Stefano Berni è docente di Filosofia e scienze umane nei licei. È stato Professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista “Officine filosofiche” dell’Università di Bologna e Presidente della Società Filosofica Italiana di Prato. Le sue ultime pubblicazioni sono: Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2018; Etiche del sé. Foucault e i Greci, Firenze, 2021.

Recensione a
D. Breschi, F. Felice, Ciò che è vivo e ciò che è morto del Dio cristiano
Rubbettino, Soveria Mannelli 2021, pp. 108, €13.00.

La riflessione sul cristianesimo tra Danilo Breschi e Flavio Felice si concentra sulle questioni cruciali della postmodernità alla luce della secolarizzazione avviatasi con la modernità. L’assunto base da cui parte Breschi è quello crociano per il quale non possiamo non dirci cristiani. È acclarato che l’Occidente, in particolare l’Europa, si sia caratterizzata e sia stata forgiata dalla concezione cristiana. Sarebbe miope non riconoscere il portato culturale e storico di tale tradizione. Tuttavia, i due studiosi accettano la sfida lanciata da un autore eretico come Nietzsche, che indubbiamente ha problematizzato la centralità del cristianesimo, con la famosa sentenza: Dio è morto. Benché la frase sia stata sottoposta a numerose interpretazioni, Breschi, pur non essendo evidentemente un nicciano, coglie bene il senso storico di tale proposizione: Dio è il simbolo della certezza, della fede immediata, del bisogno di credere, del chiodo fisso al quale si possano appoggiare tutti i nostri abiti e che garantisce stabilità, genera ottimismo, fiducia nell’avvenire: insomma consola e protegge dai dubbi, dalle incertezze e dalla paura della morte. Inoltre, come coglie bene ancora l’Autore, la scomparsa del Dio cristiano ha prodotto un vuoto nelle coscienze, che è stato riempito con molte altre credenze e superstizioni, come l’abbandonarsi a droghe, alcol, cibo ma anche a credenze alternative come l’oroscopo, la magia, le religioni new age, fino a raggiungere la fede nella Ragione e nella Scienza, intesa come disciplina infallibile e vera.

Flavio Felice sottolinea, rispetto a questo vuoto, che fare a meno dell’ipotesi di Dio è mero intellettualismo non capendo che l’uomo per sua natura anela alla trascendenza, non si accontenta di vivere di solo pane; anzi a bene vedere, rimuovendo (in termini psicoanalitici) tale desiderio, si sarebbe creato un uomo ancora più incerto, fragile, aggressivo, violento, solitario non capace di sentirsi protetto e partecipe della comunità. Offuscando la sua parte spirituale e migliore di sé alla quale tendeva, l’uomo si riduce a mera animalità le cui conseguenze, osserva Breschi, sono state le due guerre mondiali, il nazismo, lo sterminio degli Ebrei: insomma l’avvento del Male. Se non vi fosse mai stata prima, nella storia dell’umanità, la presenza del male, si sarebbe potuto dedurre che questo male si è scatenato proprio dal fatto che gli uomini hanno abbandonato la Fede. Non è Dio che avrebbe abbandonato l’umanità, ma sono gli uomini che hanno perpetrato il male allontanandosi da lui, come suggerisce S. Agostino. Felice riconosce che la verità della fede cristiana, impostasi come vincente, “può essere considerata un elemento problematico” nel senso che da un lato il cristianesimo, secolarizzandosi, ha potuto lavorare per la pace, per la dignità di tutti, per una democrazia i cui valori cristiani sono consolidati e hanno apportato effettivamente dei miglioramenti per rafforzare la libertà, la felicità, la vita. Dall’altro lato però il rischio è che, chi crede alla verità, tende ad imporla agli altri “con tutti i mezzi a disposizione” anche “con lacrime e sangue”. È questo certamente il problema centrale sollevato da Nietzsche: ogni verità, fondata sulla volontà di conoscenza, può imporre una volontà di potenza che tende ad assoggettare e a dominare gli uomini.

