Caporedattore

Antonio Messina è laureato in Scienze Storiche all’Università di Catania, con una tesi sul socialismo arabo di Gamal Abd el-Nasser, è attualmente Ph.D. Student in Scienze Politiche (XXXVI ciclo) presso l’ateneo catanese. Ricopre il ruolo di caporedattore del semestrale «Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee», da lui fondata; è socio della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO) e dell’Istituto euro-arabo di Mazara del Vallo. È membro del comitato scientifico della rivista «La Razón histórica: revista hispanoamericana de historia de las ideas políticas y sociales». I suoi principali interessi concernono la filosofia politica, la geopolitica, e la storia delle dottrine politiche, con particolare riferimento alla storia intellettuale dei regimi autocratici. Tra le sue pubblicazioni: L'economia nello stato totalitario fascista (Ariccia 2017); Giovanni Gentile. Il pensiero politico. Scritti e discorsi 1899-1944 (Roma 2019).

Se è vero che tutti gli insegnanti sono chiamati a svolgere un ruolo di altissima responsabilità, una funzione particolarmente rilevante – e direi quasi centrale e delicata – spetta al docente di lingua e letteratura italiana. Una tale importanza deriva dalla constatazione che la lingua – scritta e parlata – è il fondamento sociale di una comunità umana, il substrato connettivo di una molteplicità di individui ed elemento fondante di una cultura. Attraverso la lingua gli individui possono entrare in relazione tra loro, esprimere i propri pensieri e le proprie opinioni, essere cittadini. Da sempre la lingua è stata un parametro fondamentale con cui misurare l’adesione alla comunità e l’acquisizione dei relativi diritti. È noto che nell’antica Grecia, culla della civiltà occidentale, il barbaro (bárbaros, ovvero “balbuziente”) era definito colui che parlava una lingua differente da quella dei greci, e perciò considerato privo di cultura e indegno di partecipare alla polis.

È attraverso il linguaggio che docente e discente entrano in relazione, ed è attraverso la comunicazione che si realizza quella comunione spirituale senza la quale non vi sarebbe crescita reciproca, né educazione. Per una pura e semplice trasmissione di nozioni, infatti, basterebbe sostituire gli insegnanti con delle sofisticate “intelligenze artificiali”. Una tale ipotesi è stata ventilata da Anthony Seldon, vicerettore dell’Università di Buckingham, il quale ha ipotizzato che entro il 2027 i robot si sostituiranno ai docenti all’interno delle nostre aule scolastiche[1]. Probabilmente sarà molto rassicurante per i genitori sapere che nei prossimi decenni macchine senza cuore si prenderanno amorevolmente cura della loro prole.

Ma vi sono, al momento, altre sfide che attendono il docente di italiano. Costui deve infatti misurarsi con l’evoluzione e i mutamenti della lingua, con il progressivo impoverimento del linguaggio e con l’ibridazione – sempre più massiva e pervasiva, perché veicolata dall’alto – della lingua, che avviene in modo particolare con l’implementazione di anglicismi. L’insegnante di italiano è costretto a misurarsi con l’evolversi del tempo, che sempre più estranea alla coscienza dei più giovani la prosa di scrittori anche a noi contemporanei, cercando in qualche modo di porvi un argine. Il progressivo impoverimento del linguaggio, infatti, facilitato da una costante disaffezione per la lettura e dall’uso sempre più massiccio delle nuove tecnologie, determina un abbassamento delle capacità cognitive e un minore spirito critico. Ma poiché arduo compito dell’insegnante è quello di formare uomini liberi e spiriti critici, in contro-tendenza rispetto ad un sistema che tende ad inculcare nozioni funzionali alla formazione di lavoratori-schiavi che soddisfino le richieste di mercato, è necessario che egli adoperi delle nuove strategie suscettibili di fare breccia nei cuori dei più giovani.

Prima di elencare alcune di queste strategie è doveroso fare due precisazioni: 1. Chiarire quali sono i compiti dell’insegnante; 2. Sfatare il mito, ideologico e distruttivo, dell’uguaglianza.

