Piero Buscioni (1973) si è laureato in Storia della critica e della storiografia letteraria presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. Attualmente insegna Lettere nelle scuole superiori. Aforista, poeta ed autore di saggi, ha scritto su riviste, quali «Erba d’Arno», «Nuova Antologia», «Hebenon», «La Clessidra», «Caffè Michelangiolo». Nel 2003 ha fondato, con amici, la rivista trimestrale «il Fuoco». È collaboratore de «il Portolano». Suoi aforismi sono stati scelti da Guido Ceronetti per il quotidiano “la Stampa”. Ha pubblicato la monografia Il rabdomante delle acque di Siloe. Studio su Arrigo Levasti (2000), l’antologia Tributo minimo al novecento italiano in sedici schegge (2004), la raccolta poetica Fa’ luce ti prego fino all’anima (2009), il saggio Parole per un altro amore. Scritti sul cinema (pref. di M. Guzzi, 2013), le raccolte Aforismi per la fine del mondo (2018; vincitore del Premio internazionale per l’aforisma “Torino in sintesi” – sezione editi) e Tra cielo e terra (pref. di A. Castronuovo, 2021). Nel 2024 è uscita la sua seconda raccolta poetica, dal titolo La pena e lo splendore.

Recensione a: A. Ceni, I bracciali dello scudo (Poesie 1983-2023), Crocetti, Milano 2025, pp. 272, € 18,00.

La letteratura e segnatamente la poesia costituiscono nell’Italia attuale il vero settore terziario. I letterati d’ogni risma e sopra tutti i poeti sfuggono ormai finanche ad ogni possibilità di censimento. In questo panorama per nulla bello da ammirare, in questa sconfortante temperie, la poesia di Alessandro Ceni – fiorentino di Pian dei Giullari, venuto al mondo il 21 febbraio del 1957 – si erge a guisa di una impervia altissima montagna. Altresì comprensiva di sette inediti, I bracciali dello scudo è la sua opera omnia. Poiché non appartengo al novero degli esegeti tendenti ad andare in estasi (talora con levitazione), non indulgerò alla cenilatria; e non affermerò che Ceni sia il più grande poeta italiano, anche perché, non essendo la poesia (l’arte) una corsa di cavalli o una competizione culturistica, credo poco a un cotal genere di graduatorie e sentenze. Dunque non lo affermo e tuttavia in un certo senso lo affermo (del resto Vladimir Holan dice: «Sei senza contraddizioni? Sei senza possibilità»); giacché non credo ci sia un altro poeta che abbia una simile estensione di voce e magnitudine di lingua. Non c’è forse un altro poeta che abbia un senso così radicale, sovrano, assoluto della parola. Ed è per questo che io lo chiamo – dantescamente ed eliotianamente – il miglior fabbro del parlar materno. Ceni, come ogni autentico poeta, si pone in ascolto del linguaggio; si apposta con magistrale pazienza alle sue stesse scaturigini ed ascolta. Ciò naturalmente non significa che non ci sia da parte del poeta uno strenuo diuturno durissimo lavoro: il combattimento ininterrotto (per citare il titolo di una sua opera) è anche con il verbo. Quello di Ceni è in effetti un corpo a corpo titanico con la parola; non per caso, nella sua rimarchevolissima attività di traduttore dall’inglese, si è altresì cimentato con quel mostruoso libro che è l’Ulisse di Joyce.

