Fabio Lazzari (1992) si laurea in Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale presso l'Università degli Studi Internazionali (UNINT), sotto la guida del Prof. Danilo Breschi. Consegue successivamente un Master in Agricoltura Sociale presso l'Università degli Studi di Tor Vergata. Educatore cinofilo, appassionato di filosofia ed etologia, lavora in una Cooperativa che si occupa di agricoltura sociale.

Recensione a
O. Gazalé, Il mito della virilità
Edizioni Mediterranee, Roma 2020, pp. 290, € 26.50.

E se gli uomini, come le donne, fossero da sempre vittime del mito della virilità? Con questa domanda si può aprire l’opera della filosofa francese Olivia Gazalé che ha destato da più parti scalpore per il suo contenuto.

La supremazia maschile non ha confini storici o geografici, c’è da quando l’uomo, inteso come genere umano, ha messo piede su questa Terra. Questo è il leitmotiv che si sente dire da più parti, una credenza trasmessa di generazione in generazione che stronca sul nascere ogni possibile cambio di paradigma cognitivo. Il genere umano si è costruito socialmente su questo squilibrio di poteri perché ricorre a schemi rigidi e immutabili, a moduli comportamentali che traggono la loro origine da basi filogenetiche. In altre parole, l’uomo da sempre è cacciatore e la donna custode della casa perché le innate predisposizioni fisiche e mentali lo impongono. Chiusa la questione.

Questo stigma biologico, impresso sulla pelle di ogni essere umano, viene però messo in discussione dalla filosofa Gazalé. Attenzione, però. La posizione della Gazalé non è, come si vedrà, quella di una femminista intransigente che rifiuta le radici ontologiche dell’uomo su basi ideologiche, ma piuttosto di una ricercatrice attenta alle determinanti biologiche che culturali che hanno modellato il dominio maschile lungo tutta la storia dell’umanità. Ed è proprio questo a rendere quest’opera degna di attenzione per tutti coloro che si mostrano sensibili alla questione quanto mai spinosa del rapporto fra i due sessi.

Secondo l’archeologo inglese James Mellaart, sulla base del ritrovo di ornamenti su costruzioni e di simboli raffigurati nella statuaria, il rapporto fra sessi nel Paleolitico era completamente ribaltato. La donna era venerata in qualità di elemento divino, la sua maternità simboleggiata in statuette che ne esaltavano forme e forza. Il sesso maschile era il cosiddetto “sesso debole” perché privato di quel potere misterioso che era la maternità. Se da una parte la donna era infatti dotata di una facoltà procreatrice avvolta da un velo di mistero e ammirazione, dall’altra l’uomo, ignaro del suo potere di fecondità, non comprendeva quale fosse il suo ruolo attivo nel processo riproduttivo.

«Come spiegare che le società più o meno egualitarie durante l’età del ferro si siano ribaltate in una fallocrazia?» (p. 31). È stato lo studio del comportamento animale ad imprimere un cambio di rotta nella relazione fra i due sessi. Nel momento in cui la civiltà umana ha abbandonato il nomadismo in favore della creazione di insediamenti, l’uomo del Neolitico ha potuto cogliere una lezione importante grazie alla semplice osservazione del comportamento degli animali che allevava: è il seme maschile la scintilla che crea, che dona la vita. L’utero femminile così diventa un semplice contenitore che deve accogliere la forza creatrice del maschio. Così scrive la Gazalé:

Ormai è l’uomo che porta la vita, mentre la donna, assimilata alle forze sotterranee, è naturalmente correlata alla morte. Il suo ventre evoca le viscere oscure della terra, la matrice tenebrosa della tomba, il seno cosmico e terrificante da cui tutto proviene e che riassorbe le sue creature al termine della loro vita quando vengono seppellite. È lei che attende alle porte della città i corpi dei soldati morti in guerra. È lei incaricata delle cure ai morenti, a cui chiude gli occhi, dei riti funebri, del lavaggio dei corpi (p. 43).

Il Neolitico rappresenta quindi un punto di non ritorno, l’inizio di quello che la filosofa definisce la virilizzazione del mondo. Non è stato il dominio naturale, la maggiore forza fisica a allargare la forbice inegualitaria fra i due sessi, come riconosce la Gazalé. Per citare Rousseau nell’opera Il contratto sociale, «il più forte non è mai abbastanza forte per rimanere sempre il padrone, se non trasforma la sua forza in diritto e l’obbedienza in dovere». È stato il riconoscimento collettivo di un’ideologia virilista ad aver reso possibile l’esistenza di una gerarchia naturale fra i due sessi. Ancora la Gazalé:

Si obbedisce meglio quando si ha la sensazione di compiere un dovere sacro. Il genio maschile dispiegherà dei tesori di inventiva per fabbricare una cosmologia – discorso sull’ordine del mondo –, una teologia, una politica, una morale e una biologia dei sessi che gli permetterà di diventare il centro del mondo (p. 36).

