Stefano Baruzzo si è laureato in Scienze Politiche al «Cesare Alfieri» di Firenze. Autore di libri e saggi sul fascismo apuano, collabora con vari magazine online con articoli di divulgazione storiografica.

Recensione a
M. Bloch, La strana disfatta. Testimonianza del 1940
Einaudi, Torino 1995, pp. XXXIII-255, €17.50.

Marc Bloch scrisse La strana disfatta tra luglio e settembre del 1940, appena tornato dal servizio di capitano dell’esercito francese, a 54 anni, subito dopo i giorni della disfatta contro i tedeschi. Il libro di Bloch non appartiene propriamente alla memorialistica, non è una collezione di ricordi. Oltre a un testamento morale (Bloch, passato in clandestinità nella resistenza, venne fucilato dai tedeschi il 16 giugno 1944), è un’analisi delle ragioni della sconfitta francese che contiene una serie di lezioni sul “mestiere di storico”.

Nel primo dei tre capitoli del libro, Presentazione del testimone, Bloch presenta sé stesso, professore di storia, per precisare l’approccio della sua “testimonianza” (Témoignage era il titolo dato da Bloch al manoscritto) sugli avvenimenti vissuti nell’inattesa e rapida disfatta francese, tra il 10 maggio e il 16 giugno 1940. Qui abbiamo implicita una prima lezione di critica storica: un documento, come intende essere il suo Témoignage, va letto con gli occhi dell’autore. «Prima di fare il punto su ciò che ho potuto vedere, è necessario che io dica con quali occhi l’ho veduto», che sono quelli dello storico, dall’angolo della sua esperienza militare, ufficiale responsabile del rifornimento carburanti nello stato maggiore della prima armata.

L’analisi della disfatta prende corpo nel secondo capitolo, La deposizione di un vinto. L’elenco di deficienze denunciate da Bloch è noto: è una guerra di velocità, le ritirate e i movimenti francesi sono lenti e brevi, superati dai tedeschi, quando un reparto arrivava al punto di raccolta trovava già il nemico; l’esercito francese usa pochi automezzi e carri armati, gli aerei sono nelle basi, i cieli sono lasciati ai raid nemici, che mitragliano indiscriminatamente e creano un terrore diffuso e non conosciuto prima, che favorisce il crollo morale della società prima e più che dell’esercito. Collegamenti lenti, moltiplicazione di comandi ed eccessi burocratici creano disordine, i servizi informativi sono carenti e non cooperano: i francesi facevano la guerra con le abitudini del tempo di pace.

Dietro queste deficienze c’è l’inadeguatezza della mentalità: «I nostri comandanti hanno combattuto nel 1940 la guerra del 1915-18. I Tedeschi combattevano quella del 1940» (p. 52). I tedeschi hanno interpretato meglio i nuovi tempi e la guerra che essi consentono, guerra totale, che non coinvolge solo gli eserciti ma l’intera società: la loro è una «vittoria intellettuale» (p. 37). Nuova lezione: lo storico, qui un uomo che pagherà con la vita la sua avversione al nazismo, legge i fatti senza filtri personali, perché il giudizio storico, di conoscenza e comprensione, non è giudizio morale o ideologico, cioè di valore. Lo storico Bloch deve riconoscere, con inevitabile amarezza, la superiorità «intellettuale» di un nemico aborrito.

Bloch non esita nell’indicare le responsabilità e gli dà un nome: «La causa diretta fu l’incapacità degli organi di comando» (p. 28), in particolare l’alto comando. Sono responsabilità “storiche”, ossia attribuzione di fatti a scelte di uomini, e qui abbiamo un’altra lezione: protagonista della storia è l’essere umano, non fattori deterministici che lo superano e lo muovono. Non sono i fatti materiali che si impongono, aerei, camion e carri c’erano, non mancava neanche un apparato industriale in grado di sostenere lo sforzo bellico, non vennero utilizzati per scelte strategiche, cioè per decisioni umane. Queste deficienze sono un prodotto “culturale”, di mentalità, poiché la storia è storia di uomini e Bloch lo dirà chiaro nell’Apologia della storia (o Mestiere di storico): «I fatti storici sono essenzialmente fatti psichici. I destini umani s’inseriscono nel mondo fisico e ne subiscono il peso. Però, anche là dove l’intromissione di queste forze esteriori sembra più brutale, la loro azione si esercita soltanto sotto la guida dell’uomo e della sua mente» (pp. 163-164, dall’edizione Einaudi del 1969). Non sorprende che in clandestinità Bloch leggesse Benedetto Croce, il filosofo della storia etico-politica.

I francesi non hanno imparato dalla storia. Bloch affronta la domanda che sarà quella dell’Apologia: «A che serve la storia?». Il professore difende il suo mestiere e ci lascia una capitale e attualissima lezione. La storia insegna, ma non le ripetizioni e analogie, non esistono meccanici ritorni, utili alle menti pigre. Non mancano certo gli elementi di lunga durata, ma essi offrono infinite possibilità di combinazione e non possiamo cogliere appieno né gli uni né le altre. Al contrario, la storia insegna le differenze, per astrazione e comparazione, poiché è «scienza del mutamento, essa sa e insegna che mai si ripresentano due eventi del tutto simili» (p. 109). La storia così letta insegnava che nel 1940 esistevano motori e strade più che nel 1914, questa differenza suggeriva aerei e carri armati più che la Maginot, aggirata in velocità dalle unità tedesche.

