Stefano Berni è docente di Filosofia e scienze umane nei licei. È stato Professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista “Officine filosofiche” dell’Università di Bologna e Presidente della Società Filosofica Italiana di Prato. Le sue ultime pubblicazioni sono: Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2018; Etiche del sé. Foucault e i Greci, Firenze, 2021.

In tantissime culture il nascituro è considerato una persona a pieno titolo solo dopo i tre anni, tanto che alla nascita non riceve neanche un nome, perché il rischio di morire per cause naturali è molto elevato. In altre culture l’infanticidio è praticato regolarmente, non solo per evitare la sofferenza di bambini nati con menomazioni ma anche perché portano segni fisici che sono considerati invalidanti o di cattivo auspicio. Altri antropologi osservano che nelle culture nomadi e seminomadi si è sempre praticato il femminicidio perché le donne incinte rallentavano i movimenti del gruppo di cacciatori che seguivano le prede[1]. Queste osservazioni antropologiche si legano, anche se in modo oppositivo, a dati biopsichici fondamentali, rilevati questa volta dalla psicologia: l’attaccamento materno[ii], che si instaura proprio nel momento del parto, e il pianto compassionevole del bimbo, che fa scattare l’imprinting[iii] e la cura da parte dei genitori.

Nel caso delle madri assassine (che probabilmente ci sono sempre state), di cui si è parlato anche recentemente sulla base dei fatti di cronaca, questi momenti fortemente empatici, carici di emozioni ambivalenti, dolorose ma anche piacevoli e compassionevoli, non si sono innescati. Per fortuna tutto ciò accade raramente, ma la nostra società, sviluppando un forte narcisismo[iv] primario, un individualismo accentuato, conduce le persone a pensare solo a sé stesse e a non provare compassione per l’altro, nemmeno se questo fosse loro figlio. Sono tanti gli esempi di donne oggi che arrivano a decidere di non allattare perché si sciupa il seno o di uomini e donne che non si occupano del figlio perché sottrae loro del tempo che invece vorrebbero dedicare a sé stessi; fino a lasciare il bambino solo in casa o in macchina o addirittura di abbandonarlo giacché non permette di vivere liberamente la loro vita. È possibile che questi genitori non siano degli assassini nati, ma semplicemente siano persone talmente autocentrate che, prive di immaginazione, non prevedono quello che potrebbe accadere nel futuro, sospinti solo dal qui e ora che impone tra l’altro, oltre che di divertirsi, anche di fare figli solo per conformismo sociale. Venendo meno la rete di legami familiari ‒ soprattutto delle altre figure femminili del gruppo: la madre, le sorelle, le zie, le cugine, le quali sostenevano la gestante in difficoltà attraverso consigli, aiuti concreti, ma anche sostegno psicologico e morale, ‒ queste madri soffrono le costrizioni, rifiutano il dialogo con i propri familiari, e qualche volta anche con le amiche, e decidono di vivere la propria vita in assoluta (sciolta da ogni vincolo) libertà.

In questo quadro sociale sarebbe possibile immaginare una società distopica, come qualcuno ha provato a delineare, in cui si potrebbe ricorrere all’aborto anche dopo la nascita, una sorta di post-aborto, come qualche scrittore e filosofo sembrerebbe adombrare? Secondo Silvana de Mari[v] è il pericolo cui andrebbe incontro la nostra società odierna. Riprendendo suggestioni di Philip Dick, il famoso romanziere di fantascienza americano dove in un racconto, intitolato Pre-persone, si immagina una società nella quale fino al dodicesimo anno i genitori potevano decidere di uccidere il figlio; e a Peter Singer, famoso filosofo australiano, il quale vorrebbe estendere il diritto di aborto della donna anche dopo il parto, la De Mari delinea uno scenario in cui, secondo lei, a partire da queste morti di bambini uccisi dalle proprie madri, si finirà per accettare de facto la scelta consapevole di una madre di poter uccidere il proprio figlio. La dottoressa napoletana arriva a questa conclusione anche perché, nel suo ragionamento pro-vita, è convinta che se si pratica l’aborto e se si uccidono i feti, che sono vita, perché non potrebbe accadere un giorno di voler uccidere un bambino anche dopo il parto, dato che sempre di vita si tratta?