Vi è, secondo me, una contraddizione che risale probabilmente allo stesso Cristianesimo: l’idea che in ciascun individuo vi sia un’immagine di Dio e quindi si esalti la persona e l’individualità, si oppone alla sovranità pastorale imposta dalla Chiesa. Per questa ragione Nietzsche stima Gesù e lo definisce un “oltreuomo”, ma polemizza a lungo con il Cristo, con la dottrina cristiana, con il potere sacerdotale, che ammansisce e omologa ogni individuo. È inutile ricordare che la Chiesa ha esercitato un forte potere politico e religioso, ma un potere in parte autonomo rispetto a quello dei monarchi Franchi e Sassoni, i quali, pur cristianizzandosi, hanno invece utilizzato strumentalmente la religione per regnare. Mentre in Italia i due poteri, quello temporale e quello religioso, erano per certi aspetti indipendenti, fatto salvo il regno pontificio, negli altri Stati si sono affermate monarchie politico-teologiche (inverto appositamente gli aggettivi per sottolineare il primato del primo sul secondo) dove di fatto il re (o l’Imperatore) assumeva su di sé anche il potere religioso. L’ammirazione di Nietzsche per l’umanesimo italiano rispetto, ad esempio, al protestantesimo, stava proprio in questo: l’emancipazione dell’individuo dalla sfera teologico-politica. Il protestantesimo è fortemente criticato dal filosofo tedesco, tesi poi ripresa da Max Weber, perché avrebbe santificato il lavoro e la schiavitù del lavoro. Nietzsche detestava la cultura inglese e americana proprio perché si basava su un individualismo basato sulla ricchezza e la competizione produttiva. Ma questa via, si basi, è indicata da una religione. Pertanto vi è alla base di questi atteggiamenti culturali un certo fanatismo derivato dal pensare di possedere la verità. È vero che molti studiosi di storia del lavoro risalgono, come fa anche Felice, all’opera benedettina o alle corporazioni comunali. Ma non dimentichiamo che il lavoro era ancora considerato un mezzo e non un fine per giungere alla salvezza.

Il discorso in Francia è diverso. La maggior parte del popolo, durante la rivoluzione, era cattolico ma una volta compreso che Luigi XVI era un tiranno ipocrita e la Chiesa lo sosteneva, si è scivolati inesorabilmente in uno Stato religioso senza Dio. Il laicismo dei francesi non è che il rovesciamento del cattolicesimo: si è divinizzato lo Stato. Come ha ben compreso Nietzsche, la rivoluzione francese, il socialismo, il comunismo non sono che epifenomeni del cristianesimo.

Si può ben condividere dunque la posizione di Breschi secondo la quale la secolarizzazione è il cristianesimo inverato e pertanto non possiamo non dirci cristiani. Tuttavia non dovremmo mescolare il cattolicesimo con il protestantesimo. Inoltre sarebbe interessante ricostruire l’eredità del diritto romano e del diritto naturale che riappaiono in alcuni territori bizantini in Italia con il Codice giustinianeo e soprattutto con la rifioritura nelle università italiane dei glossatori e l’utilizzo, soprattutto in Francia e poi in Germania, da parte dei re e degli imperatori come strumento di dominio. È noto ormai infatti che per secoli il diritto in Europa è stato il diritto delle genti barbare che utilizzavano la faida e la vendetta anche sul suolo pontificio ancora alla fine del XVII secolo, anche se i sovrani, compreso il Papa, preferivano il diritto romano perché consentiva loro un controllo centralizzato e universale. Questo per ricordare che il cristianesimo non ha impedito di sottrarre la violenza ad ogni azione umana; per secoli non solo la Chiesa ha dovuto tollerare atti di violenza che quotidianamente avvenivano sui territori cristiani, ma li ha anche accettati, utilizzati a fini strumentali e perfino da lei stessa perpetrati. Per non parlare poi delle guerre di religione; delle persecuzioni contro gli Ebrei; degli eccidi avvenuti nelle Americhe e potremmo continuare.

