Caporedattore

Antonio Messina è Ph.D. Student in Scienze Politiche all’Università di Catania e Visiting Ph.D. Fellow presso l'Università di Leiden (Paesi Bassi). Ricopre il ruolo di caporedattore del semestrale «Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee», da lui fondato; è socio della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO) e dell’Istituto euro-arabo di Mazara del Vallo. È membro del comitato scientifico della rivista «La Razón histórica: revista hispanoamericana de historia de las ideas políticas y sociales». I suoi principali interessi concernono la filosofia politica, la geopolitica, e la storia delle dottrine politiche, con particolare riferimento alla storia intellettuale dei regimi autocratici. Tra le sue pubblicazioni: L'economia nello stato totalitario fascista (Ariccia 2017); Giovanni Gentile. Il pensiero politico. Scritti e discorsi 1899-1944 (Roma 2019); Comprendere il Novecento tra storia e scienze sociali. La ricerca di A. James Gregor (Soveria Mannelli 2021).

Recensione a
G. Albanese (a cura di), Il fascismo italiano. Storia e interpretazioni
Carocci, Roma 2021, pp. 426, € 34,00.

Guardare alla storiografia sul fascismo è come cimentarsi ad osservare l’immane, ancorché del tutto inutile, fatica di Sisifo, consapevoli che la conoscenza acquisita è destinata presto a dissiparsi e allo storico toccherà ricominciare tutto daccapo. Così il recente volume a cura di Giulia Albanese, Il fascismo italiano. Storia e interpretazioni, riporta il macigno delle conoscenze indietro di qualche decennio, reinterrogando – come scrive la curatrice – questioni che sono già state ampiamente affrontate dalla storiografia italiana e internazionale sul ventennio. Il libro ripropone quindi temi già dibattuti e sviscerati in oltre mezzo secolo, senza apportarvi l’originalità di nuove scoperte archivistiche o il rigore di nuove interpretazioni scientificamente probanti. Leggendo le pagine della Introduzione sembra che a sollecitare la stesura del volume sia stata una necessità squisitamente politica, determinata dall’«avanzata delle destre populiste negli Stati Uniti e in Europa», che avrebbe portato gli studiosi a riflettere sulla «configurazione attuale delle destre populiste come una rinascita, in un contesto mutato, di ideologie e forme politiche già sperimentate negli anni Venti e Trenta» (p. 13). L’accostamento tra gli odierni fenomeni populisti e il fascismo è ormai divenuto un leitmotiv tanto nel lessico politico e giornalistico contemporaneo quanto in certe opere storiografiche o sedicenti tali, portando spesso a dimenticare – come ha arguito Emilio Gentile – che siffatte semplicistiche anologie producono solamente falsificazioni della realtà storica[1].

Sorvolando sulla carenza di originalità e sulle motivazioni sottese alla realizzazione del volume, permangono – in buona parte dei contributi – dei grossi limiti dovuti ad una scarsa accuratezza storica, metodologica e interpretativa.

La violenza fascista, messa a fuoco da Matteo Millan in Squadrismo e repressione: una via italiana alla volenza?, non è adeguatamente contestualizzata alla situazione post-bellica e alla conseguente contrapposizione di rossi e neri nella guerra civile a bassa intensità che ne è scaturita, tranne che per alcuni rapidi accenni (es. pp. 26-27). Di fatto la percezione che ne ricava il lettore è che lo squadrismo sia sbucato fuori dal nulla, all’interno di uno «Stato di diritto» che «non ha perso la guerra, non è sottoposto a occupazione nemica, non è coinvolto in conflitti bellici sul proprio territorio e mantiene intatta la propria sovranità» (p. 39), ignorando quel sottosuolo virulento contrassegnato da una guerra civile scandita da due anni di biennio rosso e due di reazione fascista[2].

Certe ricostruzioni appaiono oscure e assumono le sembianze di un romanzo distopico, se non fosse per il fatto che gli studiosi non sono autorizzati a fare uso della licenza poetica. Una ricostruzione puramente fantasiosa quanto scrive Valeria Deplano nel saggio Dalle colonie all’impero: l’Africa e il progetto nazionale fascista:

In concomitanza con l’applicazione delle leggi razziste in Africa, il territorio nazionale fu sottoposto a un processo di “sbiancamento” che passava per l’allontanamento di libici, eritrei, somali ed etiopici. Il regime prima censì poi allontanò tutte le persone che riuscì a individuare, utilizzando perciò l’appartenenza etnica per definire chi poteva stare fisicamente dentro i confini dell’Italia e chi no (p. 65).