È possibile che la nostra società permetterebbe, anche da un punto di vista giuridico, quello che starebbe accadendo nei fatti, accettando tale “estensione” del termine aborto dalla sostanza della realtà sociale alla forma della legge? La denuncia, formulata da un’antiabortista come de Mari, vorrebbe metterci in guardia, avvertendo che l’estensione dei diritti delle donne potrebbe raggiungere e inglobare l’uso dell’infanticidio anche dopo il parto. Delineando uno scenario drammatico, ma possibile, di infanticidi, la dottoressa, da un lato tenta di mettere in cattiva luce coloro che praticano o difendono l’aborto prenatale, dall’altro lato rafforzerebbe e suffragherebbe la propria tesi antiabortista. È come se, avvisando del rischio di estendere indefinitamente i diritti delle donne, dicesse: se tu, abortista, non riesci a riconoscere la vita all’interno dell’utero materno, allora prima o poi non riconoscerai la vita anche dopo il parto!

Questo pericolo di una società “post-abortista”, tutta da verificare e confermare statisticamente, inquietante dal punto di vista sociale, si basa però, secondo me, su una presunta e pretesa idea per cui la vita si estenderebbe in un continuum temporale, dal prima al dopo, senza alcuna differenza. L’ipotesi che una possibile società futura proponga di sopprimere il figlio post-partum perché a favore dell’aborto prima del parto, si basa sulla convinzione, implicita anche nel ragionamento della scienziata napoletana, che tra il prima e il dopo il parto non ci sia nessuna discrepanza. L’abortista, per la scrittrice campana, sosterrebbe una tesi secondo la quale la vita non ha mai senso, né prima né dopo il parto, se non in funzione della donna-madre, la quale ha tutti i diritti sul suo feto e figlio: per usare un modello aristotelico: ciò che era in potenza sarà possibile anche in atto. Invece per l’antiabortista la vita ha senso fin da subito e a maggior ragione dopo: ciò che è in atto era già in potenza.

Insomma, all’armamentario filosofico della De Mari sfugge che le posizioni sopraccennate, sia quella a favore del “postaborto” sia quella della “pro-vita”, hanno una forte somiglianza, in particolare da un punto di vista temporale, perché entrambi vedono una durata omogenea e continua tra prima e dopo il parto. Non si capisce cioè che la nascita (il parto, il passaggio traumatico dal dentro al fuori[vi], l’uscita dall’utero materno) è un evento eccezionale, un momento di forte discontinuità nella vita di un individuo. Come accennavamo all’inizio, la nascita, in ogni cultura e società, è un momento fondante e fondamentale. Se si considera ciò che accade di importante in quel momento (come dicevamo: l’imprinting, l’attaccamento tra madre-bambino, l’intervento di emozioni anche ‘positive’ come la compassione, il desiderio, l’attesa, la speranza e l’amore da parte delle gestanti e della famiglia) almeno per adesso, la nostra società attuale non accetterebbe mai la morte gratuita di un bambino già nato. Certamente gli scenari potrebbero cambiare: anche la storia, il trascorrere dal passato al futuro, è discontinua. Potremmo immaginare future nascite extrauterine in culle meccaniche, dove la relazione madre-figlio potrebbe non innescarsi (la vicinanza è spesso determinante per instaurare relazioni emotive, positive, forti e durature) e produrre questa distopia di cui si parla.

Per lo stesso motivo per cui il momento della nascita è un passaggio fondante e discontinuo per ogni società che festeggia simbolicamente il venire al mondo, ed ex-pone l’individuo alla vita sociale, al bíos, e non al mero zoe, per dirla con Arendt, non possiamo equiparare il feto al nascituro e supporre che l’aborto sia paragonabile immediatamente ad un omicidio. Sostenere che la nostra società narcisista domani sarà pronta ad uccidere e a giustificare la morte di un figlio già nato e a fortiori ritenere oggi che l’aborto sia un omicidio, è un argomento al contrario, un sofisma retorico che è fallace perché si basa sull’intento di collegare in un continuum la pre-nascita e la post-nascita.