1. Tutti concordano nel definire la scuola come il centro motore di un paese[2]. È una frase tanto affascinante quanto ambigua e controversa. La scuola come “motore del paese” potrebbe significare la scuola come “ingranaggio” della più ampia macchina produttiva del capitalismo, quindi impegnata a fornire ai discenti quelle conoscenze, abilità e competenze utili alle richieste del mercato. Una scuola utilitaristica, che mortifica lo spirito per formare materialisticamente degli uomini-macchina, dei “produttori” e “consumatori” ormai privi di spirito critico. A questa concezione se ne oppone un’altra, che concepisce la scuola come “centro di cultura”, palestra di idee, e che mira a riscoprire il senso dell’educazione, intesa come “introduzione” al mondo. In questo modo di concepire la scuola l’insegnante è colui che lavora sulla mente e sullo spirito dei giovani, forma gli uomini e li introduce nel mondo. Educazione, quindi, come educĕre, tirar fuori ciò che si trova dentro l’animo di ogni uomo, perché possa scoprire il mondo, piegarlo alla propria volontà (non volontà empirica e capricciosa, ma etica) ed essere davvero libero. In questo senso:

l’insegnante porge il mondo e aiuta lo studente ad elaborare il proprio, personale senso critico, la propria genialità, i talenti di cui dispone. L’insegnante come strumento consapevole per alunni che crescono nella consapevolezza.

All’insegnante si chiede di non essere solo un tecnico dell’insegnamento/apprendimento, ma un entusiasta, un appassionato attore in grado di interpretare il proprio ruolo suscitando entusiasmo, e sensibile al punto da sapere entrare in empatia con i suoi allievi tanto da rendere essi stessi attori della propria crescita. L’insegnante deve essere sostenuto nella sua crescita professionale (si pensi alla didattica e ai contributi che ad essa pervengono dalla psicologia, dalla pedagogia, dalle neuroscienze), ma anche nella sua crescita personale attraverso stimoli che lo conducano ad una sempre più profonda conoscenza di sé, via maestra verso quella ricerca di senso che accomuna le persone. È indubbio, infatti, che non si possa essere un buon insegnante se non si è anche una “bella” persona. Allora, “fare l’insegnante” non significa identificare le tecniche che rendono migliore l’esercizio del mestiere di insegnante, ma aiutarlo a costruire la mente razionale ed emotiva che rende possibile il “fare l’insegnante”[3].

2. Non è vero che tutti gli alunni sono uguali. Ogni discente proviene da contesti differenti, mostra diversi livelli di capacità e ha modi diversi di apprendere. Capacità del docente deve essere quella di individuare e valorizzare queste diversità, calibrare le sue tecniche di insegnamento al fine di valorizzare le individualità e le specificità di ognuno, con passione, consapevolezza e amore. Nessun insegnante potrà mai essere all’altezza del suo compito senza la virtù dell’amore che sorregge la sua opera. Amore per la conoscenza, l’educazione, la cultura, il confronto, la critica. È in quella unione tutta spirituale di allievo e maestro che si disvela la radice dell’amore come atto di crescita e di consapevolezza. Partire dall’assunto che l’insegnante si ritrova spesso di fronte a discenti e classi diametralemente diverse lo aiuterà ad adattare, di volta in volta, le diverse strategie di insegnamento.

E veniamo ora ad un paio di modeste proposte, a lungo meditate e messe in pratica con l’esperienza.

1. Laboratorio di lessicologia

 Ogni docente di italiano dovrebbe implementare un piccolo laboratorio di lessicologia all’interno della sua programmazione didattica. Questo è un primo argine all’impoverimento della lingua e un aiuto alla scoperta o riscoperta di parole ormai desuete o sconosciute ai più giovani. Gabriele d’Annunzio si vantava di aver utilizzato 40mila parole diverse nella sua ricca produzione letteraria, cioè un numero maggiore a quello di tutti i suoi “colleghi” del passato e del presente, compresi i poeti stranieri (lo stesso Dante Alighieri ne aveva utilizzate 12mila)[4].

Tullio De Mauro ha scritto che

mediamente […] i bambini passano dal possesso produttivo e orale di 8 parole diverse (nelle loro varie forme flesse) a 12 mesi a 32 parole a 16 mesi, 54 parole a 17-18 mesi, circa 130 parole a 19-21 mesi (con minimi inferiori a 10 parole e massimi di quasi 500), quasi 500 a 2 anni e mezzo […]. Possiamo ipotizzare con buon fondamento che in uscita dalla scuola di base gli alunni per almeno il 70% posseggano mediamente e tendenzialmente sia le 2000 parole del vocabolario fondamentale italiano, sia gran parte degli altri circa 5000 lessemi del vocabolario di base, sia un certo numero (centinaia?) di lessemi delle circa 40.000 parole del vocabolario comune. Tra uscita dalla secondaria superiore e ingresso nell’università il bagaglio lessicale medio può farsi ascendere a 20.000 parole circa, beninteso per chi appunto giunge al termine della secondaria e si avvia all’università. Coloro che sono alle soglie della laurea o l’hanno appena ottenuta (dunque una minoranza ristretta delle leve anagrafiche) conoscono il significato di circa 60.000 (laureati in scienze della comunicazione) o 75.000 parole (laureati in giurisprudenza). Essi posseggono cioè la conoscenza ricettiva di metà circa dei lemmi registrati da un comune dizionario monovolume[5].

