Stefano Berni è docente di Filosofia e scienze umane nei licei. È stato Professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista “Officine filosofiche” dell’Università di Bologna e Presidente della Società Filosofica Italiana di Prato. Le sue ultime pubblicazioni sono: Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2018; Etiche del sé. Foucault e i Greci, Firenze, 2021.

Albert Camus: l’aporia della violenza

La violenza, sembra dirci Camus, è una reazione irrazionale ad un mondo che si pretenderebbe razionale. Si domanda nei Carnets: «Si può trasformare il mondo senza credere nel potere assoluto della ragione?» (Taccuini I, Bompiani, Milano 1992, p. 121). La violenza, anche se appare giustificabile e razionale, è sempre un atto inconsulto di fronte ad un mondo che ci appare estraneo e incomprensibile, diverso da quello che noi vorremmo che fosse. Come Arendt, anche Camus rileva la contraddizione di un pensiero che cerca la pace e la libertà attraverso la violenza, un pensiero che vorrebbe la fine della violenza attraverso l’uso immediato della violenza, la quale, considerata necessaria, viene sacralizzata e si trasforma da mezzo a fine. Per dirla in termini arendtiani, la politica spesso mira alla fabbricazione di un progetto anziché all’agire quotidiano tra gli uomini ed è disposta a tutto per realizzare il suo ideale. La logica paradossale del rivoluzionario e dell’estremista di destra o di sinistra è che la violenza, insita nell’uomo, dovrebbe condurre alla fine della violenza stessa. Il mezzo, la violenza, rischia diventare però il fine a cui tende il rivoluzionario. Insomma, la violenza, per Camus, è la reazione all’assurdo, ma assurda è anche la violenza stessa. Il rimedio al male è peggiore del male stesso.

Dinanzi alla violenza gratuita che talvolta la vita ci impone, di fronte alla paradossalità di questo evento, di fronte allo scarto rispetto alla nostra idea di razionalità, non si riesce più a giustificare e accettare la differenza; la vita appare incomprensibile ed è naturale, anche se paradossale, reagire con la violenza stessa. Così Camus, ne Il mito di Sisifo, può concludere che nella vita «vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio» (Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano 1984, p.7). E, ne L’uomo in rivolta, aggiunge che il problema politico, forse ancor più serio, è l’omicidio. I miti di Sisifo e di Prometeo, presi in considerazione rispettivamente nel primo e nel secondo saggio, rappresentano la pena alla quale gli uomini sono sottoposti: il primo mito rappresenta la condanna alla ripetizione, all’abitudine, alla fatica di vivere, all’assurdo; il secondo mito raffigura coloro che hanno voluto sfidare il fato, gli dei, ribellandosi e immolando sé stessi per salvare l’umanità.

Davanti alla sofferenza, alla ripetizione e alla noia si può quindi decidere di fare violenza contro se stessi, di uccidersi volontariamente come estremo atto di libertà e di ribellione, appunto il suicidio, oppure morire per le proprie idee «le quali costituiscono una ragione di vivere (ma ciò che si chiama ragione di vivere è allo stesso tempo un’eccellente ragione di morire)» (ivi, p. 8). In entrambi i casi non si vuole accettare l’assurdità della vita e la si legittima cercando un senso che è altrettanto violento della violenza stessa. Si risponde con violenza alla violenza quasi fosse un meccanismo di difesa; si risponde ad una situazione assurda con un gesto altrettanto assurdo. Camus mostra costantemente nei suoi personaggi la paradossalità di questo tipo di impresa. Riprendendo una proposizione di Dostoevskij tratta da Il diario di uno scrittore, Camus mette bene in luce questo carattere paradossale e insensato della violenza. Scrive lo scrittore russo: «Nella mia indiscutibile qualità di querelante e di rispondente, di giudice e di accusato, condanno questa natura, che, con una impudente sfacciataggine, mi ha fatto nascere per soffrire – io la condanno ad essere annientata insieme a me» (cit. in ivi, p. 102).

Il violento, commenta Camus, in un certo senso, si vendica contro la vita. Dato che questa natura insensata mi crea sofferenza, scrive ancora Dostoevskij, «poiché io la natura non la posso distruggere» (F. Dostoevskij, Diario di uno scrittore, Bompiani, Milano 1981, p. 601), allora distruggo me stesso. Essa non mi merita. Oppure, il mio risentimento esplode contro l’altro e decido di ucciderlo. Ma quando la violenza è permessa e promossa sulla base di una dottrina, di una religione, di una logica, di una filosofia, allora il delitto diventa legge, l’omicidio vuole essere giustificato. La violenza viene così canalizzata, e l’assurdo si presenta per quello che è: assoluto e universale. La violenza si fa sistema, conduce alla distruzione perché si risponde alla violenza con la violenza stessa. La violenza, di cui sono intrisi anche i personaggi letterari di Camus, appare sempre rivelatrice di una condizione da cui essi tentano di uscire. La violenza emerge quando, chi la esercita, prova a liberarsi da un potere che lo opprime e lo soffoca.

Tuttavia, spesso, la violenza emerge anche dal potere stesso. Scrive Camus: «ho compreso di detestare, più ancora che la violenza stessa, le istituzioni della violenza». Solo nel caso estremo in cui si è aggrediti e ne va della nostra vita, allora è possibile difendersi: la rivolta. Il rivoltarsi non è qualcosa che sorge storicamente ma ha una base naturalmente difensiva: mi rivolto, dunque siamo. Altrimenti, «bisogna rifiutare alla violenza ogni legittimazione» (A. Camus, Première Réponse à E. d’Astier de la Vigerie, in Actuelles. Chroniques 1944-1948, Gallimard, Paris 1950, pp. 184-185). I violenti sono sempre spinti dal risentimento (a proposito del risentimento in Camus, si veda, R. Girard, Il risentimento, RaffaelloCortina Editore, Milano 1999).

Dostoevskij spiega bene, per Camus, questo legame tra violenza e ideologia quando fa dire a «Kirillov che deve uccidersi per amore dell’umanità». Tuttavia, spesso, «non è la disperazione che spinge alla morte ma l’amore del prossimo» (A. Camus, Il mito di Sisifo, cit., p. 105). Così è per il rivoluzionario che, spinto dalla sua credenza nella legge della storia e della rivolta metafisica, si trasforma in un animale disperato e sanguinoso «rifiutando Dio» ma sostituendosi a lui e venerando la propria ideologia. Non è un caso che «tutti i rivoluzionari mirano all’unità del mondo» e pretendono «di attuare il vecchio sogno di unificare il genere umano» (L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano 1981, p. 123). Si tratta di «deificare la specie»; in fondo anche il socialismo (come il nazismo) «è un’impresa di divinizzazione dell’uomo». Se la violenza prende campo e viene legittimata da un’ideologia considerata anche giusta, in nome di essa si levano le armi e si è pronti a distruggere l’avversario. Occorrerebbe perciò, prima di tutto, non inasprire gli animi, riconoscere l’avversario, non screditarlo, permettergli di esprimere la sua opinione, difendere la democrazia che, se pur fragile e imperfetta, proprio per questo è in grado di accettare che un nostro rivale possa avere ragione, e possa liberamente esprimere il suo pensiero: «Quando dei partiti o degli uomini si trovano abbastanza convinti della loro ragione per accettare di chiudere la bocca dei loro oppositori con la violenza, allora la democrazia non esiste più» (Démocratie et modestie, in Actuelles. Chroniques, 1944-1948, Gallimard, Paris 1950, p. 125).

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