Stefano Berni è docente di Filosofia e scienze umane nei licei. È stato Professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista “Officine filosofiche” dell’Università di Bologna e Presidente della Società Filosofica Italiana di Prato. Le sue ultime pubblicazioni sono: Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2018; Etiche del sé. Foucault e i Greci, Firenze, 2021.

1. In base al noto principio di Heisenberg, nel momento in cui osserviamo l’azione umana, essendo carichi di giudizi (ma ogni giudizio non è che un pregiudizio, scrive Nietzsche), modifichiamo il nostro modo di comprendere la realtà, a tal punto che non sappiamo più neanche cosa sia vero o falso. Nella filosofia kantiana vi era ancora l’idea che vi fosse il noumeno e il fenomeno. Secondo Kant è impossibile raggiungere il noumeno, dobbiamo accontentarci dei fenomeni. Schopenhauer radicalizzò il ragionamento e il fenomeno diventò mera illusione.

A prima vista sembra che ogni scienziato oggi sia consapevole che l’osservazione è sempre carica di pre-giudizi e ciò che vediamo è, almeno in parte, all’interno del soggetto che indaga. Tuttavia il suo tentativo di modificare continuamente questo comportamento “distorto” cercando il più possibile di trovare una certezza che raggiunga finalmente il noumeno, mi sembra che nasconda nel suo atteggiamento ancora una concezione “positivistica”. Noi ribadiamo il postulato di Nietzsche: i fatti non ci sono. Ci sono solo interpretazioni. Così l’idea, anche in campo psico-sociale, di non utilizzare più la parola “emozione”, perché troppo carica di credenze morali e usare invece asetticamente il vocabolario scientista, definendola come “reazione automatica”, va in quella direzione.

Dal convenzionalismo di Poincaré al realismo di oggi, tutti cercano di parlare una lingua tecnica, terza rispetto al linguaggio comune che invece è per me fondante. Infatti, pensare un linguaggio di livello 2 costruito artificialmente rispetto al livello del linguaggio 1, quello naturale/culturale che usiamo quotidianamente, è un’impresa destinata al fallimento perché L 2 si fonda sempre sul L 1. Ciò accade, sia detto en passant, anche in campo filosofico e giuridico, all’interno del quale si suppone logicamente e razionalmente di poter trovare la ‘Legge pura’ priva di riferimento alla realtà: come se logica fosse un campo autonomo e non discendesse essa stessa dal reale. E nonostante questo, isomorfo al reale. Che paradosso! In più il rischio di L2 è che diventi un linguaggio per una tribù speciale, (la tribù degli scienziati, dei filosofi, dei giuristi) che diventa autoreferenziale. Se poi gli scienziati L 2 fossero in grado di produrre determinate scoperte e invenzioni ben venga anche L 2 ma siccome in questo scritto vorremmo occuparci dell’esistenza dell’uomo e delle sue emozioni, costruire un mondo L2 non mi sembrerebbe appropriato per descrivere, comprendere e sentire pienamente il funzionamento delle emozioni che soggiacciono e si esprimono attraverso L1.

2. Il segno linguistico è un tentativo di autorappresentazione delle nostre emozioni e sicuramente ci permette di “rifletterle” nella parte della nostra mente più cognitiva per meglio comprenderle, ricordarle, riviverle grazie anche all’uso stesso di quella parte di memoria che è stata “congelata” grazie al linguaggio. In questa parte di memoria più cognitiva vanno sicuramente a depositarsi una parte quelle esperienze acquisite tramite ripetizione, addestramento e esperienza che ci permettono di affrontare determinati pericoli. Se una persona priva di addestramento affronta per la prima volta un orso, per riprendere un classico esempio di William James, l’emozione che prova è quella di avere paura e fuggire. L’orso, in questo caso, sembra (per fortuna non l’ho sperimentato personalmente) ti insegua e ti attacchi. Un addestratore sa invece per esperienza che occorre ignorare l’orso, non correre e non guardarlo. Le emozioni sono state, per così dire, assopite, per agire più freddamente e razionalmente, però permangono. L’addestratore non cessa di aver paura ma sa gestirla grazie alla ripetizione che forma nuovi assoni e sinapsi che in qualche misura contengono e canalizzano la scarica adrenalinica della “prima volta”. Pensare dunque l’emozione come qualcosa di depurato dalle incrostazioni dell’esperienza mi sembra azzardato. Non dobbiamo pensare come Platone, che vorrebbe purificare il Glauco marino per ritrovarne la sua essenza, la sua anima, la sua purezza; potremmo piuttosto immaginare una rosa che si difende con le spine o un frutto che protegge la sua polpa con la scorza.

