lo sguardo del Grande fratello sul Paese delle aquile. Ma la primavera albanese tardava ad arrivare. Nell’autunno del 1990, il Paese era «ancora avvolto dalla rete di ferro della dittatura» (p. 66).

All’origine del processo di rovesciamento della dittatura ci fu la protesta di un gruppo di giovani universitari di Tirana, sostenuti da una intellighenzia che faceva capo a Sali Berisha, noto cardiologo albanese, che si fece promotore, insieme alla nascente intellighenzia, del pluralismo democratico, soprattutto durante le manifestazioni studentesche del 1990, Azem Hajadari che, studente della Facoltà di Scienze politiche e giuridiche, fu il primo organizzatore delle manifestazioni degli studenti e partecipò alla fondazione del Partito democratico l’11 dicembre 1990, per essere poi eletto vicepresidente nel primo congresso, e lo stesso Besnik Mustafaj.

L’8 dicembre 1990 ci fu la prima grande rivolta universitaria degli studenti di Tirana che chiedevano a Ramiz Alia un miglioramento delle condizioni di vita nell’Università, ma anche rivendicazioni politiche. Mustafaj ricorda come egli, Sali Berisha, Granoz Pashko (che era professore della Facoltà di Economia dell’Università di Tirana e promotore del pluralismo, nonché uno dei fondatori del Partito democratico albanese) risposero all’appello degli studenti, dando avvio ad una grande manifestazione di dissenso contro la dittatura. «Era il risveglio della speranza defunta» (p. 73). Molti dimostranti, dichiarati nemici del popolo, furono percossi e arrestati. Si temeva una Tienanmen albanese. Quel sabato e quella domenica di dicembre del 1991 furono l’ultimo weekend della dittatura albanese. Il popolo «aveva superato l’ondata di […] stordimento» (p. 89).

L’11 dicembre fu legalizzato il pluralismo. Mustafaj dovette riconoscere che nessuno di loro sapeva come costruire ex novo, un partito in grado di debellarne un altro «che aveva piantato i suoi artigli in tutte le cellule della società albanese» (p. 89). Ma sapevano di volere un Partito democratico. Ismail Kadare, scrittore e dissidente albanese, dal suo esilio a Parigi, disse: «Il fiore è sbocciato in inverno» (p. 98). Mustafaj, però, sapeva bene che «la stagione invernale era ai suoi inizi e che l’inverno sarebbe stato così duro da gelare quel fiore» (ibid.). La statua di Enver Hoxha fu abbattuta il 20 febbraio 1991: «era stato sradicato una volta per tutte da Tirana […]. E dal cervello arrugginito della gente […]. I terribili morti […] erano morti davvero» (p. 136). Il 31 marzo 1991 si tennero le prime elezioni liberali e Ramiz Alia subì «l’onta della sconfitta» (p. 142). Il partito comunista fu ribattezzato socialista e con la fondazione del Partito democratico, esplose di fatto la primavera albanese. Poche settimane prima di quel 31 marzo migliaia di albanesi avevano assaltato le navi nei porti, spingendole verso il loro Eldorado, ovvero i porti di Brindisi e Bari. Non era solo una questione di vicinanza geografica: «essi non potevano andare in nessun altro luogo, se non là dove, per anni era giunto il miraggio della vita agognata» (p. 159).

Era la prova che il passaggio dalla dittatura alla democrazia aveva rappresentato per gli albanesi un trauma morale, psicologico, politico. Nell’estate del 1991 l’Italia decretò un programma di aiuti per l’Albania, proprio quell’Italia verso cui Hoxha, aveva alimentato risentimento, erigendo «una cortina di ferro sul mare», per impedire lo scambio culturale tra le due coste (p. 149). Mustafaj denuncia la superficialità di alcune inchieste dei giornalisti italiani, in cui si sosteneva erroneamente che la maggior parte degli albanesi conoscevano bene l’italiano. L’italiano non si insegnava in nessuna scuola albanese, ma era quello imparato dagli spettacoli della Rai e delle tv private pugliesi. E l’Italia, come la democrazia, era solo un miraggio. La conoscenza dell’Italia non poteva ridursi agli spettacoli della Carrà e la democrazia richiedeva volontà e fatica. Bisognava assumersi l’impegno di ripulire le menti «dalle rosee immagini giunte dalle televisioni italiane» (p. 158). Oggi lo Stato albanese sta costruendo il suo futuro e ambisce a diventare un interlocutore politico, economico, culturale. Mustafaj sottolinea come tra Albania e Italia sia stata avviata un programma di scambi culturali e scientifici, basata su aiuti reciproci. L’antica amicizia tra i due popoli è stata ricucita e la cortina ideale innalzata da Hoxha è stata abbattuta. Il cammino albanese verso la democrazia ha intrapreso un nuovo viaggio sul mare, questa volta verso il suo futuro europeo.

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