Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
G. Petraglia, La matta di Piazza Giudia. Storia e memoria dell’ebrea romana Elena Di Porto, Giuntina, Firenze 2022, pp. 224, 16,00 €.

Quella di Elena Di Porto è stata una vita segnata dalla violenza. Da un certo punto di vista, ritroviamo nella sua storia soltanto una serie di oppressioni, in quanto ebrea, in quanto donna, in quanto antifascista e, non ultimo, in quanto “matta” (vedremo fra poco in che senso).

Nata nel 1912 da una famiglia di ebrei romani, la Di Porto iniziò ben presto a mostrare un carattere forte, “difficile” in un certo senso, facile a reazioni eccessive e all’indisciplina. Senza dubbio, essa subì le conseguenze del clima autoritario, poliziesco e antifemminile imperante nell’Italia mussoliniana. Era una ragazza indipendente (“protofemminista”, come dice l’autore di questo libro), che amava il calcio, che fumava e che non si tirava indietro quando c’era da difendersi. Nel suo quartiere, il vecchio ghetto della Capitale, era conosciuta da tutti come una ragazza strana,”stramba” anzi. Sposatasi a 18 anni, la Di Porto si separò soltanto dopo tre anni di matrimonio (e due figli), vivendo sempre più ai margini, soprattutto dopo aver iniziato una sfortunata “carriera” di ricoverata in manicomio. Per ben quattro volte, infatti, venne internata, sempre in via d’urgenza, inviata dalla Pubblica Sicurezza. Ogni volta, la nostra protagonista veniva però rilasciata dopo qualche tempo, perché “guarita” – o, potremmo dire meglio, perché semplicemente ritenuta ormai innocua dagli psichiatri che l’avevano presa in custodia.

Quella della Di Porto fu senza dubbio una vita di miseria e di espedienti, finendo per allontanarsi anche dalla sua famiglia, ma rimanendo purtuttavia sempre molto legata al proprio luogo d’origine e alla propria comunità. Soprattutto quando le persecuzioni antiebraiche del fascismo iniziarono a farsi sentire, la Di Porto prese su di sé – per così dire – il ruolo di difensore dei propri “compagni di sventura”: spesso, capitava che si “immolasse” distraendo i fascisti durante retate o perquisizioni nei luoghi proibiti agli ebrei:

Elena, indossati i pantaloni, inforcava la sua bicicletta e faceva il giro di cinema, teatri e luoghi di ritrovo abituale degli ebrei romani per avvisare dell’arrivo dei fascisti. Faceva la spola in un fazzoletto di città tra il Ghetto, piazza Venezia e largo di Torre Argentina, tra il cinema centrale di via Celsa e il cinema Arenula, fino al teatro Altieri, in via degli Astalli, situato all’interno dell’omonimo palazzo dove si teneva il varietà, per poi recarsi all’albergo Diana, ancora in via Arenula, un albergo diurno dove gli ebrei, con gli asciugamani sotto il braccio, andavano a fare il bagno e dove si giocava a biliardo.

Anche per la Di Porto, ovviamente, l’entrata in guerra dell’Italia e, soprattutto, l’invasione nazista rappresentarono la catastrofe. Costretta a vivere confinata per anni in diversi paesi del Centro e del Sud Italia – perché riconosciuta dalle autorità come “ebrea pericolosa e antifascista” –, la Di Porto poté tornare a Roma soltanto con la caduta del regime. Dopo le poche settimane di limbo dell’estate del 1943, l’arrivo dei tedeschi spinse naturalmente questa donna coraggiosa a reagire, partecipando alle prime, embrionali forme di resistenza. Di lì a poco, però, la tragedia della deportazione eliminò anche per lei ogni possibile via di fuga. La Di Porto fu tra gli ebrei catturati il 16 ottobre. Nel suo caso, fu lei stessi a presentarsi ai tedeschi, per non lasciare soli i propri nipoti:

Così ha ricordato la cattura uno dei suoi figli, Angelo:

Mia madre non la presero subito, scappò per i tetti, mentre scappava vide la cognata e i tre bambini. Mentre mia madre scappava, la nipote la riconobbe e gridò: “Zia, zia, non lasciarci in mano ai tedeschi, vieni con noi!”. Non pensando che lasciava due bambini, io avevo 11 anni e mio fratello 14 e mezzo, fermò il camion tedesco e disse: “Fermo, fermo, anch’io sono ebrea”.

La figura della Di Porto è stata ricostruita da Gaetano Petraglia sia scavando fra le carte d’archivio sia discernendo fra molte testimonianze e molti ricordi che, ancora oggi, vivono sulla storia di questa donna così coraggiosa. Anzi, è importante sottolineare come – a fronte di un sostanziale oblio in cui la memoria “ufficiale” della Di Porto è caduta (solo una lapide degli anni Settanta ricorda quello che fece per gli ebrei romani e contro il fascismo) – si sia creata una piccola mitologia sulla sua figura, riconoscendo – certo anche con qualche inevitabile distorsione – il suo ruolo in certo modo carismatico assunto nella comunità ebraica durante il penoso periodo fascista.

Particolare interessante, l’autore sovrappone l’immagine della Di Porto alla Celeste descritta in modo così forte da Giacomo Debenedetti in 16 ottobre 1943, ossia in quella specie di Cassandra, una ebrea “pazza” per il terrore, che correva urlando per annunciare agli ebrei la prossima deportazione.

Può darsi che lo stesso Debenedetti conoscesse direttamente, o avesse appreso da testimoni, la vicenda vera di Elena Di Porto e che essa avesse ispirato in modo decisivo la sua creazione letteraria, tanti sono i punti di contatto e i particolari, alcuni davvero straordinariamente coincidenti, che i due personaggi, quello reale e quello inventato, condividono. Anche se non sono emerse chiare prove documentarie, almeno finora, su quella donna, Elena Di Porto è infatti talmente somigliante alla matta di Debenedetti che la si può ragionevolmente identificare con la Celeste di 16 ottobre 1943. Per l’aspetto esteriore, innanzitutto: scarmigliata, nera, i capelli di crine vegetale, gli occhi spiritati, i vestiti ridotti a stracci. Per il suo comportamento, poi: è in preda all’agitazione, gesticola freneticamente, implora di crederle. Grida, mette le mani sul capo dei bambini, come per proteggerli. ‘Si fa venire’ le lacrime agli occhi: qui Debenedetti sembra aver registrato un tratto caratteriale tipico di Elena, la sua tendenza a sceneggiare tragicamente le situazioni, a irritarsi e a dare in escandescenze.

Per concludere, La mattia di Piazza Giudia ci fa apprezzare una volta di più la ricchezza di biografie come questa e ci conferma nell’idea della necessità di fare emergere sempre l’irriducibile singolarità di ogni esistenza. In altri termini, non avrebbe senso ridurre la vita di Elena Di Porto al ruolo di semplice vittima, né avrebbe senso il farne una seconda Violet Gibson: l’antifascismo della Di Porto non è stato né il frutto di una supposta “follia” né l’esito di una scelta ideologica, ma l’unica soluzione che la sua mente ha ritenuto possibile in un mondo violento e ingiusto.

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