Piuttosto chiara, per ciò che concerne la nostra letteratura, è l’ascendenza ermetica (laddove per Ermetismo si intenda quel che l’Ermetismo è davvero stato, e cioè un particolare movimento fiorito in Firenze negli anni trenta del secolo scorso e avente in Luzi, Bigongiari e Parronchi i suoi principali rappresentanti) e specialmente bigongiariana di Ceni, che appunto con Bigongiari ha discusso la sua tesi di laurea su Landolfi. Così come, andando a ritroso nel tempo, arguiamo nel nostro la presenza – eminentemente linguistica, materica – del D’Annunzio alcyonio. Ceni è dunque un poeta ermetico, arduo, a volte eccedentemente oscuro; soprattutto se ci si ostini a voler capire. La questione infatti non è tanto quella di comprendere la poesia quanto di esserne compresi; più che capire, occorre incidersi dentro questa parola aristocratica, alta e altisonante, questo possente canto dove il significante, per dir così, si fa immediatamente significato; è, di per se stesso, carne e sangue e spirito. Quella di Ceni è una lingua che parla da altrove; un idioma misterioso ed anche, osiamo dire, sottilmente misterico: vi traluce infatti, vagamente vi balugina come qualcosa di esoterico, di iniziatico. Ed è una lingua che si autogenera. La qual cosa, di nuovo, non implica affatto che non vi sia un poderoso lavoro, ché altrimenti non sarebbe il miglior fabbro. Da questo canto inaudito ed eccezionalmente irto di neologismi (sulle coniazioni di Ceni si potrebbe scrivere un saggio) in cui le cose sono nominate nella loro assoluta disarmante nudità, da questo incandescente magma, da questo linguaggio potente e torturato, da questo oscuro fiume o mare estremo, emergono come dei piccoli adamantini atolli di trasparenza e di luce; di stralucenza, neologismo ceniano che per il gioco delle suggestioni mi fa pensare a meravigliose parole della tradizione e precipuamente iacoponiche quali esvalianza, esmesuranza; ché la patria di Ceni (come del resto la mia) non è tanto l’Italia («perché la patria è soltanto / un campo di tende in un deserto di sassi»), quanto l’italiano dei grandi italiani. E certamente esmesurante, oltranzoso – nella significazione, nella sostantivazione, nella versificazione, in tutto – è il discorso poetico di Ceni, il quale senza dubbio è, parafrasando due versi suoi, un poeta «solo e straordinario e di grandi dimensioni».  Con una dimensione anche spirituale (e come potrebbe essere altrimenti trattandosi di vera poesia…), seppur non confessionalmente declinata ed anzi ateistica nel senso di non teistica. Ne sono eloquenti indizi gli esergo posti ai libri – ad esempio questo di Chuang Tzu, in epigrafe a Mattoni per l’altare del fuoco, che può senz’altro costituire una chiave ermeneutica importante dell’opera ceniana: «Benché l’intelligenza dell’uomo non penetri che una particella della verità totale, è grazie a ciò che non penetra che l’uomo può comprendere il cielo» – nonché e soprattutto taluni versi, tutti explicit di poesie altresì straordinariamente perspicui:

Questa non è la patria è il pianeta,

l’anima permane dopo la corruzione dopo

l’ombra rimane dopo il corpo

(Il traguardo della pioggia 3;  dal libro primo I fiumi)

 

(…) pensa

ai pianeti, considerali

nell’atroce amore che fa sì

che pur separati essi non si perdano

ma restino per sempre libere e

aperte abitazioni in cui tu

perduto a questo colle

non nascerai e dimorerai invano

(Colle di Favilla; da La natura delle cose)

 

E per la storia dell’anima

che ancora precipita

dalla caverna dell’eternità

in questo vuoto di pietra

in cui senti frusciare l’erba e trapassare il fiume

(Sulla villa medicea di Poggio a Caiano di Giuliano da Sangallo; sempre da La natura delle cose)

E ancora la potente chiusa della dodicesima lirica della prima sezione, Nel regno, di Mattoni per l’altare del fuoco:

So che finalmente vedevo il buio

e in esso nulla che fosse d’umano

da cui spira un’aura che potremmo definire metantropica,  una sorta di afflato mistico per viam negationis. 

La vera poesia è anche nei frammenti. Così, da Mattoni per l’altare del fuoco – il meno criptico dei libri di Ceni, nonché il mio più amato –,  trascelgo e chioso i due minimi e tuttavia illuminanti spècimen che seguono, il primo dei quali è l’incipit del componimento XXIX dell’opera, dalla sezione III, Ossa incise e dipinte:

Ho visto soltanto cose

che impietriscono e commuovono

come un perenne addio ai compagni.