Il mito della virilità si è compiuto a tal punto da materializzarsi in ogni angolo del mondo, in ogni cultura o religione. Pervasività e universalismo, queste le due forze che hanno spinto nella sua forma più totalizzante il viriarcato lungo tutta la storia. Da Aristotele a Tommaso d’Aquino la posizione subordinata della donna ritorna costante. Ma il sistema viriarcale, in quanto prodotto umano, così come è stato creato, può essere conseguentemente disfatto. Ed è ciò che sembrerebbe stia accadendo nella post-modernità. Abbiamo assistito negli ultimi decenni ad un susseguirsi di eventi che hanno minato le fondamenta di moduli comportamentali consolidati per secoli. Le donne sono entrate nell’arena più sacra all’uomo: nella guerra. Guerriere al pari degli uomini, forti e capaci di uccidere al pari degli uomini. Hanno fatto irruzione nell’ambiente domestico appropriandosi in maniera decisa e per certi versi esclusiva della figura genitoriale: sono loro e solo loro a decidere se interrompere una gravidanza o se ricorrere al diritto alla contraccezione.

Segni di quella che la Gazalé definisce la de-virilizzazione del mondo, un processo che sovverte i vecchi paradigmi per crearne di nuovi e che è ancora lontano dall’essere concluso. L’umanità finalmente si è destata da un sonno embrionale per ricostruire quell’equilibrio dei rapporti di lontane memorie. Ma c’è un dato su cui bisogna soffermarsi.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in Italia nell’anno 2016 nel 78,8% dei casi il suicida è un uomo. Potremmo dire che le cause del fenomeno sono da imputare alla costitutiva fragilità degli uomini rispetto alle donne, ma non credo sia questa la risposta. La diagnosi per un fenomeno così complesso e delicato deve avere un approccio sistemico, non può ricercare le cause del problema in un’ottica di mera predisposizione biologica al suicidio.

Ed ecco che la domanda di apertura che la Gazalé rivolge al lettore risulta quanto mai preziosa. Il tasso maschile di suicidi attesta un fatto: la radice madre, o forse sarebbe più appropriato definirla radice-padre, del viriarcato non è stata interamente recisa. La de-virilizzazione ha sì dato un nuovo assetto, recidendo i rami che potevano e dovevano essere potati, ma non ha impedito che la linfa principale passasse ancora lungo il tronco del dominio maschile. E a fare le spese di questo ancoramento alle credenze passate non sono solo le donne, ma soprattutto gli uomini, o, per meglio dire, una categoria specifica di uomini: coloro che non rispettano i canoni tradizionali dell’uomo virile. Chi sono? Gli effeminati, i pederasti, lo straniero, il subumano.

Non è stata quindi l’emancipazione femminile a spogliare il maschile dei suoi abiti tradizionali e quindi delle sue sicurezze. Gli uomini si sono spinti, a furia di picconate, a fondo nel tunnel delle pratiche disparitarie senza rendersi conto che i detriti prima o poi si sarebbero rovesciati sulle loro teste. Il loro trono è diventata la loro prigione, una vera e propria trappola per coloro chiamati, ma che non riescono, a mantenere le aspettative di performance fisica, mentale e professionale richieste dalla società. Sembra uno scenario dai connotati danteschi, nel quale l’uomo, reo di aver maltrattato la donna, si vede subire le pene che ha commesso durante la storia.

Come uscire da questo girone dell’inferno? Troppo spesso si assiste all’azione di associazioni, femministe o mascoliniste, che rivendicano diritti, alcuni legittimi, altri meno, ricorrendo alla logica della contrapposizione schmittiana del “noi” contro “loro”. Quando si alza la propria voce nel nome del “diritto di” e mai in quello del “dovere di”, si rischia di costruire una dialettica che disconosce l’altro, il diverso da me. Il maschile deve invece incontrare il femminile, le sue sofferenze, le sue recriminazioni. Lo stesso deve avvenire al contrario. Se non c’è un sottofondo relazionale teso all’inclusività, alla comprensione dell’altro, uomini e donne continueranno a vivere in compartimenti stagni dove grida e lamentele si disperderanno nel caos della post-modernità. Per citare John Stoltenberg, attivista americano nella difesa dei diritti delle donne, «nessuno può veramente capire come gli uomini trattano le donne se non si capisce come gli uomini trattano altri uomini».

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