Dottore di ricerca in Diritto presso l’Università di Londra (Birkbeck College), in Teologia presso l’Università di Ginevra e in Studi umanistici presso l’Università di Trento, Massimiliano Traversino Di Cristo  è stato recentemente enseignant-chercheur contractuel presso l’Università di Parigi-Saclay ed è attualmente chercheur invité presso il Centre d’études supérieures de civilisation médiévale dell’Università di Poitiers. I suoi principali interessi di ricerca si concentrano nei campi della storia del diritto, della filosofia morale e della storia della Chiesa, con speciale attenzione alla storia delle idee del tardo Medioevo e della prima età moderna. È fondatore e co-direttore, con il Dr. Anton Schütz, del Centre for Research in Political Theology (già presso il Birkbeck College dell’Università di Londra e ora integrato nell’Università del Kent).

Recensione a
E. Castrucci, On the Idea of Potency: Juridical and Theological Roots of the Western Cultural Tradition

Edinburgh University Press (series «Encounters in Law and Philosophy»), Edinburgh 2016, pp. XI-187, £19.99.

In questo libro, il filosofo del diritto e studioso del pensiero giuridico e politico Emanuele Castrucci discute uno dei concetti più importanti nella storia della cultura occidentale: quello di potenza. L’analisi di tale concetto è svolta da una prospettiva che coincide con quella della teologia politica ed è volta a privilegiarne le ricadute in chiave giuridico-politica, come l’autore stesso precisa in un passaggio importante dell’opera: «The basis of every theological-political problem is […], according to our hypothesis, the philosophical-theological concept of potency (potentia), in its structural and functional analogy with the juridical-political concept of power (potestas)» (p. 8). Altrettanto importante è l’indicazione, contenuta nella prefazione, della derivazione duplice del concetto di potenza: dalla filosofia greca di epoca classica e dall’esegesi ebraica dei testi sacri. Nell’individuare nel cristianesimo il punto di unione tra le due genealogie, apparentemente «[t]wo completely unrelated universes» (p. IX), l’autore fornisce alcune considerazioni importanti su quella che sarà la sua direzione d’analisi: «[…] on a historical plane there indeed existed a link between these disparate areas, and it marked the destiny of the West. […] Christianity has constituted for millennia, among many contradictions, something like a juncture between two hitherto unrelated worlds: Greek philosophy and biblical revelation. And it has formed on this basis an entire civilisation: ours, which is now ending» (ibidem). A delimitare lo scopo di questo libro, ovvero a indicarne il punto di arrivo, è soprattutto l’ultima frase, in cui sono richiamate esplicitamente l’idea di civiltà – da intendersi come “civiltà occidentale” – e la convinzione che la sua storia stia oggi attraversando la sua fase conclusiva: «The ways in which this concept [potency], with its various theoretical issues, is reflected in our contemporary world – and precisely in our present historical period […] preludes the end of the West, understood as a [sic] horizon we have inhabited until now […]» (p. XI). Tra gli autori evocati in queste dense pagine iniziali e che assumono una particolare rilevanza nell’economia dell’intero volume, rinveniamo, accanto a Carl Schmitt – sul quale verte una gran parte delle pubblicazioni di Castrucci e che contribuisce a dare a questo volume una forte connotazione politico-ideologica –, pensatori del calibro di Giovanni Duns Scoto, Tommaso d’Aquino, Guglielmo d’Ockham, Gottfried Wilhelm von Leibniz e Baruch Spinoza.

     Per comprendere quanto una tale pleiade di autori sia centrale per i temi trattati nel libro, basti considerare, tra i molti esempi possibili, le considerazioni svolte da Castrucci nel capitolo terzo, relativo alla distinzione tra potentia Dei absoluta e potentia Dei ordinata. Tra le questioni più rappresentative e durature nella storia delle idee medioevali e della prima età moderna, tale distinzione assume nel corso del tempo una notevole diversità di forme e significati: se, in origine, essa è parte dell’indagine teologica sugli attributi divini e coincide perlopiù con il problema dell’onnipotenza divina, il suo successivo processo di elaborazione concettuale ne determina l’adozione anche nell’ambito del diritto. Applicata a tale ambito, essa diviene un modello – se non il modello principale – per la discussione giuridico-politica intorno alla nozione di potere e ai suoi limiti, discussione alla quale appartiene anche il concetto moderno di sovranità. In termini assai generali, molti dei pensatori – non solo teologi – che ricorrono alla distinzione, lo fanno per enfatizzare due aspetti: da un lato, su di un piano “ordinario”, la natura riflette la libertà di scelta di Dio al momento della creazione dell’ordine naturale contingente; dall’altro, sul piano dell’assolutezza divina e della salvezza ultraterrena, Dio è da ritenersi non vincolato nella sua azione, per definizione inscrutabile ed estranea al piano della moralità umana. L’esordio del capitolo, pur non citando ancora espressamente la distinzione tra potentia Dei absoluta e potentia Dei ordinata, dà un’idea di quanto gli elementi appena visti siano determinanti per questo libro: «“God’s choice”, which creationist theology speaks of, corresponds to what on the philosophical plane is the constitution of Being as contingency on the part of the only necessary substance, in which – as Scholasticism repeats – ‘essence’ and ‘existence’ coincide. Only this personification of God as original constitutive force makes possible […] a political-theological development, elaborated as an analogy of Being and yoking together under the same law the motions of divine potency and human potencies. In this sense, the effect is produced of nullifying the incommensurability of divine potency, lowering it to the modest commensurability of actions originating from an entity, no different in its essence (although qualified as “supreme”) by [sic] other entities» (p. 25). Castrucci sta qui affermando come dall’indagine scolastica sugli attributi divini consegua, per via di un’analogia politico-teologica, che anche l’azione umana possa essere spiegata secondo le medesime regole individuate per quella divina. L’autore non si limita a questo, ma inverte la direzione dell’analogia: «This has the further result of authorising the application to God of fundamental metaphysical distinctions that characterise the common nature of entities, such as those between will and intellect, essence and existence, etc.» (p. 25).

     Al di là della condivisibilità o meno della visione politico-ideologica sottesa a questo volume – si veda, a titolo di esempio il Corollary III, intitolato Rhetoric of Ethical Universalism: Jürgen Habermas and the Dissolution of Political Realism – e dell’interesse che suscita la sua lettura, stupisce che, in relazione alle questioni esaminate o più in generale in relazione al quadro teologico-politico che il libro si propone di offrire, Castrucci non citi o sembri ignorare alcuni autori che hanno significativamente contribuito a chiarire tali temi, tra i quali – solo per citare qualche esempio – Amos Funkenstein, Luca Parisoli, Miguel Ángel Granada e Diego Quaglioni. Un analogo discorso vale per le fonti primarie, laddove si consideri la totale assenza di riferimenti a pensatori tanto importanti quanto i giuristi dello ius commune o Jean Bodin, il padre del concetto moderno di sovranità. Sebbene ciò sia in parte comprensibile in ragione dell’estraneità di alcuni di questi autori all’ambito di interessi di Castrucci, un esame di tale letteratura avrebbe certamente giovato al volume.

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