3. Un esempio di confusione tra emozione e ragione l’ho sperimentato personalmente: ero in montagna con mia moglie e stavamo tornando verso l’albergo presso il quale eravamo ospitati. Ad un certo punto la terra ha tremato e abbiamo sentito un forte boato. Come animali impazziti ci siamo messi a correre senza un particolare motivo ma solo spinti dall’istinto e dal panico verso il nostro vicino albergo, per cercare rifugio. Dall’albergo però stavano contemporaneamente uscendo in preda alla paura i suoi ospiti. Una volta finito il rumore, gli albergatori ci hanno fatto notare che si trattava di una scossa di terremoto e la soluzione più razionale sarebbe stata quella di rimanere all’aperto. Lì per lì ho pensato che l’emozione ci avesse giocato un brutto tiro; non ci aveva fatto pensare e quindi ci aveva fatto agire in modo irrazionale. Invece, passata la paura, ho riflettuto. Da qualche giorno c’erano, sopra l’albergo, dei minatori che facevano brillare delle mine che causavano un certo frastuono, per costruire un passaggio nella montagna. Mi ricordai allora, dopo aver sentito il rumore sordo, di aver pensato, sulla base di un’associazione del tutto empirica e molto rapida, che un pezzo di montagna si fosse staccato e precipitasse su di noi. In pochi istanti dovevamo decidere. L’albergo sembrò il rifugio migliore per proteggersi da eventuali detriti. Tra le due cause possibili che avevano innescato la nostra paura “scegliemmo” razionalmente forse quella più probabile (non quella più giusta) ma anche quella che in quei giorni ci aveva turbato. La paura ci aveva giustamente messo in allarme, ma la scelta di cosa fare veniva comunque da un ragionamento errato ma basato su esperienze precedenti.

4. Seguendo gli studi neurologici noi possediamo almeno tre cervelli: quello più antico, che appartiene anche alla maggior parte degli animali, che ci spinge automaticamente a reagire a stimoli esterni. Una parte mediana, il mesencefalo, in cui le reazioni automatiche esterne sono mediate da emozioni e passioni, infine una terza parte, molto più piccola e sottile, che ci permette il ragionamento e la riflessione su quello che abbiamo vissuto. Un primatologo, Frans de Waal, ha chiamato questa teoria, per criticarla, la teoria della patina. La parte più interiore corrisponde agli istinti quali l’aggressività e la sessualità; poi le passioni e le emozioni; infine i neuroni della corteccia cerebrale, più capaci di empatia e immaginazione. Questa teoria della patina vedrebbe però la parte più antica e istintiva dell’umano come qualcosa di assolutamente negativo che va controllato. Per secoli l’Occidente ha tentato di immaginarsi l’uomo superiore alla propria animalità cui le passioni sembrano appartenere. Platone, gli stoici, il cristianesimo, Cartesio, Leibniz, Kant, Hegel, Husserl, Heidegger, i positivisti, i filosofi analitici tutti hanno pensato che l’uomo possedesse la ragione, il pensiero, ossia una capacità superiore che lo avvicina a Dio. Addirittura per Cartesio è stato proprio Dio ad introdurre in noi questa scintilla divina: il lumen naturale/divino. Tuttavia Platone, Aristotele, gli epicurei ma anche Hobbes, Hume, Schopenhauer, Nietzsche, Freud consideravano l’uomo come qualcosa che ancora ricorda l’animale. Il suggerimento era semplicemente quello di controllare e/o ascoltare la parte più istintiva. Famoso è l’esempio di Platone che vede il filosofo (il pensante per antonomasia) controllare i due cavalli di una biga alata, di cui uno rappresenta la sessualità e l’altro l’irascibilità.

Con il cristianesimo l’uomo non è più considerato un animale ma è figlio di Dio. Il male è una scelta razionale, basata sul libero arbitrio o una scelta in cui non si è valutato o conosciuto il bene (gnosi). Volere tornare all’animalità è una scelta malefica, un perdersi nella selva oscura, una per-versione o peggio, una tentazione: il richiamo del male è sostanziato dal diavolo che non a caso ha forme animalesche. Hobbes, secolarizzando l’idea cristiana dell’uomo inteso nella sua inclinazione malvagia, riconoscerà empiricamente la funzione più aggressiva; tuttavia anche lui vorrebbe superarla, con il patto razionale, l’ingresso in una società artificiale che è comunque paradossalmente dominata dalla paura del Leviatano. All’opposto di Hobbes, Spinoza non negherà gli istinti, le pulsioni, le emozioni, gli affetti, anzi tenterà di collegarli alle nostre azioni etiche in modo da coglierne gli aspetti migliori per una convivenza civile più adeguata.

