Fabio Lazzari (1992) si laurea in Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale presso l'Università degli Studi Internazionali (UNINT), sotto la guida del Prof. Danilo Breschi. Consegue successivamente un Master in Agricoltura Sociale presso l'Università degli Studi di Tor Vergata. Educatore cinofilo, appassionato di filosofia ed etologia, lavora in una Cooperativa che si occupa di agricoltura sociale.

Recensione a
K. Lorenz, Intervista sull’etologia
Oaks, Milano 2018, pp. 160, € 14,00.

Alain de Benoist, intellettuale francese, intervistò a fine anni Settanta Konrad Lorenz, il padre fondatore dell’etologia moderna e premio Nobel per la medicina e la fisiologia. Come molti testi di Konrad Lorenz, quest’intervista, racchiusa in un’opera intitolata appunto Intervista sull’etologia e pubblicata in Italia per la prima volta nel 1980, può essere  annoverata come vero e proprio “classico” della cultura. Classico perché non solo Lorenz delineò come mai nessun’altro prima le ragioni biologiche e pertanto selettive del comportamento animale e conseguentemente umano, ma riuscì a calare i suoi studi nella realtà sociale contemporanea con l’ausilio di ampie conoscenze filosofiche e storiche.

Prendiamo a titolo di esempio lo studio sull’aggressività nell’uomo, considerato uno dei più grandi contributi forniti dallo studioso austriaco. È proprio con questo tema che Alain de Benoist apre, non a caso, la sua intervista. Prima di Lorenz era dominante nel mondo accademico delle scienze sociali l’idea secondo cui l’uomo sprigionasse tendenze aggressive e violente perché i determinanti culturali e ambientali avevano effetti reattivi nel comportamento umano. L’aggressività era vista come risposta a stimoli esterni, ad una frustrazione prodotta da un’assenza di appagamento (p. 85). Il tentativo di esorcizzare ogni forma di aggressività da meccanismi biologici, indotti, sembrava la risultante di un approccio ideologico che vedeva l’uomo come un essere candido, superiore alla specie animale, che, solo entrando in contatto con il male della società, si sarebbe contaminato.

Nel tentativo di scardinare le vecchie credenze rousseauiane del “buon selvaggio”, Lorenz riconobbe che l’uomo, al pari degli animali, presenta moduli comportamentali innati che producono forme di aggressività (p. 85). L’innatismo dell’aggressività presentato dall’etologo pose però l’umanità di fronte ad un interrogativo esistenziale: che differenza c’è allora fra l’uomo e l’animale? L’uomo è  stato così spogliato della sua superiorità di specie e conseguentemente lo si è condannato ad un destino barbaro?

Lorenz non si macchiò mai di fatalismo, non disse cioè mai che l’aggressività innata avrebbe condannato l’umanità ad un destino infausto. Anzi più volte riconobbe nel controllo educativo il freno inibitorio fondamentale al dilagare incontrastato di forme di aggressività di gruppo o individuali.  Solo partendo dalla consapevolezza che l’aggressività era in primis una pulsione innata nell’uomo, si potevano trovare i meccanismi di controllo e gestione del fenomeno.

L’operazione dell’etologo era tesa quindi a mostrare la notevole complessità del genere umano, che non poteva essere inglobato in una sola dimensione, biologica o culturale. Per spiegare il fenomeno dell’aggressività e conseguentemente della guerra, bisognava saper leggere l’animo umano in maniera organica e non ridurlo a entità omologabile e prevedibile. Ed ecco quindi la critica che Lorenz mosse nei confronti della tendenza ideologica odierna che idolatra il progresso della tecnica e impone il principio egualitario in maniera assoluta: «Il punto di vista egualitario è completamente anti-biologico: gli uomini sono diversi dal momento del loro concepimento» (p. 9).

Il lettore potrebbe storcere il naso di fronte ad una presa di posizione così anti-egualitaria, ma, come spiega Lorenz, l’ineguaglianza è uno dei fondamenti di ogni cultura, senza la quale «diverremmo intercambiali e perderemmo ogni libertà» (p. 97). È il rischio che, secondo l’insigne etologo, stiamo correndo in quella che dallo stesso Autore viene definita “l’epoca tecnocratica”, nella quale le diverse culture stanno subendo un processo di uniformazione della pressione selettiva: «Tutti si affrontano con le stesse armi, si mentono reciprocamente tramite gli stessi media, s’ingannano ed insieme si dileggiano a seconda delle fluttuazioni delle medesime borse» (p. 157). Questo processo che spinge ad uniformare non fa altro che impoverire il corredo genetico in quanto, come direbbe Goethe, ogni sviluppo implica una differenziazione. Nella tecnocrazia «gli uomini debbono essere sempre più eguali per potersi rimpiazzare più facilmente, esattamente come le macchine» (p. 94).

Lorenz toccava nella sua opera un’altra questione spinosa. Se, da un lato, le differenze culturali fra Stati nell’epoca della globalizzazione tendono ad assottigliarsi, dall’altro aumenta sempre di più il divario culturale fra genitori e figli. Prediamo a titolo di esempio la generazione Z, che ha più delle altre subito una trasformazione dei processi di socializzazione a causa dell’uso imperante della tecnologia e dei social media. Mentre le vecchie generazioni si trovano in affanno in questa evoluzione culturale e tecnica, a metà fra il bisogno di ancorarsi alle tradizioni passate e a quelle attuali, le nuove generazioni cavalcano l’onda della cultura tecnocratica, apparendo così completamente sradicate dal tessuto socio-culturale dei decenni passati. Già negli Settanta lo sguardo lungimirante di Lorenz gli faceva vedere e dire quanto segue: «Una delle conseguenze più temibili di questo stato di cose è la comparsa di relazioni di caratterizzata ostilità tra le generazioni – come se i membri di queste generazioni appartenessero a culture differenti» (p. 143).

Veniamo alla domanda che serve a tessere le fila di quest’opera: come preservare un’humanitas che valorizzi le specificità intrinseche di ogni uomo? Lorenz credeva che, per assistere ad un vero progresso, bisognasse volgere lo sguardo ai valori del passato. È nella figura del contadino che l’uomo può affrancarsi dal dominio della tecnica e può trovare l’anello di congiuntura fra i valori delle nuove e vecchie generazioni. Questo vorrebbe forse dire ritornare alla manualità dell’homo faber, cancellando così, con dei veri e propri salti quantici, secoli di progresso?

Questa una sua risposta su cui vale ancora la pena di meditare: «Ho un amico contadino che è notevolmente rispettato dai suoi figli. Per una semplice ragione: fa le cose meglio di loro ed i figli cercano di farle bene quanto lui» (p. 102). Lorenz ci stava dicendo che questa rottura generazionale, che si è notevolmente amplificata negli ultimi decenni di iper-tecnologia, si può parzialmente rimarginare se i figli scoprono nell’autorità dei propri genitori, nei loro modelli di vita, valori senza tempo a cui aderire. Vediamo con l’etologo austriaco come le specificità dell’homo faber possano incontrare quelle dell’homo videns, tipiche delle nuove generazioni. Un operazione di non semplice risoluzione, ma di estrema necessità affinché l’uomo possa riscoprire una natura costitutivamente finita e fragile.

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