Dopo questo attacco, inobliabile e dalla forza classica, il poeta menziona tali cose (l’enumerazione è strumento retorico, in senso alto, eminentemente ceniano) a cominciare da «la sofferenza obiettiva dell’animale», verso che esprime una toccante verità, e altresì – ci tengo a rilevarlo – l’amore che Ceni nutre per gli animali, dedicatari insieme ai bambini di Mattoni per l’altare del fuoco. Qui Ceni dice l’essenza stessa della vita, che a un tempo impietrisce e commuove, che suscita una sorta di ossimorica commozione pietrificata. Come, appunto, «un perenne addio ai compagni». «Così viviamo ed è sempre un addio» recita il verso finale dell’ottava elegia duinese di Rilke.

Dalla poesia immediatamente antecedente a quella sopracitata – si tratta dunque della ventottesima lirica di Mattoni per l’altare del fuoco – eleggo questi due lancinanti versi, che incarnano la vertiginosa esattezza, la implacabile verità della poesia (rispetto, per esempio, alle divagazioni emozionali della canzone d’autore, sia pure la più pregiata; e a tal proposito mi permetto di rimandare al mio saggio Sopra un errore popolare dei moderni pubblicato su questa stessa rivista):

E gli alacri fornai di Auschwitz

bianchi sui cadaveri dopo la notte insonne.

Qui davvero Ceni riesce a dire l’indicibile, a nominare l’innominabile; con tredici parole definisce quel supremo Mysterium iniquitatis che il nazismo è stato. Perché i nazisti, tra la metafora e la lettera, questo erano: fornai. E ciò a prescindere dal fatto che a riempire le camere a gas e di seguito a svuotarle, quindi ad affaccendarsi sui cadaveri per poi infornarli, non fossero tanto le SS (Totenkopfverbände, o testa di morto, cioè le unità delle SS preposte ai campi di concentramento e di sterminio) quanto gli ebrei stessi dei Sonderkommandos, giacché la acribia storica non invalida la superiore verità poetica. E a proposito di nazismo, per dire lo stato comatoso in cui versa una non trascurabile parte della cosiddetta poesia italiana, c’è un tizio – omonimo nel cognome del personaggio arboriano di Quelli della notte (meravigliosa fantasia della vita…) che diceva cose del tipo: «meglio essere belli e ricchi che brutti e poveri» – che ha scritto (trattasi del titolo di un libro; ricavato da un verso? Non ho approfondito. E del resto, come già Kraus anch’io quanto meno so tanto più indovino): «Ogni volta che mi baci muore un nazista» (sic!). Parole queste impossibili da ricordare, pornografiche, nel senso che Steiner – non Rudolf, l’antroposofo, che pure apprezzo, ma George, il comparatista – attribuisce a tale termine, laddove, in Vere presenze, parla di pornografia dell’insignificanza. Senza contare il fatto che i nazisti sono già tutti morti, e non occorre quindi che per farne giustizia il sopra evocato omonimo del personaggio di Quelli della notte sia baciato. Ma d’altronde si sa: per simili poeti ogni occasione è buona per rubare un bacio. Insomma, quella che io stesso chiamo soglia della commentabilità qui non è raggiunta (e altri innumerevoli esempi, dalle Alpi a Capo Passero, si potrebbero in tal senso addurre…); ad onta del fatto che questo tizio sia rinomato assai (sebbene non quanto il suo omonimo di Quelli della notte). Ma fare il proprio lavoro fregandosene del mondo è per l’appunto uno degli articoli del magistero ceniano.

E miglior suggello non so immaginare che ripetere i versi, tra altri imperituri, di Ceni:

E gli alacri fornai di Auschwitz

bianchi sui cadaveri dopo la notte insonne.

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