Da questi dati emerge piuttosto chiaramente l’“emergenza lessicale” che stiamo vivendo. Si suppone che uno studente che abbia terminato la secondaria superiore (bisognerebbe poi vedere se un liceo o un istituto tecnico) abbia un bagaglio lessicale medio di 20mila parole circa. Ma quante di queste parole finiscono nel dimenticatoio? E quante di queste vengono effettivamente utilizzate quotidianamente?

Secondo una ricerca condotta da Tony McEnery (Università di Lancaster), dei40 mila vocaboli che i giovani inglesi hanno a disposizione ne utilizzano quotidianamente solo 800[6]. Si tratta di un dato che si può verosimilmente estendere anche ai giovani italiani. E si tratta di un numero infinitesimale, se si pensa che il patrimonio lessicale italiano (comprensivo delle flessioni dei singoli lessemi) consta di oltre 2 milioni di parole[7].

Povertà di linguaggio significa povertà di pensiero. Attraverso il linguaggio produciamo concetti, operando quella che possiamo definire una «concettualizzazione» del mondo. Non ci limitiamo a descrivere il mondo, ma arriviamo persino a crearlo. Le parole danno forma, significato e immagine al nostro modo di vedere il mondo. Il linguaggio è quindi uno strumento creativo: descrive, analizza, foggia la realtà in cui viviamo. Per questo la lingua ha una funzione trasformatrice e disvelatrice. Una lingua povera diviene impotente, appiattita alle logiche dell’esistente. Non è più artefice del mondo, del cambiamento, del rinnovamento. Non coglie le sfumature, le differenze, il bello che può essere colto dalla ricchezza comunicativa. Una lingua povera, ridotta all’essenziale, diviene qualcosa di molto simile alla neolingua descritta da Orwell quale strumento esplicitamente votato al depauperamento del pensiero: «La Neolingua era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero; si veniva incontro a questo fine appunto, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole». «Tutte le ambiguità e sfumature di significato erano state completamente eliminate». «Ogni riduzione [del vocabolario] rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta e più limitata era la tentazione di lasciare spaziare il proprio pensiero».

L’impoverimento del linguaggio è la via che conduce all’uniformità, all’omologazione e all’appiattimento spirituale. Riducendo il linguaggio si riduce la possibilità di trasmettere pensiero, idee, concetti, sfumature, sentimenti. Il risultato è quell’analfabetismo emotivo e afasico di cui ha parlato Giovanna Cosenza (Università di Bologna), nel senso che gli studenti diventano incapaci di esprimere i propri sentimenti, non perché non vogliano farlo, ma «perché hanno un lessico talmente limitato che li spinge al silenzio»[8].

Un linguaggio povero di traduce, come ha scritto Daniela Mastracci, in

appiattire l’apprendimento, limitare le conoscenze, e di conseguenza limitare le possibilità di pensare, ragionare, criticare, modificare. Wittgenstein diceva «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo». Non mi pare che siamo lontani da questa illuminante proposizione. Scuola è ampliare o limitare il nostro mondo? Ovvero comprenderlo oppure subirlo? Trasformarlo oppure perpetuarlo? Attenzione alla sempre verde categoria di “egemonia”: chi la detiene, per ottenere cosa, come? Ridurre complessità in che direzione opera? Apparentemente in quella della presa concettuale sul reale. Ma può nascondere l’inganno di una semplificazione cui invece il reale si sottrae, rimane nascosto e perciò inamovibile[9].

Il consiglio ai docenti è di spiegare ogni giorno una o più parole, soffermandosi sulla loro etimologia, magari attraverso la lettura in classe di testi letterari. E poi, perché no, somministrare delle periodiche verifiche per assicurarsi che quelle parole siano state effettivamente assimilate.

