Stefano Berni è docente di Filosofia e scienze umane nei licei. È stato Professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista “Officine filosofiche” dell’Università di Bologna e Presidente della Società Filosofica Italiana di Prato. Le sue ultime pubblicazioni sono: Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2018; Etiche del sé. Foucault e i Greci, Firenze, 2021.

È evidente che ogni teoria, soprattutto se funziona bene, rischia di essere applicata un po’ a tutto. È il destino delle grandi idee come è quella del capro espiatorio di René Girard. Ogni teoria è passibile di interpretazione e l’uso di Fistetti come del mio e come del suo, caro Bondi, è strumentale. Non ci sono fatti, bensì interpretazioni, verrebbe da dire con Nietzsche.

Ma il fatto che lo stesso Girard abbia dovuto rivedere la sua posizione sulla vittima sacrificale, come lei stesso ammette, è il risultato, come avevo scritto, di una contraddizione tra il suo essere antropologo e contemporaneamente cristiano. Girard si era reso conto infatti che l’ipotesi del capro espiatorio, suffragata da documentazione etnologica, metteva in crisi il suo essere cristiano. Eh sì, perché cos’è la morte di Cristo se non una forma di paganesimo portata all’estremo, quella cioè di scegliere una vittima sacrificale, Gesù appunto, per chiedere al proprio dio di espellere tutte le violenze di questo mondo?

Ancora più paradossale è che la decisione di sacrificare il proprio figlio avvenga da parte del Padre, il quale, dopo aver creato gli uomini, gli viene il dubbio di avere sbagliato qualcosa. Ma non c’è da offendersi. È la stessa vicenda raccontata anche da Platone, dove Zeus, per rimediare alla violenza e alle guerre tra uomini, alla fine spedisce Hermes (il figlio e messaggero di Zeus) sulla terra per convincerli a fare la pace, donando loro un po’ di ragione. Ma in questo caso a Hermes va meglio che a Gesù.

Certamente il meccanismo vittimario raccontato nel Nuovo testamento da parte degli Apostoli (che dei Greci conoscevano molto) porta Cristo stesso a farsi vittima: ma anche su questo punto ce ne sono di Re uccisi e sacrificati per riportare la pace nella società cui essi appartengono. Che poi il cristianesimo, con questa mossa del cavallo, si autoproclami pacifista provando a fuoriuscire dal sacrificio vittimale, dato che Cristo stesso si era offerto di immolarsi, è una tattica che non sorprende. In fondo la stessa filosofia, con Socrate prima e con l’ellenismo poi, proclamava l’universalità delle leggi, il cosmopolitismo, l’impoliticità, la centralità della persona.

Inglobando la colpa originaria, il buon cristiano si disfa solo apparentemente della colpa di aver ucciso il proprio Re, e proclamando il proprio Dio-padre-re innocente, incolpa le altre religioni, in particolare l’ebraismo e il paganesimo, salvo poi sublimare e interiorizzare l’azione delittuosa nel corpo di Cristo della eucarestia. E qui il genio nichilistico di tale religione: quello di aver fatto di sé non individui innocenti ma colpevoli, risentiti e in debito col proprio Dio, come rileva chiaramente Nietzsche ne La Genealogia della morale. Interiorizzando la colpa, «Nietzsche ha visto con chiarezza che Gesù ‒ scrive lo stesso Girard ne Il caso Nietzsche ‒ non è morto come vittima sacrificale ma contro tutti i sacrifici di questo genere». Essendo tutti colpevoli si prova a mettere a tacere il proprio senso di colpa, provando a fare del bene, ma qui, per Nietzsche si sviluppa il risentimento, il piccolo egoismo: si prova a salvare gli altri (ma da chi? E da che cosa?) per salvare la propria anima. Ovviamente Girard, pur confrontandosi con Nietzsche, si guarda bene dall’affrontare La genealogia della morale, interpretando il filosofo tedesco alla luce del ‘pensiero debole’ heideggeriano e post-heideggeriano e sulla base della teoria mimetica.

Ma è proprio nell’interiorizzazione della colpa che si ingenera il risentimento. Proprio nell’aver messo a tacere la violenza come spirito di vendetta, la giustizia si è trasformata nel principio economico del debito. Nella piccola colpa di ciascuno si riverbera la grande colpa, e gli uomini stessi si fanno piccoli, mediocri e antropofili, pronti ad obbedire alla legge e a confessare tutto al proprio d-io. Le azioni successive saranno conseguenti e porteranno al tentativo di ripagare la propria salvezza con quella degli altri: compassione, pietà, misericordia sono i sentimenti più evoluti del cristianesimo attraverso i quali si tende a cancellare la colpa per essere nati. Di qui l’idea che una volta interrotto il rito sacrificale, si interrompa anche la violenza. In realtà la violenza si riverbera ancora di più non solo perché si reprimono i propri istinti, ma perché la violenza è fomentata dall’idea che la natura umana si inevitabilmente corrotta e peccatrice.

Così, per non uscire troppo fuori tema dal dibattito dal quale eravamo partiti, l’aiuto massivo di medicinali, medici, aiuti umanitari, in cui una certa cultura di ascendenza cristiana si adopera ogni giorno per aiutare le popolazioni africane ed extracomunitarie, rivela una strategia tutta emergenziale dietro la quale si nasconde un’ideologia impositiva della propria verità a uso proselito e confessionale (che non ha fatto altro che rinviare aiuti sostanziali e più efficaci), che ha bloccato di fatto l’autodeterminazione e la rivolta dei popoli.

Per me invece rimane ancora valida la riflessione di Confucio: «se vuoi davvero aiutare qualcuno, non portare loro i pesci ma insegnagli a pescare». Altrimenti permane il sospetto che anziché aiutare si voglia solo evangelizzare, dominare e controllare.

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