Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
P. Sorcinelli, Nuove epidemie, antiche paure
Clueb, Bologna 2020, pp. 171, € 18,00.

Il colera ha flagellato l’Italia e l’Europa ciclicamente a partire dai primi anni dell’Ottocento. Solo nel nostro Paese si sono contate otto ondate fino al 1910, con migliaia di morti di ogni età o di ogni ceto. Il colera è stato una patologia collettiva, che ha toccato in modo indiscriminato ogni ambito della vita delle persone (l’alimentazione, i rapporti familiari e sociali, il lavoro, la sessualità), ma è stato anche un fenomeno culturale di prima importanza. E a rileggere – come possiamo fare ora attraverso questo volume di Paolo Sorcinelli, importante storico sociale – le vicende legate al dilagare del colera, è forte la tentazione di sovrapporre il passato al presente. Senza dubbio, ogni volta che le società umane sono costrette ad affrontare malattie contagiose inspiegabili e poco o per nulla curabili, scattano invariabilmente alcuni meccanismi “difensivi”, volti anzitutto ad esorcizzare il più possibile la paura e l’angoscia davanti a un futuro sempre più incerto. Un po’ come per la peste raccontata in classici letterari, gli uomini immersi in una epidemia possono reagire o isolandosi dal consorzio civile o negando, finché è possibile, la realtà e vivendo in modo sregolato e, alla fine, pericoloso. Le condizioni estreme dovute a una epidemia provocano necessariamente abusi, illegalità ed eccessi: la vita normale, quella di prima, diventa, allo stesso tempo, per alcuni un sogno ormai irraggiungibile, mentre per altri non è che un ostacolo che, proprio grazie al caos e al panico generali, è finalmente possibile superare.

Sia nell’Ottocento del colera (e di tante altre malattie allora mortali, specie per i più poveri) sia nel Ventunesimo secolo del Covid, ad essere messa radicalmente in questione è la medicina, di cui tanti mettevano in dubbio le capacità diagnostiche ma, soprattutto, terapeutiche. A dire il vero, due secoli fa i medici brancolavano davvero nel dubbio, finendo per sposare le teorie più assurde e fantasiose sull’origine del morbo e sui possibili rimedi; oggi, invece, solo piccole minoranze negano radicalmente l’autorità della medicina, ma è altrettanto vero che, nonostante le evidenze dei successi raggiunti, appena possibile si riacutizza una endemica sfiducia verso i medici che, con la scusa di curare, il realtà non farebbero altro che approfittare della malattia per inoculare veleni.

È vero che la cultura popolare italiana, e specialmente quella contadina, ha sempre avuto poca simpatia verso la classe medica, preferendole finché, fosse stato possibile, le preghiere dei sacerdoti o i rimedi tradizionali di curatori alternativi. E, proprio come anche oggi capita di vedere, le inevitabili incertezze della medicina venivano allora sfruttate da una infinita schiera di empirici, maghi e ciarlatani, tutti con una ricetta infallibile per evitare il male o, perlomeno, vincerlo. Ma oltre che verso i medici, la diffidenza della gente si scagliava contro le autorità in generale, accusate di “sfrutture” l’epidemia per qualche intento segreto e sicuramente malvagio. In generale, i periodi critici delle ondate di colera portavano a una chiusura sempre più marcata, e spesso violenta, contro tutta una serie di stranieri (vagabondi, viaggiatori, inviati del governo), anch’essi accusati di essere in realtà fra i propagatori del male.

Ovunque spuntavano gli untori, gli avvelenatori (nel caso del colera, anzitutto delle fontane pubbliche), che erano l’oggetto di una delle fobie collettive più diffuse. Ancora, il colera finiva ogni volta per colpire le relazioni sociali delle persone, isolandole sempre più, sia per la paura del contagio sia per quella, persino più temibile, di vedersi denunciati da un medico come colerosi e, quindi, costretti a essere trasferiti in un lazzaretto. Ognuno, e specialmente i più ipocondriaci, finiva per interessarsi sempre più da vicino alle sensazioni che il proprio ventre dava quotidianamente, nel terrore di riconoscervi le prime avvisaglie della malattie.

Inoltre, se la solidarietà va in frantumi, non resta, per chi può permetterselo, che rinchiudersi o, meglio ancora, scappare dalle città affollate e rintanarsi in una villa di campagna. Per i poveri del contado, all’opposto, le città rappresentavano una via di salvezza, un luogo dove trovare rifugio e combattere la fame. Perché è persino ovvio sottolineare quanto un’epidemia potesse – lo vediamo anche oggi – acuire le differenze, anche nella possibilità di difendersi dal male, fra le classi sociali. Il colera, causato dalla carenza delle misure igieniche oggi considerate elementari, poteva colpire chiunque e per chiunque era la fonte di angoscia e di un generale sommovimento dell’emotività, il che poteva condurre persino a vere e proprie nevrosi, studiate all’epoca da psichiatri come Andrea Verga.

Infine, molto più di oggi con il Covid, una infezione di massa come quella colerica veniva allora considerata come un vero flagello divino, la punizione per i peccati degli uomini, scatenando così ogni ritorno non proprio disinteressato alla devozione. Affidandosi alle fonti più diverse (corrispondenze, atti notarili, memoriali, scritti letterari), Sorcinelli ci mostra anche quanto un’epidemia come il colera provocasse mutamenti, sia di ordine pratico sia a livello di mentalità, nel modo di gestire la morte, propria e altrui. Anzitutto, con l’intensificarsi dei decessi, diventava necessario nascondere la realtà del male, obbligando a svolgere i funerali di notte e a non far suonare le campane. Di più, la paura di morire e di essere abbandonati alla morte, spinse molti a redigere testamenti che descrivessero minutamente le modalità dell’inumazione. Particolare che può apparire curioso oggi, una delle paure più grandi e più diffuse era quella di essere sepolti vivi, a causa della fretta avuta per liberarsi di tanti cadaveri. In questo modo, ci si voleva garantire «un margine di sicurezza nel caso che il suo sia soltanto uno stato di morte apparente, un timore che durante l’Ottocento, e soprattutto durante le epidemie di colera, percorre un po’ tutti gli strati sociali. “Io non voglio spaventare – scrive il dottor Cesare Musatti nel 1884 – coi tetri e paurosi racconti dei sepolti vivi: ma posso accertarvi che tali avvenimenti, per quanto rari, possono parimenti succedere pur oggi e che il timore di incapparvi preoccupa non pochi dei viventi, e che tra queste persone ho conosciuto dei medici distintissimi”» (p. 153).

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