L’analisi critica si fa forte: non solo vecchia mentalità e inefficienza di comando, ma volontà di disfatta, quindi una scelta. Ci si arrende presto, perché i comandanti in capo, i Weygand e i Pétain (vicepresidente del consiglio), vogliono chiudere la guerra esterna per prevenire quella interna, cioè la rivoluzione, una nuova Comune: «Nel 1940 Bazaine l’ha spuntata» (p. 104; il generale Bazaine era il comandante dell’esercito imperiale che nel 1870 invece di dar battaglia cercò di trattare la resa con i prussiani, per poter poi muovere contro il nuovo governo repubblicano). Bloch non usa il termine, ma lascia poco adito a dubbi: tradimento.

Trovate le responsabilità “storiche”, attraverso la “deposizione”, lo storico non ha terminato il suo compito, perché il giudizio storico richiede “il perché”, che non è solo militare. Alla ricerca di esso è dedicato il terzo capitolo, Esame di coscienza di un francese, dove l’esame si estende alla Francia tra le due guerre, perché i comandi «erano ciò che di essi avevano fatto gli ambienti umani da cui traevano origine, ciò che la nazione francese aveva loro permesso di essere… Giustizia vuole che la testimonianza del soldato prosegua nell’esame di coscienza del francese» (p. 117). Dietro i comandi, dietro l’esercito, c’è un’intera società. Le guerre moderne sfidano la coesione nazionale, mobilitano l’intera nazione, militari e civili. La Germania è mobilitata, certo da un aberrante regime dominatore e coercitivo, ma è un fatto che lo storico non può negare. La Francia democratica, no: nel 1940 crolla la società francese, rinuncia a combattere prima dello stesso esercito. Questo il tema che lo storico Bloch non esita ad aggredire.

La Terza Repubblica è delegittimata da un’irreversibile crisi morale, logorata da instabilità, scandali finanziari e intrecci politico-giudiziari. La democrazia parlamentare è rappresentata da fazioni personali, l’identità dei partiti è sfumata nel trasformismo che genera variabili combinazioni di brevi governi che non decidono, la politica debole e l’accresciuto ruolo di tecnici e funzionari mina la credibilità delle istituzioni rappresentative. Nella società, la borghesia «aveva cessato di essere felice» (p. 148). Scioccata dall’esperienza del Fronte Popolare del 1936-38, avverte un senso di precarietà, teme la rivoluzione, «disperando dei propri destini, finiva per disperare della patria» (p. 151). Il proletariato è arroccato in un sindacalismo materiale e corporativo, adagiato su pacifismo e internazionalismo, non riesce a conciliare patria e classe. Il ceto dirigente del paese non crede più alla Repubblica, chiuso nelle sue corporazioni di privilegio e potere. Non c’è più coesione nazionale e il senso di appartenenza a un comune destino. Società e comandi sono entrambi pronti a una rapida resa. Sembra, dall’incalzante disamina di Bloch, che dopo essersi chiesti se valesse la pena morire per Danzica, ora i francesi si chiedano se valga la pena morire per “quella” Francia. Non è nemmeno un “muoia Sansone con tutti i filistei”, è solo un “non ne vale la pena”.

Siamo così giunti al “perché”, cercato dallo storico subentrato al testimone. Lo sfaldamento di stato, società ed esercito, è la causa della disfatta militare, non l’effetto, l’armistizio del 22 giugno è solo la ratifica della lunga crisi di un regime che misura nella strana disfatta tutta la sua perdita di legittimazione. L’onestà intellettuale impone a Bloch di non trascurare le responsabilità del ceto intellettuale cui appartiene: «La mia generazione ha una cattiva coscienza […]. Sapevamo che la rivalsa tedesca sarebbe un giorno arrivata e sapevamo che quel giorno sarebbe stato terribile… Ma pigramente, vigliaccamente, abbiamo lasciato che le cose seguissero il loro corso…Abbiamo preferito la quiete dei nostri studi […] Non ai comitati elettorali ci chiamava il nostro dovere. Ma avevamo una lingua, una penna, un cervello». Gli intellettuali si sono arresi alle presunte «grandi forze» contro le quali sembra non poter nulla il singolo studioso, ma questo significa «non comprendere la storia», perché dietro le grandi forze ci sono sempre i protagonisti concreti della storia, gli uomini: «Di che altro è fatta la coscienza collettiva, se non di una moltitudine di coscienze individuali che influiscono incessantemente le une sulle altre?

Elaborare un’idea chiara dei bisogni sociali e tentare di diffonderla significa gettare un grano di lievito nella mentalità comune; significa anche garantirsi la possibilità di modificarla un po’ e di influire quindi in qualche misura sul corso degli eventi, che dipendono in ultima analisi dalla psicologia degli uomini» (pp. 154-156). Con il Témoignage, oltre a un’affermazione di fiducia nel mestiere di storico, Bloch ci ha lasciato un magistero di storia etico-politica, quanto mai utile negli attuali tempi mediatici che ipotizzano ritorni storici e sfogano pulsioni iconoclaste.

 1,338 Visite totali,  6 visite odierne