Concludendo: esiste un salto qualitativo e quantitativo, una forte discontinuità, al momento del parto, confermato da numerosi studi psicologici e vissuto in quasi tutte le culture, che indica il limite tra l’accettazione della vita e il rifiuto della stessa. In più la legge italiana di far vivere o di far morire prevede che la scelta della donna avvenga molto prima o per particolari problemi di salute del nascituro che lederebbero la dignità della (di lei e di lui) vita intesa come bìos. L’essere compassionevoli prevede di considerare anche che una vita estremamente difficile e faticosa del nascituro e della madre sia un calvario che solo un figlio di un dio se ne sarebbe potuto accollare.

Chi mantiene in vita la vita, tormentando con assurde sofferenze, spesso attraverso macchine o cure palliative[vii],  o è un sadico o un fanatico che considera la vita (zoè) più importante di una vita degna di essere vissuta. Almeno per chi non è credente la vita vera è quella di un individuo che viene al mondo (Welt) ed è pronto ad affrontarlo con tutti o quasi tutti i requisiti e le dotazioni naturali e culturali disponibili. Anche un’ameba[viii] vive ma non è persona, a meno che si creda ancora all’idea aristotelica della potenza e dell’atto, una tesi linearista, continuista, suffragata dalla scienza evoluzionistica, probabilistica, stocastica e casualista.

Chi decide allora dove inizia la vera vita di un individuo? Per San Tommaso, il padre del tomismo, del razionalismo e dell’ortodossia della Chiesa, come scrive ne La somma teologica, la vera vita comincia nel momento in cui l’anima si insedia nel corpo del feto, al settimo mese di gravidanza. Su questo la Chiesa non ha stranamente ascoltato il suo maggior filosofo di riferimento. Per il cristianesimo, e immagino anche per la de Mari, un aborto, anche il giorno dopo al concepimento, andrebbe considerato un omicidio; ma Dio non ferma e non giudica a priori le azioni delle persone, le giudica solo a posteriori altrimenti la chiesa non potrebbe parlare di libero arbitrio. Così ogni buon cristiano risponderà alla sua coscienza, ma non dovrà rispondere per quella degli altri.

NOTE

[1] M. Arioti, Introduzione all’antropologia della parentela, Laterza, Roma-Bari 2006.

[ii] J. Bowlby, Attaccamento e perdita, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

[iii] K. Lorenz, L’anello di re Salomone, Adelphi, Milano 1989.

[iv] Sul narcisismo la letteratura è ormai sterminata, si veda almeno C. Lasch, La cultura del narcisismo, Neri Pozza, Milano 2020.

[v] Silvana de Mari, Le madri che uccidono i figli?, in “La verità”, 27 luglio 2022.

[vi] O. Rank, Il trauma della nascita, SugarCo, Milano 1996.

[vii] Sarebbe interessante comprendere il significato di natura e diritto naturale e le sue contraddizioni presenti nel giusnaturalismo cristiano, che si appella, per difendere la vita, ad una presunta idea di natura ma poi beatamente accetta di ricorrere alla tecnologia (all’artificiale) per salvaguardare il naturale.

[viii] La stessa fallacia continuista la ritroviamo sia tra i pro-specisti sia tra gli anti-specisti. Per i primi ci sarebbe un progresso lineare che va dall’ameba all’uomo sulla base della complessità divina riconoscendo le differenti specie animali così come l’avrebbe create Dio. Benché però gli animali siano tutte creature di Dio (di qui la posizione anomala ma coerente dell’amore verso la natura di S. Francesco) la Chiesa vede invece una piramide, una “catena dell’essere” continua e progressiva che va dal più semplice al complesso, ma “fissista” ossia anti evoluzionista, al cui vertice superiore Dio ha posto da sempre l’uomo come custode e dominus della natura. Anche per gli anti-specisti ci sarebbe una forte somiglianza tra tutti gli esseri viventi, non perché creati da Dio ma perché tutti senzienti in egual modo e dunque del tutto simili all’uomo, fino a supporre di dotare e riconoscere a qualsiasi animale gli stessi diritti fondamentali dell’uomo. Entrambe le tesi non tengono conto dell’albero della vita, delle differenze evolutive, qualitative e iper-specifiche.

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