Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
P. Albani, Visionari. Briciole critiche su Carlo Dossi
Italo Svevo Editore, Trieste-Roma 2022, pp. 104, € 15.00.

Come abbiamo sentito dire mille volte negli ultimi tempi, la scienza non è democratica, non può esserlo. Allo stesso modo, l’arte e la letteratura, pur garantendo a tutti la possibilità di esprimersi, di comunicare, devono ovviamente basarsi sui giudizi di critici e pubblico. Eppure, oggi come secoli fa, non mancano mai scrittori, pensatori, inventori più o meno “improvvisati” che vogliono in ogni modo pubblicare, farsi conoscere, mostrare al mondo tutto il valore delle proprie idee, delle proprie scoperte. Questi autori, quasi sempre autodidatti, si espongono facilmente a critiche, ironie e stroncature ma, ciò nonostante, continuano imperterriti a lavorare, a sacrificarsi, a votarsi alla propria causa, che spesso si rivela essere fondata solo su un progetto bizzarro o francamente assurdo. Una volta, questi “improvvisati” (lo diciamo senza alcuna ironia) venivano chiamati “mattoidi” e con questo termine ci riferiamo ovviamente all’epoca di Cesare Lombroso e dei suoi studi sul rapporto fra genio e follia, ma anche e soprattutto a Carlo Dossi.

Dossi, scrittore eccentrico per eccellenza, amante come nessun altro dell’anomalo e dello stravagante, pubblicò, come tutti sanno, nel 1884 una raccolta dei progetti più bislacchi proposti nell’ambito del concorso per l’edificazione del monumento romano a Vittorio Emanuele II (raccolta intitolata appunto I mattoidi); ed è a Dossi che Paolo Albani, altro scrittore che da anni si dedica con passione alla ricerca, anche sulla scia di Queneau, di “folli letterari”, ha dedicato principalmente questo nuovo libro.

Chissà quanti mattoidi devono ancora essere scoperti, quante opere buffe, intrise di moralismo o di ciarlataneria, devono ancora ripescati dall’ombra e dalla polvere. Si tratta di un terreno ancora da esplorare in gran parte, nonostante le ricerche che, in epoche diverse, sono state fatte, come ad esempio quella di Giuseppe Amadei, direttore del manicomio di Cremona fra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, che, sempre sulla scia del suo maestro Lombroso, raccolse in quantità scritti di mattoidi scienziati o letterari e che oggi sono conservati in un fondo a lui dedicato alla Biblioteca Classense di Ravenna.

Ciò che conta – e ne abbiamo una ottima testimonianza nei casi che Albani riporta in questo nuovo volume – è prendere sul serio ciò che i nostri mattoidi hanno ideato e studiarne le opere non con il metro di giudizio di uno psichiatra, ma, semmai, di un critico. È questo, del resto, quello che faceva Dossi: bisogna sì riconoscere l’esistenza di un collegamento fra mattoidismo, ignoranza e (forse) uno sguardo alterato sul reale, ma occorre anche vedere in quei sistemi così imbarazzanti, in quei poemi così stonati, una forza, una vitalità che è la stessa che Jean Dubuffet ritrovava nella cosiddetta Art brut, nell’arte dei naïfs. In altri termini, per apprezzarli davvero, occorre far prevalere, nella visione/lettura dei mattoidi, l’estetico sullo psicopatologico. Così è anche possibile sopportare il travolgente narcisismo di uomini, quasi tutti autentici grafomani, che consacravano e consacrano tutta la loro esistenza, i loro soldi, la loro reputazione a difendere e diffondere un’idea. Ciò che sempre disorienta nei mattoidi, antichi o moderni che siano, è proprio l’ostinazione con cui essi si credono investiti di una missione dalla portata universale. In nome della verità (scientifica, teologica, artistica), si fanno beffe dei loro critici e degli insuccessi, e si credono vittime di complotti orditi ai loro danni (con l’accademia sempre pronta a schiacciare ogni voce estranea). Rimanendo sempre a metà fra normalità e follia, finiscono sempre per ispirare simpatia, anche se la loro scrittura è spesso ridondante e i loro libri ripetono all’infinito gli stessi poveri concetti, così bistrattati o, peggio, ignorati. Il mattoide rappresenta davvero in ogni tempo la somma paradossale di massima vanità e di minimo ingegno o, comunque, di un ingegno talmente offuscato da non sapere cogliere i propri limiti.

Se poi dovessimo cercare un trait d’union nelle storie di tanti mattoidi e, in particolare, di quelli di cui Albani ci mostra qui le gesta, indicheremmo senza dubbio la lotta ostinata contro la morte, in ogni sua forma. Prendiamo il caso celebre del metallizzatore Angelo Motta o quello, per nulla celebre, di Francesco Attardi: il loro sforzo eroico è stato quello di permettere finalmente all’umanità di raggiungere, e qui sulla terra, la tanto desiderata (ma realmente desiderabile?) immortalità.

In conclusione, ciò che ci sa rendere simpatici i mattoidi di ogni tempo è la loro intrinseca incompiutezza: nessuna delle loro idee potrebbe mai giungere davvero a qualcosa di definitivo e, proprio per questo, essi ci mostrano, esaltandola, una condizione più che mai naturale dell’essere umano. Ed è merito di Paolo Albani ricordarcelo una volta di più.

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