2. Implementare la lettura di un testo nella programmazione didattica

Pochi sono i docenti che sanno stimolare i discenti alla lettura di buon libro e ancora di meno coloro che vanno oltre una generica esortazione alla lettura, implementando un mirato e ponderato laboratorio di lettura all’interno della programmazione didattica. Anche in questo caso le statistiche sono sconfortanti: nel 2018 solo il 40,6% della popolazione ha dichiarato di leggere almeno un libro all’anno[10]. Una percentuale irrisoria se confrontata con l’88% dei lettori francesi o l’86% dei lettori inglesi[11].

Occorre che l’insegnante spieghi ai suoi studenti che leggere non serve soltanto ad acquisire nozioni, ma soprattutto a potenziare le proprie capacità cognitive, stimolare pensieri e creatività, acquisire un lessico variegato.

Mens sana in corpore sano. Nella società dei consumi si impiegano tempo e denaro al miglioramento del proprio fisico, per essere più appariscenti, per eliminare le più piccole tracce di imperfezioni estetiche. Ma davvero pochissimo tempo viene impiegato per fortificare la mente e allenarla attraverso la lettura di un buon libro. Social network, videogiochi e apparecchiature tecnologiche di vario tipo assorbono quasi interamente la vita dei più giovani. Con il boom della rivoluzione dei mezzi di comunicazione di massa il politologo Giovanni Sartori aveva prefigurato l’avvento dell’homo videns. Per Sartori si trattava di una involuzione, perché segnava il passaggio dalla scrittura all’immagine, con i conseguenti effetti deleteri sul pensiero dell’uomo, ossia l’atrofizzazione intellettuale e l’incapacità di creare una propria opinione. In brevissimo tempo l’uomo è stato in grado di compiere una ulteriore involuzione, passando dallo stadio di homo videns a quello di homo digitalis. O meglio, evoluzione per alcuni e involuzioni per tutti gli altri, rimasti schiacciati sotto il peso del cambiamento. Il libro è stato la vittima sacrificale del passaggio evolutivo, ormai soppiantato dagli ebook (nella migliore delle ipotesi) o accantonato e sostituito dagli smartphone. Ma sarebbe pur ora di rispolverarlo, iniziando proprio dalla scuola.

Il docente dovrebbe assegnare la lettura di un libro e assicurarsi – con i mezzi in suo possesso – che quella lettura sia andata a buon fine. Esercitazioni periodiche, questionari, interrogazioni e domande sul libro scelto, con tanto di valutazione. Perché nel XXI secolo leggere non dovrebbe più essere solo una opzione, ma un vero e proprio dovere di ogni uomo degno di siffatto nome.

 Note:

[1] https://www.orizzontescuola.it/docenti-nel-2027-potrebbero-essere-sostituiti-da-avatar/

[2] http://www.reporterscuola.it/site/MIUR/la-scuola-motore-del-paese-sintesi.html

[3] https://www.euroedizioni.it/198-notizie/697339-fare-l-insegnante.

[4] «La ricerca realizzata dal professor Giuseppe Savoca, presidente del comitato scientifico del Gruppo sulle concordanze della lingua poetica italiana attivo presso il Cnr, smentisce che D’Annunzio abbia utilizzato 40mila vocaboli diversi precisando che in tutta la sua opera ne ha usati poco più di 15mila. Si tratta comunque di un ‘”record’”, osserva Savoca, docente di letteratura italiana all’Università di Catania, perché dagli “spogli elettronici” finora eseguiti risulta che il poeta più ricco di parole era Eugenio Montale (oltre 10mila)» (http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1996/02/06/Altro/POETI-IL-COMPUTER-RIDIMENSIONA-LA-MEGALOMANIA-DI-DANNUNZIO_115400.php).

[5] T. De Mauro, L’educazione linguistica democratica, Laterza, Roma-Bari 2018, pp. 152-153 (edizione digitale).

[6] https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/lingua_spedita/Cortelazzo.html

[7] https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/domande_e_risposte/varie/varie_026.html

[8] https://giovannacosenza.wordpress.com/2012/06/20/analfabetismo-emotivo-ovvero-che-cose-una-passione/

[9] https://www.unoetre.it/lavorosocieta/scuola-diritto-studio/item/4939-i-giovani-conoscono-sempre-meno-vocaboli.html

[10] https://www.agensir.it/quotidiano/2019/12/3/cultura-istat-il-406-degli-italiani-legge-almeno-un-libro-allanno-ma-una-famiglia-su-dieci-non-ha-libri-in-casa/

[11] https://www.giornaledellalibreria.it/news-lettura-la-lettura-in-europa-e-nord-america-chi-legge-di-piu-e-dove-3909.html

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