Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998. Giornalista, è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Recensione a: V.J. Brjusov, Racconti dell’io, a cura di G. Spendel, Edizioni Paginauno, Milano 2022, pp. 140, € 13,00.

Valerij Jakovlevič Brjusov (1873-1924), affascinante corifeo del simbolismo dell’ultimo scorcio dell’Ottocento; fluttuante, in seguito, tra un classicismo di stampo accademico, un ascetismo dalle cupe cromìe apocalittiche, una devozione nietzschiana dell’individuo ed un debole per la “poesia sociale”. Insaziabilmente bramoso d’ineccepibilità formale pure a scapito dell’estro creativo.

Eclettismo illusorio o reale? Alterazione della facoltà di percepire mediante i sensi, coscienza fluttuante, pensieri  vaghi e sfumati, abbagli, allucinazioni reggono la texture della narrazione dei Racconti dell’io.

Patologia o ipnagogia? L’Io esemplifica un’impalcatura psichica ben coordinata e salda, designata alla relazione ed ai rapporti con la realtà interna ed esterna. Una macchina perfetta dagli ingranaggi perfetti. Possediamo un “gestore centrale” della consapevolezza nostra e della realtà. E se nella nostra mente albergassero più Io? Se bivaccassero allegramente confondendoci, distraendoci, facendosi la guerra?

Una coabitazione tempestosa tra più Io. Una moltitudine agguerrita. Io, per di più asservito all’Es. La mente umana come campo di battaglia: pulsioni scatenate e fratture interiori multiple, scomposte… indecenti.

Nove racconti di superlativa, insanguinata ed inusitata raffigurazione di abusi e depravazioni in cui l’impalcatura del nostro Io si sgretola come pasta frolla friabilissima sotto i colpi dell’inquietudine,  della deformazione e della deviazione, proprio mentre compiamo tutti i riti del rassicurante quotidiano. Eppure Brjusov si rifiutò di spingersi verso l’anarchismo a sfondo mistico.

Era mentalmente fragile, era incapace di discernere tra sogno e realtà? No, ci suggeriva che abbiamo un Io-ulteriore che bisticcia costantemente con l’Io proprio ed accende scaramucce con l’Io di altri; che la realtà scivola indisturbata nel sogno. Ci attrae l’abisso: profondissima voragine morale. Occasione ghiottissima per elevare e glorificare corpo e mente nella loro dimensione più appagante e favolosa. Siamo terrorizzati dal perdere la bussola. Del resto, si sa, il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto verso cui, però, tutti incediamo sprezzanti del pericolo: succubi del nostro riflesso in un doppio riflesso, seguendo la scia di Nello specchio; irretiti nelle maglie dell’amore, tallonando  Quindici anni dopo.

Vita intrapsichica dominata da due amici inseparabili e, di certo, poco affidabili: Eros e Thanatos. Siamo in un cirque de l’horreur. Siamo doppi:

Ho cominciato ad amare gli specchi dai primissimi anni della mia vita. Da bambina piangevo e tremavo, mentre guardavo nella loro trasparente e vera profondità. Il mio gioco preferito dell’infanzia era camminare per le stanze o per il giardino tenendo davanti a me uno specchio per specchiarmi nella sua profondità, oltrepassando ogni volta il limite, con un nodo alla gola per il terrore e per il capogiro. Ancora ragazza cominciai ad arredare con gli specchi la mia stanza; ve ne erano di grandi e piccoli, di fedeli e di quelli che sfiguravano leggermente, di limpidi e di un po’ offuscati.

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