Non è affatto vero che il regime abbia censito e poi espulso le minoranze africane presenti in Italia, come invece sostenuto da Deplano senza il supporto di adeguate fonti bibliografiche.

Nel saggio dedicato all’economia fascista (Economia e fascismo, di Bruno Settis) si finisce col problematizzare, senza giungere ad una chiara conclusione, il rapporto fascismo-modernizzazione, che gli studi più recenti hanno ormai disvelato. Ci viene detto che lo schema euristico della “dittatura sviluppista”, proposto dal politologo americano A. James Gregor, non è nulla di più che una riproposizione della retorica fascista (p. 136), ignorando che il concetto è stato ugualmente applicato a regimi di marca socialista e comunista. Si traccia un bilancio del ventennio come di «complessivo impoverimento delle fasce deboli della popolazione, crescita delle diseguaglianze e caduta della quota salari sul PIL», accompagnato da asserzioni apodittiche sulla «osmosi» tra fascismo e industriali, ignorando la progressiva subordinazione del ceto imprenditoriale agli obiettivi politici e sociali del fascismo. Una subordinazione che è stata caratteristica del totalitarismo fascista e della sua volontà di pervenire al controllo e alla programmazione dell’economia italiana, come aveva intuito Stuart Joseph Woolf: «ultimately, it controlled not only the workers, but the industrialists»[3].

Ciò che manca al saggio di Bettis è una prospettiva generale, che permetta di inquadrare le politiche fasciste nella più ampia progettualità totalitaria e modernizzatrice. Si ignora, per esempio, che i salari furono compressi in ottemperanza ai dichiarati scopi «produttivistici» del fascismo e contestualmente ad una riduzione generale dei prezzi, cosa che permise di non incidere sulle remunerazioni reali. Si ignora, inoltre, che dalla seconda metà degli anni Trenta e contestualmente a quella che Renzo De Felice ha definito «accelerazione totalitaria», il regime intensificò le sue politiche in favore della classe lavoratrice: i contratti collettivi stipulati nel 1936, ad esempio, comportarono sensibili aumenti salariali e ne salvaguardarono il potere d’acquisto dall’inflazione; nello stesso anno si stabilirono nuovi controlli dei prezzi e degli affitti, insieme ad alcune tasse progressive sui dividendi e sugli immobili; nel 1937 furono dettate nuove e più rigorose norme di regolazione del cottimo a difesa dei lavoratori; nel 1938-39 ai sindacati furono concessi maggiori poteri nell’inserimento lavorativo e furono introdotti i fiduciari sindacali a livello di fabbrica[4]. Il tutto venne accompagnato dalla introduzione degli assegni familiari e di altre integrazioni salariali, quali la gratifica natalizia, la remunerazione di festività infrasettimanali, di ferie, l’indennità di licenziamento e di pensionamento. In via del tutto approssimativa, si può ritenere che il salario abbia subito una maggiorazione del 5% nel 1935-36, del 10% tra il 1937 e il 1939, del 15% nel 1940 e del 25-30% (se non di più) nei mesi successivi[5]. Tale carattere espansivo della politica sociale fascista è confermato dai fondi elargiti: 3,9% della spesa statale nel 1922, 5,5% nel 1927 e 14,4% nel 1941. La copertura dell’assicurazione contro la disoccupazione passò dal 12% al 19% della forza lavoro tra il 1920 e il 1925, salendo al 37% nel 1940. La copertura contro le malattie passò dal 6% nel 1925 al 47% nel 1940[6]. Nei primi mesi del 1943, inoltre, si abbozzarono alcuni progetti per la socializzazione delle industrie, segno che la guerra aveva portato a piena maturazione i propositi dottrinari del fascismo. Solo da questa angolatura si può ricostruire il quadro generale della politica economica e sociale del regime e, soprattutto, dei suoi propositi, dei suoi obiettivi di lungo termine e delle finalità verso cui era protesa[7]. Ed è proprio su questo punto che, malgrado i dichiarati propositi di volere «indagare ulteriormente chi fossero i fascisti e quali fossero i motivi che li spingevano nella loro azione politica nell’Italia tra le due guerre» (p. 14), alcuni dei contributi che compongono il volume falliscono nel loro intento.