Pertanto, di fronte a tale scenario, dopo venti secoli di cristianesimo, la domanda nicciana rimane inevasa: non sarà che proprio sopprimendo la violenza essa si perpetua ancora di più? Crea individui frustrati e risentiti che non perdono occasione di scaricare la propria rabbia su tutto e tutti? Se una società di padri padroni, come è accaduto in Germania, dove tutti dovevano obbedire, ha prodotto violenze inaudite, e se le società senza padri come quella attuale creano le condizioni tali che qualsiasi individuo possa uccidere facilmente, allora non dobbiamo domandarsi se il Male sia inestirpabile? Forse il capro espiatorio dei riti pagani non era che un modo per catalizzare la violenza e ridurla all’interno della comunità? Che cosa sono tutte queste guerre economiche fra trust e cartelli, che poi però producono morti attraverso l’impoverimento e devastazioni di interi territori, se non triviali guerre tra clan? Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

Un altro punto che mi colpisce del dibattito tra Breschi e Felice è che entrambi condividono l’affermazione biblica: «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Ora se è vero, come scrive Felice, che in questa frase vi sarebbe una desacralizzazione del potere temporale e una presa di coscienza della propria individualità, è vero anche, come rileva Arendt, che si va verso una privatizzazione e un rifiuto del mondo che non permette una sana vita politica e un sereno dibattito, volto al miglioramento della società. In questo modo si potrebbe assistere ad un fatalismo e ad una rassegnazione che non comporta alcuna responsabilità individuale di fronte agli altri.

Un altro importante problema, posto da entrambi gli autori ma solo sfiorato, è il rapporto degli uomini con la natura. Riprendendo una frase di Antiseri, Felice sottolinea che il dio giudaico cristiano desacralizza la natura e la rende disponibile alla manipolazione tecnologica e all’indagine scientifica. Poco prima Breschi faceva riferimento a Bacone e alla modernità tecnico scientifica avviatasi anche grazie al cristianesimo. Ci sono poi alcuni studiosi che farebbero risalire la nascita del capitalismo già nelle città italiane preumanistiche. Ora personalmente posso riconoscere la fondatezza di tali affermazioni ma non ne esalterei il messaggio e non sarei fiero di tale esito della civilizzazione. Credo che la prospettiva di Francesco, proprio per la scelta del nome, vada verso un tentativo di risacralizzazione della natura come oggetto-soggetto creato da Dio e dunque da rispettare e da custodire: deus sive natura. Rischio di paganesimo? Non lo so, non sono un teologo. Certamente, l’idea che la persona sia stata posta al centro dell’universo come essere superiore e al di fuori della natura, ha condotto la nostra civiltà a distruggere la natura stessa e con lei anche l’uomo di cui ormai, dobbiamo prenderne atto, appartiene. Tale arroganza ha portato poi alla desacralizzazione del corpo e delle sue istanze più naturali, tanto che si potrebbe intravedere un esito nichilistico insito nello stesso pensiero cristiano.

Dunque la società migliore per gli Autori, se ho compreso bene, sarebbe una società cristiana liberale in cui lo scambio economico e la libera proprietà sarebbero al fondamento del diritto naturale così esaltato dalla Chiesa. Pur non addentrandomi troppo su questioni complesse e delicate come il concetto di diritto naturale (giusnaturalismo), condivido la strada intrapresa da Francesco, non esente da critiche interne, che insiste, oltre che al rispetto per la natura, anche sul valore della povertà deprecando lo sforzo protestante di porre al centro la ricchezza e il lavoro intesi come aspirazione alla santità. Questo, da un punto di vista teorico, ci allontanerebbe da un’idea di Europa tutta volta all’economicismo e al liberalismo. Da un punto di vista culturale, liberarsi dalla Gran Bretagna, dal mio punto di vista, è stato un bene per costruire un’Europa più coesa. Però rimane un punto centrale inevaso: fino a che punto liberarsi di Locke o meglio del Locke del diritto naturale legato all’idea di proprietà? È noto che lo stesso filosofo inglese non invitava la società a dedicarsi interamente alla ricchezza, anzi aveva posto una clausola di salvaguardia che non avrebbe dovuto spingere la società all’arricchimento per l’arricchimento. Inoltre è evidente che Locke si riferiva ancora ad una società prevalentemente contadina, dove la proprietà terriera borghese era la fonte principale di sopravvivenza e di ricchezza. Oggi in età postindustriale, in cui le macchine hanno preso il sopravvento, pensare di passare la vita a guadagnare e ad accumulare ricchezza solo per il gusto di sentirsi più bravi di altri uomini è, come aveva già diagnosticato Tocqueville nell’osservare l’America, una forma insana e degenerata di democrazia.