5. Oggi gli studi etologici cercano di mostrare che la differenza tra animale e uomo è molto meno marcata di quello che si pensi. In particolare certi tipi di scimmie hanno comportamenti simili ai nostri. Riprendendo le teorie di Spinoza Hume Smith e Darwin, de Waal mostra, attraverso i suoi esperimenti, che per esempio la simpatia, l’empatia, la compassione, la gelosia, l’invidia, il senso di giustizia, l’ira, insomma i legami emotivi alla base della socialità e della moralità, che noi pensavamo appartenere solo alla nostra specie, sono presenti chiaramente anche nelle scimmie e in altri animali. Lui propone dunque una teoria che non sia quella della patina, ma la definisce come la teoria della matrioska. La nostra mente è stratificata in più parti (non solo tre parti come pensavano gli antichi filosofi ripresi anche da Freud) ognuna delle quali agisce o retroagisce sulle altre. La consapevolezza di essere animali, da un lato ci fa essere più compassionevoli come e con certi animali più evoluti, quelli che più ci assomigliano, dall’altro ci permette di vedere che certi nostri comportamenti non sono dettati dalla razionalità ma proprio dalla parte più antica del nostro cervello. Esso rilascia, in particolari situazioni, dei neurotrasmettitori e delle sostanze chimiche che conducono a provare le emozioni. La morale stessa, che noi supponiamo essere una invenzione umana, fonda le sue radici sul nostro comportamento sociale, adattativo. Tuttavia de Waal si concentra solo sul fatto che la morale poggi esclusivamente su emozioni positive e sociali. Invece ci sono molte emozioni che rispondono anche a principi egoistici (senza scomodare la genetica e gli studi sul gene egoista di Richard Dawkins). Inoltre, fra i gruppi sociali poi le morali divergono, anche se le emozioni possono essere simili. La risposta adattativa all’ambiente varia. Come sostiene Peter Singer l’idea di una morale unica e i diritti universali si affermano in Occidente solo a partire dall’Illuminismo. La Ragione, per dirla con gli utilitaristi inglesi, è un mero calcolo strumentale che serve a sopravvivere. I filosofi distinguono tra ragione e intelligenza (intelletto). Quest’ultima è ciò che ci permette di risolvere problemi pratici o di comunicare rapidamente con gli altri. La Ragione invece è una sorta di Mente oggettiva che ha a che fare con determinati universali o leggi generali. Tuttavia questa non è dimostrabile sperimentalmente ma al limite, come concede Kant, si può porre come postulato di una morale. Pe esempio: tutti gli uomini sono uguali è un postulato che rispetta l’idea che abbiamo noi di legge: universale, razionale, oggettiva ma non è fondata su alcuna prova empirica. Le leggi degli uomini divergono facilmente. Inoltre una ragione così formale (kantiana) non contempla minimamente il collegamento con le emozioni, anzi ricade pienamente nella teoria della patina e quindi sarebbe confutata dalla nostra posizione che invece dà molta importanza alle emozioni che intervengono anche per le preferenze future che solo apparentemente riconduciamo a scelte razionali.

6. In conclusione, la posizione migliore da seguire tra i filosofi che volessero “ascoltare” le ragioni delle scienze etologiche e psicologiche sarebbe quella di Hume, il quale riconosce le passioni umane che possono essere anche egoiste, perché permettono all’uomo la sopravvivenza, ma anche, lato senso, altruistiche. Tuttavia, per Hume, più ci si allontana dal campo visivo individuale, più gli istinti sorti per “innescarsi” e rispondere a esigenze evolutive, si attenuano. Le emozioni si attivano e funzionano solo se vissute personalmente e direttamente. Un bambino che piange vicino a me, mi commuove più facilmente rispetto al pensiero di migliaia di bambini che in questo momento muoiono in Africa. L’ira, per esempio, si attiva solo se sono di fronte all’avversario o al nemico. Se fosse possibile aiutare i bambini africani salvandoli spingendo un bottone, molti lo farebbero razionalmente e convintamente senza particolari problemi. Se fosse possibile uccidere il nemico a distanza spingendo un bottone anche questo sarebbe più facile rispetto ad uccidere una persona vicino a me (a meno che non sia un sadico). Anche quando posso uccidere o salvare una vita, commuovermi o arrabbiarmi, tutto potrebbe funzionare meglio se la distanza è ampia e l’emozione, in quel momento, non fosse coinvolta. Tuttavia, il fatto che tutto ciò possa accadere, sorge comunque e sempre dal ricordo, positivo e piacevole, delle nostre emozioni (quello che io chiamo mnemosomalgia). Possiamo solo immaginare che molte azioni “a distanza” potrebbero accadere ragionevolmente più spesso se si compie un’azione buona rispetto ad una cattiva, producendo in noi un ricordo e un rinforzo positivo; ciò dimostrerebbe che la socialità tra gli uomini è stata ed è una forte spinta adattiva ed evolutiva, che ha funzionato bene per la nostra specie animale e ottimisticamente potrebbe, si spera, ancora continuare a funzionare.

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