Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
P. Miorandi, Nannetti. La polvere delle parole
con le fotografie di F. Pernigo
Exorma Edizioni, Roma 2022, pp. 168, € 16,00.

Questo nuovo lavoro di Paolo Miorandi, dedicato alla storia di Fernando Oreste Nannetti e al suo muro inciso, interroga il lettore, e specialmente quello che già si interessi alle vicende dei manicomi italiani nel Novecento, su quanto oggi resti di quel passato. In quali condizioni si trova la memoria delle lotte anti-istituzionali, la memoria del superamento degli ospedali psichiatrici? Cosa sanno le nuove generazioni di psichiatri e degli altri operatori della salute mentale? E, più in generale, cosa è rimasto nella memoria collettiva di quell’impegno così vasto e profondo, che è riuscito a riportare i “matti” dentro la storia e dentro la società?

Da tanti indizi, di cui ora non possiamo occuparci, è possibile desumere che resti molto poco. Allo stesso modo – tranne alcune meritorie eccezioni – pare che la storia della psichiatria, così come la preservazione degli ex-manicomi, non goda attualmente di buona salute. Da questo punto di vista, la storia del muro di Nannetti è davvero paradigmatica. La vicenda è conosciuta: un internato nel manicomio di Volterra, la cui vita trascorse nell’abbandono e nel silenzio, passando da una istituzione a un’altra, passò anni e anni a incidere con una fibbia un muro lungo decine di metri, scrivendo una specie di libro, che è stato in sostanza il suo mezzo escogitato per comunicare con il mondo.

Oggi quelle incisioni stanno via via scomparendo, polverizzandosi. Una parte è stata messa al sicuro ed è attualmente visitabile in un piccolo museo, ma l’immagine complessiva che se ne ricava è proprio quella del disfacimento. Così come il muro di Nannetti, anche la memoria dei manicomi sembra molto più fragile di quello che si potrebbe credere.

Per tante ragioni, la vita di Nannetti può essere considerata coma la tipica vita di un internato qualsiasi: un marginale, povero e senza che nessuno si interessasse a lui, finito in manicomio quasi per caso, e ben presto “istituzionalizzato”, così da trascorrere tutta la sua esistenza (Nannetti morì nel 1994) sempre chiuso in una struttura di assistenza e custodia.

Le sue incisioni sono come delle cicatrici sempre meno visibili. Il muro del Reparto giudiziario del manicomio toscano (Nannetti finì in manicomio in quanto prosciolto per vizio di mente davanti a un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale) rappresenta senza dubbio il diario di un malato (un po’ – mutatis mutandis – come gli scritti di Schreber o di Warburg) e, per questa ragione, è stato a lungo trascurato dai medici che lo avevano in cura. Del lugo ricovero di Nannetti – è importante sottolinearlo, come fa Miorandi – non disponiamo purtroppo della cartella clinica, dove forse avremmo potuto trovare l’altra faccia di questa storia, i commenti, magari veloci e distratti, dei suoi “curanti” verso quel malato così spesso rivolto al muro. In realtà, è stato soltanto un infermiere del manicomio, Aldo Trafeli, ad accorgersi di quest’opera immane e disperata, e a farsi in qualche modo il suo salvatore. Il libro di Miorandi allestisce, appunto, una specie di dialogo fra i due protagonisti di questa storia:

Aldo ascolta Oreste, Oreste parla ad Aldo; non c’è più solo il controllo esercitato dal guardiano sul matto, non si tratta più soltanto di misurare l’andamento del sintomo con il metro della malattia mentale. Il dialogo tra Aldo e Oreste andrà avanti anche dopo la chiusura del manicomio e la morte di Nannetti. Aldo accoglie dunque il compito che il destino o il caso gli hanno affidato, riceve in consegna le parole di Nannetti, le copia, le trascrive più volte, ne diventa il traduttore, colui che le conduce da un tempo all’altro, da una stanza all’altra, dal cortile del manicomio alla casa di Borgo San Lazzaro e di lì alle pagine di quel primo libro uscito nel 1985 (p. 130).

La scrittura dei “matti”, l’accumularsi (per anni o per decenni) di lettere, disegni, poesie, memoriali e quant’altro, è forse la parte più interessante di quanto è conservato nelle cartelle cliniche degli ex-ospedali psichiatrici. Anche se spesso di difficile decifrazione, essa rappresenta il mezzo meno insufficente che abbiamo a disposizione per avvicinarsi alle idee e ai sentimenti di quelle persone. Pur senza illudersi sul fatto di poter penetrare nella coscienza di una persona, quegli autografi – e così anche il libro-muro di Nannetti – sono fonti preziosissime, non soltanto per la storia della psichiatria e, per questo, vanno conservate e valorizzate.

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