Dottore di ricerca in Diritto presso l’Università di Londra (Birkbeck College), in Teologia presso l’Università di Ginevra e in Studi umanistici presso l’Università di Trento, Massimiliano Traversino Di Cristo  è stato recentemente enseignant-chercheur contractuel presso l’Università di Parigi-Saclay ed è attualmente chercheur invité presso il Centre d’études supérieures de civilisation médiévale dell’Università di Poitiers. I suoi principali interessi di ricerca si concentrano nei campi della storia del diritto, della filosofia morale e della storia della Chiesa, con speciale attenzione alla storia delle idee del tardo Medioevo e della prima età moderna. È fondatore e co-direttore, con il Dr. Anton Schütz, del Centre for Research in Political Theology (già presso il Birkbeck College dell’Università di Londra e ora integrato nell’Università del Kent).

Recensione a
Antonio Ligabue. Una vita d’artista
a cura di M. Dall’Acqua e V. Sgarbi
Fondazione Ferrara Arte, Ferrara 2020, pp. 228, € 48.00.

Ligabue & Vitaloni. Dare voce alla natura
a cura di A. Agosta Tota, M. Dall’Acqua e V. Sgarbi
Fondazione Archivio Antonio Ligabue, Parma 2020, pp. 344.

Scriveva Merleau-Ponty ne Le doute de Cézanne di come i quadri del maestro francese restituissero l’immagine di una natura allo stato primordiale, genuino, espressione dell’ordine naturale delle cose piuttosto che del modo di intenderle da parte dell’uomo. La materia sarebbe colta da Cézanne, stando a Merleau-Ponty, nel suo farsi forma, senza sovrapposizioni intellettuali. Non sarà difficile vedere come una tale idea getti un ponte verso l’arte contemporanea o perlomeno verso l’intenzione, che una gran parte di essa sembra offrire allo spettatore comune, di creare astraendo da finalità culturali chiaramente identificabili come pure dai canoni rappresentativi tipici della tradizione artistica a lei precedente. Una tale affermazione generale è in realtà vera solo in parte e può forse intendersi più come ideale – irrealizzabile – che come un vero e proprio elemento caratterizzante delle varie correnti o dei singoli rappresentanti della scena artistica mondiale da fine Ottocento in poi. Diversamente, occorrerebbe ritenere possibile che l’atto creativo compiuto dall’artista possa davvero fare a meno del quadro storico-culturale in cui questi si è formato e che, consciamente o inconsciamente, agisce sempre sul gesto artistico, anche quando performativo e immediato.

Di come un simile ideale non possa mai concretizzarsi in una rottura completa è prova paradigmatica Antonio Ligabue, artista svizzero-italiano spesso collegato dalla critica all’arte naïf, forma espressiva per definizione “ingenua” proprio in quanto – sempre secondo l’ideale proposto – dissociata dalla realtà storico-culturale che la circonda e quindi immune alle sue influenze. Vissuto in condizioni di grande emarginazione sociale e spesso drammatiche, Ligabue è oggi al centro di una crescente attenzione critica e di pubblico. Lo provano la recente realizzazione di un nuovo film sulla vita dell’artista e le numerose mostre a lui dedicate, spesso con il diretto coinvolgimento di una fondazione-archivio che porta il suo nome. Tra di esse figurano le due importanti rassegne oggetto dei cataloghi qui presentati, tenutesi a Ferrara e Parma nel 2020-2021 (nel secondo caso, la rassegna ha incluso anche delle belle sculture di Michele Vitaloni). Entrambi i cataloghi contengono una serie di immagini che riproducono le opere esposte in mostra, un’utile ricostruzione biografica e una bibliografia. Alle immagini è dedicata una sezione a parte del catalogo della mostra di Ferrara, sezione alla quale si affiancano dieci brevi testi in italiano volti a porre in luce diversi aspetti dell’opera, della vita e della personalità di Ligabue, oltre a due contributi relativi alla filmografia sull’artista, inclusi alcuni documentari realizzati con la sua partecipazione. Diversamente, nel catalogo della rassegna di Parma (per il quale ci riferiamo alla sola parte dedicata a Ligabue), le immagini sono perlopiù intervallate ai testi, presentati in lingua italiana e inglese. Tra questi ultimi, lo spazio maggiore è occupato da un contributo di Marzio Dall’Acqua sulla pittura di Ligabue, accanto al quale vanno segnalati un testo di Vittorio Sgarbi dal titolo La follia e la ragione di Ligabue e la sezione conclusiva del volume, nella quale sono riportate delle utili schede esplicative sulle opere esposte. Le due rassegne hanno avuto il merito di coprire grosso modo l’intera produzione artistica di Ligabue, evidenziando come nel corso degli anni la sua tecnica si sia affinata, anche grazie a fortunati incontri e amicizie – tra cui quella con un altro artista, Renato Marino Mazzacurati – e all’uso di materiali migliori rispetto ai primi anni di esperienza artistica.

In uno dei testi che precedono le immagini nel catalogo della mostra di Ferrara, intitolato Vita e morte nell’arte di Antonio Ligabue, l’autore, Aleksandr Jakimovič, fa un’affermazione significativa: «L’infanzia di Antonio Ligabue trascorse negli anni della Prima guerra mondiale, la giovinezza durante la dittatura di Mussolini, l’età adulta arrivò per lui durante la Seconda guerra mondiale». L’accostamento tra la vita del pittore-scultore e i grandi eventi del suo tempo sembra suggerire l’opportunità di ricercare il significato dell’opera di Ligabue oltre il suo aspetto esteriore. Commentando due quadri dipinti dall’artista nel 1948 e nel 1955, entrambi raffiguranti una traversata in territorio siberiano, ancora Jakimovič prosegue: «Si rammentò dei soldati italiani congelati in inverno negli spazi russi quando eseguì le sue fantasie siberiane, quella sconfinata distesa di neve attraverso la quale arrancano carri e si trascinano i lupi per farne a pezzi cavalli e uomini, anche uomini? Sia che egli non abbia mai pensato a queste cose, sia che ci pensò, fu loro contemporaneo e fu testimone di un’epoca di esaltata crudeltà, un’epoca attratta dall’orrore». Con simili affermazioni, Jakimovič sembra in qualche modo fare giustizia della tendenza a ritenere – in virtù dell’accennata definizione della sua arte come naïf – l’opera di Ligabue svincolata dal proprio contesto storico-culturale.

Al di là della sua scelta di concentrarsi su rappresentazioni a tema prevalentemente naturale e animale, spesso ispirate ad ambienti esotici e a scene fantastiche viste su libri o immagini di giornale, i soggetti raffigurati da Ligabue hanno un’espressione tutt’altro che realistica o “ingenua” e non è difficile scorgervi espressioni di terrore o smarrimento pari a quelle umane, pari in fondo a quelle presenti nei suoi stessi autoritratti. Non è azzardato vedere in una simile operazione da parte di Ligabue una volontà di cercare, tra gli animali che rappresenta o tra quelli incontrati lungo il Po’ nel corso degli anni da lui trascorsi in Emilia, una sorta di rifugio contro i drammi vissuti e le brutture del proprio tempo. Senza che ciò significhi in ogni caso l’assenza di una consapevolezza del quadro storico-culturale di quest’ultimo, come chiaramente si evince da una statua equestre del 1938 – una geniale caricatura mussoliniana – e da una delle ultime opere di Ligabue, rimasta incompiuta: un autoritratto a cavallo del 1961, in cui l’artista si rappresenta, con forte ironia, nei panni di Napoleone.

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