Dottore di ricerca in Diritto presso l’Università di Londra (Birkbeck College), in Teologia presso l’Università di Ginevra e in Studi umanistici presso l’Università di Trento, Massimiliano Traversino Di Cristo  è stato recentemente enseignant-chercheur contractuel presso l’Università di Parigi-Saclay ed è attualmente chercheur invité presso il Centre d’études supérieures de civilisation médiévale dell’Università di Poitiers. I suoi principali interessi di ricerca si concentrano nei campi della storia del diritto, della filosofia morale e della storia della Chiesa, con speciale attenzione alla storia delle idee del tardo Medioevo e della prima età moderna. È fondatore e co-direttore, con il Dr. Anton Schütz, del Centre for Research in Political Theology (già presso il Birkbeck College dell’Università di Londra e ora integrato nell’Università del Kent).

Recensione a
S.B. Das, The Political Theology of Schelling
pref. Gérard Bensussan, Edinburgh
Edinburgh University Press, Edinburgh 2016, pp. X-261, £24,99-75,00.

 

Idealismo tedesco e teologia politica convergono in questa appassionata lettura che Saitya Brata Das propone della filosofia di Friedrich W. J. Schelling. Il volume consta di sei capitoli, preceduti da una prefazione di Gérard Bensussan – un fine conoscitore della filosofia classica tedesca e del pensiero ebraico – e da un’introduzione dell’autore. Sennonché, già ad una rapida occhiata, quest’ultima rivela di superare in ampiezza quattro dei capitoli dell’opera, andando quindi oltre i suoi compiti naturali. Di Schelling, Das pone in luce soprattutto due aspetti: la contrapposizione con Hegel, l’altro grande esponente dell’Idealismo insieme a lui e a Fichte, e l’influenza successiva. In relazione a questo secondo aspetto, nella sua prefazione Bensussan cita alcuni degli autori che appartengono a quella che egli definisce, partendo dai contenuti dell’analisi proposta da Das, «a particular line of heirs, from Kierkegaard to Heidegger, passing notably through Bloch, Rosenzweig and even Benjamin» (p. VII). Sulla base di questa affermazione, ancora Bensussan così sintetizza il tema portante del libro: «[…] this work focuses in a pronounced manner on what is identified in Schelling’s work as a fundamental, living eschatological tension. This political eschatology, which entails the movement of Schellingian positive philosophy itself, leads […] to a work of defection, destruction or deconstruction, according to the author’s word, of any political theology founded on sovereignty» (ibidem). Oltre a indicare gli scopi generali dell’opera, queste considerazioni hanno il merito di metterne in luce gli elementi caratterizzanti, insieme pregio e limite dell’approccio proposto dall’autore.

      Per illustrare il punto, è utile partire dal secondo dei due aspetti menzionati, relativo all’influenza esercitata da Schelling sul pensiero successivo. Lo stesso titolo dell’opera, richiamando espressamente il concetto di teologia politica, mostra come la prospettiva adottata da Das sia una prospettiva novecentesca. Da un lato, ciò ha il non trascurabile risultato, partendo da elementi del pensiero politico e religioso di Schelling spesso trascurati, di consentire una valutazione della loro relazione con la filosofia francese e tedesca del secolo scorso (su queste ultime, oltreché sull’Idealismo, si concentrano gli interessi dell’autore del libro). Dall’altro, un tale punto di vista nasconde tuttavia un rischio di appiattimento o di riduzione, che appare a tratti eccessivamente semplicistica, del pensiero di Schelling a quegli elementi che più siano o sembrino essere in linea con i dibattiti a lui successivi. È significativa in proposito l’assenza di una trattazione delle diverse fasi della speculazione di Schelling, mentre, al contrario, molti sono i riferimenti alla «eschatological caesura between negative and positive philosophy» (p. 12) caratterizzante la sua fase matura. Accanto ai nomi già evocati di Kierkegaard, Heidegger, Bloch, Rosenzweig e Benjamin, tra gli altri autori accostati a Schelling compaiono Marx, Derrida e Schmitt. Tra i vari collegamenti istituiti tra Schelling e questi autori, un ruolo considerevole svolgono quelli inerenti le teorie del decostruzionismo e dello stato di eccezione. Attraverso quest’ultimo concetto, peraltro direttamente richiamato, per contrasto, dal titolo del capitolo quinto (“The Non-Sovereign Exception”), Das sembra leggere in Schelling una risposta ante litteram a Schmitt: «Against the Schmittean totalisation of the political (which is a political theology of sovereign exception), Schelling’s radical political theology thinks an exception and a decision that has only “religious” meaning» (p. 93).

      Anche l’analisi relativa al primo dei due aspetti che maggiormente contraddistinguono questo libro, ovvero il rapporto della filosofia di Schelling con quella di Hegel, sembra dipendere dalla prospettiva novecentesca su cui riposano le considerazioni appena esposte. Ciò vale ad esempio per un riferimento nuovamente al concetto di decostruzionismo: «Far from seeing the state as a figure of the spirit as Hegel did, Schelling offers here an eschatological deconstruction of the world-historical politics embodied in the state. The state is thought as precarious and mortal, fragile and transient, not as the site where the cunning of Reason realises itself via its opposite» (p. 23). Allo stesso tipo di considerazioni risponde l’esame delle posizioni di Schelling in relazione alla questione della metafisica e al suo posto nell’Idealismo. Il carattere appassionato della lettura offerta da Das sembra anzi qui avere la meglio sulla scientificità dell’analisi, tanto da fargli affermare allo stesso tempo, ricorrendo agli elementi già visti, l’appartenenza e il superamento da parte di Schelling delle istanze della metafisica e dell’Idealismo: «Schelling […] is also the thinker of destitution and dissolution – it is in his thought that two thousand years of Occidental metaphysics becomes epochal. In this strict sense, Schelling was never a German Idealist pure and simple. Even in his early thinking […], the scandal is always already made manifest as something that cannot be thought and that must remain something like an “irreducible remainder” of all thought. This unthought, for Schelling, remains essentially tied to the question of religion. At stake in the later Schellingian introduction of the caesura between “positive philosophy” and “negative philosophy” is none other than the immense question of the exit from philosophy itself […]. It is Schelling who, while belonging to German Idealism and to Occidental metaphysics, always already somehow escapes it and has already somehow exceeded it. […] And yet, by instituting this speculative metaphysics called “German Idealism”, Schelling has, at the same time, unleashed the forces of dissolution or destitution in such uncertain terms, by constantly changing terrains, by incessantly unworking that which has just come to be instituted» (p. 19).

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