Ilaria Pavan (Lo Stato sociale del fascismo: continuità, fratture, mediazioni) insiste sul rafforzamento delle diseguaglianze determinate dalle politiche sociali fasciste, che per via del loro carattere selettivo esclusero i lavoratori del mondo agricolo dal percepimento dell’assicurazione obbligatoria per pensioni di invalidità e di vecchiaia, resa facoltativa con R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827. Tuttavia bisogna precisare che questo non fu «uno dei tratti precoci e distintivi dello Stato sociale fascista» (p. 213) e che qualcosa di simile è riscontrabile anche in Unione Sovietica. Come ha infatti scritto Dorena Caroli nella sua analisi sul welfare state sovietico: «rispetto alla politica sociale fascista, destinata tanto agli operai quanto ai ceti medi (impiegati e artigiani), quella sovietica aveva in comune il fatto che precludeva ai contadini il diritto all’assicurazione sociale»[8].

Pavan non chiarisce i motivi – cioè l’alta politica – dietro le scelte che hanno determinato la «politica mirata e selettiva a danno delle campagne» e l’«atteggiamento punitivo che il regime adottò verso il vasto e povero universo contadino» (p. 213). Né a spiegarlo basta invocare la «rivincita dei dominanti», cioè la subordinazione del fascismo al potere agrario, come sembra avallare l’autrice (p. 214). Sarebbe stato altresì interessante effettuare una comparazione con gli altri paesi europei, per chiarire se le diseguaglianze sociali, di genere e razziali determinate dalle politiche sociali fossero una pecualirità fascista (o degli stati totalitari, dati gli aspetti in comune con il bolscevismo) o viceversa un trend comune ai paesi occidentali nel periodo tra le due guerre mondiali. Occorre infine rilevare che la ripetuta considerazione di quanto sia «difficile ricondurre l’azione del regime ad un progetto modernizzante» (p. 221) non è preceduta da una doverosa spiegazione di che cosa si debba intendere con “modernizzazione” e in che modo essa fu recepita e declinata dai variegati sistemi autoritari/totalitari.

In conclusione, tenendo conto delle sopracitate riserve, il volume fornisce un’ampia sintesi dei temi che hanno costellato la storiografia italiana e straniera sul fascismo, apportandovi ben pochi e sparuti elementi di originalità.

Note:

[1] Emilio Gentile chiama astoriologia la pratica diffusa che si fonda sulle facili analogie, «dove il passato storico viene continuamente adattato ai desideri, alle speranze, alle paure attuali». Cfr.: E. Gentile, Chi è fascista, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 7.

[2] Sul concetto di guerra civile in riferimento agli anni 1918-1922, si vedano: F. Fabbri, Le origini della guerra civile: l’Italia dalla Grande guerra al fascismo, 1918-1921, Utet, Torino 2009; E. Acciai, Italia 1918-1922: sull’uso della categoria di guerra civile, in «Officina della Storia», n. 6, 2011, Online.

[3] J.S. Woolf, Did a Fascist Economic System Exist?, in J.S. Woolf, The Nature of Fascism, London 1968, p. 138.

[4] S. Musso, Lavoro e sindacato nell’economia fascista, in 1914-1945: l’Italia nella guerra europea dei trent’anni, a cura di S. Neri Serneri, Viella, Roma 2016, pp. 276-279.

[5] V. Zamagni, La dinamica dei salari nel settore industriale, in L’economia italiana nel periodo fascista, a cura di P. Ciocca e G. Toniolo, il Mulino, Bologna 1976, pp. 343-344.

[6] M. Ferrera, Welfare state: origini, evoluzione e prospettive, in «Il Politico», vol. 76, n. 3 (228), settembre-dicembre 2011, p. 293.

[7] Una analisi prospettica è stata tentata in L’economia nello stato totalitario fascista, a cura di A. Messina, Aracne, Ariccia 2017.

[8] D. Caroli, Un Welfare State senza benessere. Insegnanti, impiegati, operai e contadini nel sistema di previdenza sociale dell’Unione Sovietica (1917-1939), eum, Macerata 2015, pp. 29-30.

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