L’altro nodo da sciogliere secondo me sarebbe relativo alla forte identità cristiana dell’Europa, che però stride con il suo messaggio evangelico di diritti universali presenti in ogni uomo. Vedo molti amici cattolici cadere in questa aporia. Se, come afferma Breschi, l’Europa deve recuperare il forte messaggio cristiano e la sua identità, poi non può nello stesso tempo sancire, perlomeno formalmente, dei diritti universali che sono sì estensione giuridica della concezione cristiana ma che poi tendono ad obbligare tutti, anche i non cristiani, anche chi non vive in Europa, a perseguire tali diritti. In psicopatologia tale ambivalenza si chiama doppio legame: devi amarmi! Ma il dovere, almeno nell’accezione più imperativa, non può obbligare qualcuno a comportarsi spontaneamente e convintamente di ciò che non è o non vuole essere. Ora essendo dei diritti e non dei doveri si suppone che si possano accettare le diversità anche religiose, ma a questo punto l’Europa si presenterebbe come una pluralità giuridica e culturale e di nuovo non ci sarebbe più una forte identità. O forse l’identità dell’Europa risiede proprio nella relatività e nella pluralità dei punti di vista? La frase di Francesco – «chi sono io per giudicare!» – mi è sembrata una frase molto europea che trova radici nello scetticismo neopirroniano, nello gnosticismo cristiano, nel valore della tolleranza religiosa e che raggiunge i vertici del discorso filosofico con la scommessa di Pascal. Non ho simpatia per l’intellettualismo dogmatico di Ratzinger che in fondo si muove culturalmente in un’area germanico-protestante. Le parole stesse di Benedetto XVI, che Breschi riporta per denunciare la crisi profonda che investe l’Occidente, in qualche misura confermano le mie impressioni, ovvero che è proprio dell’Europa riconoscersi nella differenza. Breschi esprime perfettamente questa capacità autocritica, autocosciente di “noi buoni europei”. Scrive infatti l’Autore: «L’impressione è che l’Europa si accetti negandosi. Negandosi si propone come modello di apertura che rischia di non avere più il perno attorno a cui operare quella stessa apertura».

In fondo che cos’è la stessa Italia e la stessa Europa se non un crogiuolo di popoli con storie e culture assai diverse. È proprio nella fratellanza che l’Europa ha dato il meglio di sé. Lo stesso Dio cristiano si è offerto a noi negandosi, scomparendo. Dio è morto significa anche che il Padre è morto. Ora c’è da capire se il vuoto della scomparsa del Padre produca depressione, spaesamento oppure, dopo aver elaborato il lutto, produca anche individui capaci, nella testimonianza, di comportarsi come il padre. L’Occidente è ancora sul crinale: da un lato l’individualismo sfrenato di colui che vuole rimuovere il dolore della perdita attraverso la distrazione, l’ottundimento, la violenza; dall’altro, l’individualismo di colui che ha imparato ad essere responsabile di sé stesso, ha elaborato il lutto ed è diventato capace di raggiungere, kantianamente, l’autonomia. Come suggerisce Felice, l’invito di Papa Francesco a desacralizzare il potere, a relativizzare l’importanza del denaro, ad «implementare la solidarietà per via istituzionale», intesa non come mero atto di donazione compassionevole, va nella direzione di riaffermare la centralità della persona che è un valore tipicamente europeo.

Infine un appunto sulla pandemia in corso: come ha reagito politicamente l’Italia rispetto ad altri paesi europei, non solo protestanti? Le istituzioni sono intervenute duramente con obblighi e ricatti tipici di un governo padronale che non riconosce alcun ruolo alle libertà personali e alle individualità: un potere pastorale che per Nietzsche e per Foucault appartengono ad una concezione patriarcale tipicamente cristiana: «Il vaccino come parusia – scrive ironicamente Breschi – seconda venuta del Salvatore per la redenzione finale ed eterna».

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