Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998; è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Galatea Vaglio, insegnante e scrittrice, si occupa di divulgazione storica e culturale. Ha collaborato con “il Gazzettino” e “L’Espresso” e collabora attualmente con “Valigia Blu”. Laureata in Lettere Classiche all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia Antica all’Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato Didone, per esempio (2014), Socrate, per esempio (2015), L’italiano è bello (Sonzogno, 2018), Teodora, la figlia del circo (2018), Cesare l’uomo che ha reso grande Roma (2020) e Teodora, i demoni del Potere ( 2022).

Gli antichi greci avevano decretato che, per enunciare la verità, occorra dire tutto ciò che si ha in mente. La parresìa suppone che non vi sia scarto tra ciò che si pensa e ciò che si dice. In questo frangente storico, dominato dai social media, quali potenzialità assume la libertà di dire?

Penso che non sia il mezzo che influenza la libertà di dire. Le forme del controllo sociale possono essere fortissime in qualsiasi ambiente comunicativo. Anche su un social. In realtà la nostra libertà di dire è sempre limitata dal contesto esterno e dai vincoli interni che sono dati dalle nostre abitudini e dalla nostra formazione. Apparentemente i social potrebbero sembrare un ambiente più libero, ma in realtà l’autocensura, la pressione del gruppo, l’ansia del like funge da limitazione ed autolimitazione.

Guerra di liberazione, combattuta con orgoglio, e reazione ad una devastante crisi economica. Ravvede un medesimo moto d’animo, squisitamente greco, che cavalca i decenni?

Non credo che i Greci antichi abbiano mai vissuto l’equivalente di una nostra “guerra di liberazione”. Tecnicamente neppure una “devastante crisi economica”, perché per quanto possano esserci state carestie e situazioni di stagnazione non avevano nemmeno gli strumenti per accorgersi che questo era un problema sistemico, e perciò non potevano avere coscienza precisa di quanto loro stesse accadendo. Esiste il concetto (per quanto vago) di identità greca che si forma ai tempi delle Guerre persiane, ma non va dimenticato che anche la lotta contro il Persiano fu frastagliata e non univoca per tutti i Greci. In realtà penso che si debba sempre stare molto attenti a proiettare sensibilità moderne sul passato. Alle volte dimentichiamo che anche rispetto ad episodi simili culture diverse, e i Greci erano diversi da noi, reagiscono secondo parametri diversi.

Omero e Kavafis: Grecia antica e Grecia moderna. Può instaurare qualche relazione e qualche confronto?

Sicuramente Kavafis riprende alcuni concetti della grecità (in generale, ma più di epoca ellenistica che omerica). Confesso che non sono una esperta di Kavafis, di cui ho letto l’opera ma non ho mai studiato approfonditamente la poetica. Certo è che tutta l’epoca della fine del 1800 riprendeva alcuni concetti della grecità (pensiamo a Yeats e ad altri poeti, persino il nostro D’Annunzio) e li reinterpretava per farli aderire all’età contemporanea. Io credo che alle volte però, al netto della profonda identità culturale, possa essere anche sbagliato appiattire la letteratura greca moderna sempre sull’antica. È come se noi costantemente paragonassimo i poeti italiani a quelli latini. La grecità classica è stata la scuola dell’Occidente, la sua eredità è trasversale. La cultura greca contemporanea ha il diritto, forse il dovere, anche di provare altre strade e non solo di essere letta e paragonata solo e costantemente con quella antica.

La visione delle donne nella mitologia è sistematicamente monodimensionale, sovente intrisa di cliché e venata di maschilismo. Omero, ad esempio, rende le figure funzionali al percorso umano, emotivo, emozionale maschile. Lei, invece, dà loro voce; le rende protagoniste, mutando la prospettiva circa il genere. Perché?

Ora io credo che nella mitologia la visione della donna, proprio perché il mito è variegato ed è una fusione di livelli cronologici molto antichi e diversi fra loro, non abbia una visione così univocamente maschilista. La mitologia ci propone grandi figure di donne con carattere fortissimo e spiccata indipendenza. Cassandra, Clitemnestra, Penelope, Circe spiccano per la loro personalità, alle volte surclassando gli uomini a cui stanno accanto. Credo che non sia uno stravolgimento, questo, ma un livello diverso di lettura. Poi il ribaltamento è uno dei processi chiave della letteratura: se si è sempre fatto in un modo, è ora di provare qualcosa di diverso, no?

Euripide rende Medea una feroce ed impetuosa assassina ma anche una protagonista da palcoscenico. Eppure la realtà muliebre era davvero differente. Quali sono le possibili ragioni della discrepanza tra finzione letteraria e concretezza del reale vissuto?

