Francesco Paolella (1978) ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della "Rivista Sperimentale di Freniatria" e scrive per TYSM.

Recensione a: F. Trivellato, Microstoria e storia globale, Officina Libraria, Roma 2023, pp. 231, € 19,00.

Questa raccolta di saggi, scritti negli ultimi quindici anni da Francesca Trivellato, che insegna storia dell’Europa moderna a Princeton, interesserà sicuramente non soltanto gli specialisti di microstoria, ma il più ampio spettro dei “lettori colti”. Il libro si occupa infatti, partendo certo dalla microstoria, del più ampio contesto in cui si sviluppa attualmente la storiografia internazionale (e in particolare americana). Ciò che spicca una volta di più anche da queste pagine è, da un lato, la spinta davvero notevole verso gli studi globali, ovvero la ricerca (ma dai risultati tuttora assai incerti) su fenomeni collettivi, tradizionalmente studiati su scala nazionale (migrazioni, disastri ambientali, rivoluzioni tecnologiche); dall’altro lato, emerge la frantumazione degli studi storici, una loro parcellizzazione iper-specialistica in mille rivoli, in mille casi di studio, che è allo stesso tempo causa e sintomo di una profonda crisi della storia tanto in ambito accademico quanto in quello editoriale. Sembrano salvarsi soltanto, infatti, le narrazioni biografiche, considerate come le uniche capaci di attirare ancora lettori.

Francesca Trivellato inserisce in questo contesto il patrimonio della “gloriosa scuola” della microstoria italiana, quella di Carlo Ginzburg e Giovanni Levi (ma non solo) e cerca di ipotizzare da diverse angolature quale possa essere il contributo di quella alla ricerca storica del futuro:

Le domande che hanno dato impulso alla microstoria italiana hanno ancora valore o hanno perduto di slancio? Come sono cambiati i significati che attribuiamo alla microstoria negli ultimi trent’anni? E quale contributo può offrire oggi questo approccio, quando “globalizzazione” e “globale” sono le parole chiave delle discipline umanistiche e delle scienze sociali, e difficilmente richiamano alcunché di micro? (p. 26).

L’autrice è specialista di storia moderna italiana e, basandosi innanzitutto sulla propria esperienza di studiosa che si è dedicata in particolare agli incroci fra storia sociale e storia economica – si vedano ad esempio i suoi Fondamenta dei vetrai. Lavoro, tecnologia e mercato a Venezia tra Sei e Settecento (2000) ed Ebrei e capitalismo. Storia di una leggenda dimenticata (2021) –, propone di ripensare alla microstoria come ad una cassetta degli attrezzi ancora valida decenni dopo la sua affermazione internazionale e anche se essa non è mai riuscita a d imporsi con un “canone” globalmente riconosciuto, con una teoria uniforme.

Tuttora, infatti, la microstoria viene facilmente confusa con la dimensione “micro”, con una stretta limitazione geografica dell’ambito di ricerca; oppure è scambiata per una storia delle classi popolari o della vita quotidiana. Come è noto, la microstoria ha potuto principalmente contare – pensiamo soltanto ai celebri studi di Ginzburg – sulla cultura popolare in età moderna e sull’antropologia culturale; d’altra parte essa si è sempre concentrata sugli attori piuttosto che sul contesto. Anzi, autori come Natalie Zemon Davis hanno usato appunto il contesto, assieme alla propria immaginazione, per “riempire i buchi”, per arrivare a confezionare una biografia coerente (da Il ritorno di Martin Guerre a La doppia vita di Leone l’Africano).

In La doppia vita di Leone l’Africano ritroviamo tutti i tratti salienti dei lavori della studiosa americana, compresi una profonda empatia nei confronti dei suoi personaggi, uno sforzo teso a mostrare come, anche in condizioni di massima oppressione, alcuni individui trovarono modi di esprimersi e di affermarsi, e un’insolita e consapevole volontà di servirsi della propria immaginazione storica per colmare i vuoti lasciati dalle lacune e dalle ambiguità presenti nella documentazione superstite (pp. 141-142).

Indubbiamente, la microstoria si è dedicata prevalentemente ai margini ed ai marginali, ma con l’intenzione, appunto attraverso un cambiamento della scala di analisi, di far emergere un “eccezionale normale” (o l’eccezionalità nell’ovvietà del quotidiano): in altre parole, le ricerche di Ginzburg, Levi, Poni e tanti altri hanno preso di mira quei dettagli che, per una loro incoerenza, potessero suscitare interrogativi sulle generalizzazioni acquisite, ribilanciando appunto dettaglio e astrazione. Ecco che la microstoria non può essere assolutamente limitata a una apologia dell’archivio fine a se stessa. In altri termini, anche per Trivellato, che è più vicina alla versione proposta da Giovanni Levi, più legata alla storia sociale, della microstoria, la grande “provocazione” è stata quella di rimettere in questione i meccanismi che tengono assieme ricerca e sintesi storica.

In conclusione, microstoria non significa assolutamente condannarsi alla marginalità, né al silenzio davanti ai grandi cambiamenti, alle lunga durata, ai fenomeni transnazionali. Anche nel minimo è possibile fare dialogare proficuamente teoria e prove, ipotesi e fatti.

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