Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
M. Recalcati, Ritorno a Jean-Paul Sartre. Esistenza, infanzia e desiderio
Einaudi, Torino 2021, pp. 250, €20.00.

Questo nuovo libro di Massimo Recalcati rappresenta il modo in cui, in un certo senso, il noto psicoanalista ha inteso pagare un debito verso il pensiero di Jean-Paul Sartre e verso l’insegnamento di Franco Fergnani, che di Sartre è stato un grande studioso; per dir ancora meglio, da queste pagine emerge chiaramente la passione di Recalcati per Sartre, per il suo stile sempre provocatorio e per la sua scrittura sempre così densa e “vertiginosa”.

Non si tratta di un vero e proprio profilo di un filosofo e di un “poligrafo” fra i più decisivi nella cultura novecentesca, ma del tentativo di levare la polvere da una immagine – quella di Sartre – che oggi appare assolutamente trascurata e quanto mai inattuale. Come si sa, l’opera di Sartre non è sopravvissuta al tramonto della moda esistenzialista, fortissima nel secondo dopoguerra. Lo sforzo di Recalcati è stato, appunto, quello di ricostruire dei ponti fra i libri di Sartre (La nausée, L’être et le néant, ma non soltanto, anzi) e i temi più significativi e spigolosi della cultura filosofica e psicoanalitica. La sua sfida, in altre parole, non è tanto quella di mostrare la complessità (come si dice oggi, ormai di tutto e di tutti) di Sartre, ma la sua utilità: per far questo, è necessario liberare la memoria del filosofo francese da incrostazioni retoriche e formule ormai caricaturali – come quelle sulla libertà umana e sulla responsabilità assoluta del soggetto o quella dei rapporti complicati con Freud e la psicoanalisi –, per riconsegnarlo, da protagonista, alle grandi questioni.

Qui ne riporteremo soltanto alcune, quelle che ci paiono meglio analizzate da Recalcati e, per così dire, più “promettenti”, anzitutto nella prospettiva di un ritorno diretto ai testi sartriani. In primo luogo, è necessario sottolineare come Recalcati ponga Sartre a un continuo, serrato confronto con il pensiero di Lacan, ma anche con quello di Kojève (una fonte comune per Sartre e per Lacan), senza dimenticare l’imprescindibile riferimento al pensiero freudiano; tali confronti arricchiscono il ritratto del cammino intellettuale del pensatore parigino: Recalcati rilegge in profondità i suoi libri, andando avanti e indietro senza tregua, per mostrarne sia l’evoluzione sia le persistenze fondamentali.

In secondo luogo, emerge senza dubbio – e specialmente attraverso una disamina meticolosa delle biografie scritte da Sarte su quegli autori a cui è sempre, ossessivamente ritornato (Baudelaire, Genet e, soprattutto, Flaubert) – un ruolo, tutt’altro che banale, nella esistenza dell’uomo delle origini individuali, dell’infanzia, dei traumi del passato. Sartre si è chiesto continuamente quali siano le possibilità di essere liberi e creativi, se è vero che ciascuno nasce segnato e indirizzato da un destino, che è un peso ineliminabile, soffocante eppure non assoluto. L’infanzia, in questo senso, non va vista come una fase (preparatoria) dell’esistenza, né un trampolino di lancio, ma un tempo a cui sempre siamo ricondotti. La questione è, allora, quella di conciliare libertà e necessità, di riuscire a riscrivere il proprio passato, di pensare la propria infanzia al futuro, di fare i conti con quella “passività originaria” che ereditiamo, ma che dobbiamo fare nostra.

Il percorso filosofico di Sartre lo ha condotto ad abbandonare le illusioni anarchiche della prima fase, per riconoscere quanto fosse determinante la “costituzione” contingente del soggetto. Dopo la svolta di Questions de méthode, la libertà in Sartre si è rivelata una sorta di strategia di resistenza, una prassi fatta di piccoli scarti, e non può una facoltà assoluta del soggetto. Davanti all’alienazione e al “vischioso”, che sono alla base della vita umana e che sono insuperabili, rimane comunque un certo spazio di manovra, rimane un’alternativa: non è necessario, in altri termini, ridurre tutto alla pura catena causale, al determinismo rigido del passato. Ecco allora la questione che ha sempre assillato Sartre: come si diventa ciò che si è? Come si fa la propria esistenza, che ci è già comunque data? Ciò emerge in modo assoluto nei casi degli artisti studiati, come Genet (perché da ladro si è fatto scrittore?) o Flaubert (perché un idiota è diventato un genio?). In essi si ritrovano i segni di una sorta di predestinazione, ma privata di qualsiasi teleologia. Così, ad esempio, per Flaubert la scrittura è stata una via di fuga dalle intenzioni dell’Altro (la volontà del padre) su di sé, la possibilità concreta di personalizzare la propria costituzione (patetico-passiva in Flaubert), la possibilità di singolarizzare la necessità data, di deviare da una condanna imposta con i primi anni di vita. La biografia di Flaubert in Sartre non è affatto una patografia, ma il tentativo, necessariamente incompiuto, di spiegare quella speciale deviazione, di penetrare nella scelta flaubertiana di votarsi all’immaginario, di prendere i voti (quasi come un asceta) della scrittura; insomma, di spiegare come sia stato possibile per Flaubert trasformare una passività in una attività.

L’opera di Sartre diventa in questo volume un vero e proprio tentativo di clinica: pensiamo soltanto alle celebri pagine sartriane dedicate alla vergogna, al desiderio o alla malafede. Quest’ultimo aspetto, in particolare, appare davvero valido e già dall’epoca de La nausée: nella malafede descritta da Sarte ritroviamo una pericolosa fuga dalla libertà, alla quale siamo comunque costretti, una mascheratura e una recita che, assai spesso, sconfinano nella nevrosi. L’uomo tende invariabilmente a frodarsi, a volersi credere qualcosa di definito e ciò accade per il suo radicale desiderio di essere, di poter fare a meno della propria radicale mancanza.

Il desiderio in Sartre – trovandosi anche in questo caso molto vicino alle lezioni freudiana e, soprattutto, lacaniana – è un enigma ed è attraversato da una illusione mortifera e da una negatività strutturale, fatta di separazione e distruzione. Lungo questa prospettiva, la psicoanalisi esistenziale proposta da Sartre si pone oggi come uno strumento essenziale per comprendere il mistero dell’alterità e dell’amore fra gli uomini.

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