Semplicemente perché la rappresentazione della realtà è sempre in parte diversa dalla realtà stessa. È come se oggi pensassimo di capire la società americana solo attraverso le serie tv, o il cinema, senza averla mai studiata dal vivo. Poi, per altro, le fonti stesse greche ci lasciano intravedere una realtà più variegata: donne come Aspasia, Frine, Olimpiade forse non erano così solitarie come vengono rappresentate. La madre di Euripide era una “verduraia”, il che presuppone che avesse un proprio negozio e gestisse una sua attività commerciale. Diotima di Socrate si interessava di filosofia. Forse più che altro sarebbe il caso di ragionare su quanto la censura maschile abbia contribuito a creare la nostra percezione della realtà.

Tra i tanti profili di donne che ha tratteggiato si scorge Cleopatra. Avida, sanguinaria, assetata di potere ed, al contempo, intelligentissima, seducente, colta tanto che Plutarco ne sottolinea il fascino, che risiedeva non tanto nella bellezza, quanto nella capacità di ammaliare con la conversazione e il carattere. Perchè la storiografia moderna, così come il teatro ed il cinema,la presenta come l’antesignana della vamp o della donna in carriera e senza scrupoli?

Perché la Femme fatale è un archetipo e quindi lei va benissimo. Così la tratteggiarono anche le fonti latine coeve. In realtà Cleopatra non era più avida, ambiziosa o sanguinaria di un Silla, di un Mario, di un Cesare o di un Ottaviano. Anzi, parecchio meno. Era un capo di Stato e ragionava di conseguenza. Solo che era una donna e ebbe a che fare con i Romani, che erano poco abituati a donne in grado di gestire in maniera autonoma il potere.

Quale immagine Lei, Professoressa, vuole consegnarci di chi nella celebre Ode del Nunc est bibendum definì Cleopatra fatale monstrum, ammettendo che aveva avuto il coraggio di sottrarsi all’umiliazione di sfilare in catene a Roma?

Era una donna intelligente, colta, consapevole di discendere da una famiglia di re e da Alessandro in persona (Tolomeo era un collaboratore e cugino di Alessandro Magno).  Non era “simpatica” forse, ma era l’unica donna in grado di stare in pari a Cesare quando parlavano di politica, perché erano statisti di uguale livello. E anche abbastanza smaliziata da capire che sarebbe solo diventata una pedina in mano ad Ottaviano. Il che per lei era un doppio smacco: perché era pur sempre greca e per lei i Romani erano gli ultimi parvenus arrivati sullo scenario mediterraneo.

Il suicidio va letto in questa ottica. Nel mondo antico ha una valenza ben diversa che nel nostro: non è una resa, è un atto di coraggio per non soccombere al destino. Curiosamente se lo fa Catone l’Uticense viene lodato come eroe, se lo fa Cleopatra sembra che sia solo una donnetta disperata per amore e per aver perso il potere. Ah, già, Catone era un uomo.

Nympha, come racconta Ovidio di Clizia, può essere vittima di Eros. L’amore perfetto è quello mistico?

Spero proprio di no. E pure Ovidio mi pare che in merito avesse idee meno “platoniche”.

Le tragedie greche si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanee ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della tragedia di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

Perché i Greci hanno capito che ci sono situazioni insolubili, da cui non si esce in nessun caso illesi. Noi viviamo in una società dove si dà per scontato che ci sia sempre una soluzione “buona”, che il bene venga premiato, il male battuto, che gli uomini di buona volontà esercitino sugli eventi una sorta di controllo e possano indirizzarli. Invece no. I Greci ci dicono che spesso questo non funziona e ci sono situazioni in cui ogni possibile scelta è quella sbagliata.

Usi, costumi e consuetudini d’un mondo davvero remoto. Quali sono le difficoltà insite nel lavoro d’un divulgatore?

In Italia la prima è farsi prendere sul serio e far riconoscere la propria professionalità e preparazione. Molti sono convinti che si faccia divulgazione perché non si è abbastanza bravi per fare altro. Poi le insidie possono essere molte: l’eccessiva semplificazione, il problema del costante aggiornamento necessario, la necessità di farsi capire da un pubblico che oramai ha sempre meno punti di riferimento culturali, per cui non si può dare per scontato che sappia cose anche di base. Quando si racconta il mondo antico bisogna sempre rendersi conto che stiamo parlando di un mondo diverso che però dobbiamo rendere non simile ma familiare a chi ci ascolta o legge. e un equilibrio difficile da mantenere, che si fonda su una empatia da creare senza però ricorrere a facili mezzucci e trucchetti per calamitare una superficiale simpatia. Del resto, le cose semplici non piacciono a nessuno: è una sfida, per questo è divertente.

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