Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998; è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Recensione a
A. Marcolongo, La lezione di Enea
Laterza, Roma-Bari, 2020, pp. 309, €16,00.

Chi è Enea? Enea è una figura della mitologia sia greca che romana, figlio del mortale Anchise e della dea Afrodite. Principe dei Dardani, prese parte al conflitto di Troia. È il protagonista avvincente e convincente dell’Eneide di Virgilio, poema epico in esametri dattilici. Il fatto è questo: Enea si dà alla fuga da Troia in fiamme, portando via i Penati, il figlio Ascanio e, sulle spalle, il padre Anchise. Con i Troiani superstiti leva gli ormeggi con venti navi. Ormeggia in Tracia, a Delo, a Creta, in Sicilia, sulle coste dell’Africa, presso la regina Didone, indi in Italia, a Cuma, donde discende nell’Averno, per giungere infine nel Lazio.

Andrea Marcolongo, per Laterza, nel 2020, anno sventurato, luttuoso, nefasto per tanti, troppi di noi, ritiene che dobbiamo ancora ascoltare la lezione di Enea. Cosa ha da insegnarci il protagonista di un’opera datata 29-19 a.C.? La resistenza e la speranza! È stordito, inciampa nei cadaveri, respira nero fumo, è coperto da spessa cenere, sente la puzza dei morti; è sballottato in mare aperto su una nave senza nocchiero. No, non è l’Achille dall’ira funesta; neppure Odisseo dall’ingegno multiforme. È un insignem pietate virum, mosso dalla pietas.

Così ci sprona a porre in secondo piano le vicende personali, le piccole beghe quotidiane, i dispiaceri miseri. È schiacciato dal Fato, impescrutabile e, talvolta, percepito come ingiusto. Così ci esorta a reagire alle avversità con spirito di sopportazione e rassegnazione di fronte alle tempeste degli abbandoni, delle malattie, dei drammi inspiegabili. La sua forza viene dal dolore. Così ci incita ad asciugarci le lacrime. Incontra l’amore ma «molto gemendo e con l’animo vacillante per il grande amore, tuttavia esegue i comandi degli dei». Così ci incoraggia a vestirci d’incrollabile fermezza, pur oscillando.

Rinuncia soffertamente e consapevolmente ai desideri ed ai sogni, diventando il capostipite della dinastia che porterà alla nascita di Romolo e Remo: è, quindi, il fondamento stesso dell’edificazione di Roma. Così ci racconta che abbiamo tutti un destino da compiere. Enea è l’uomo abbattuto, stanco, sopraffatto, umiliato di questo nostro tempo. È il profugo, il naufrago, l’esule da tanti maledetto. È penalizzato? Forse, sì. Non schiacciato. È simbolo di perseveranza, abnegazione, tenacia. È emblema di speranza, fiducia, attesa. È preso a sberle dalla vita e reagisce a muso duro.

Andrea Marcolongo, a nome di Enea, in un linguaggio agile e con piglio divulgativo, ci urla che non è consentito arrendersi, gettare la spugna: attacchi, difese, schivate, spostamenti, cambio-guardia, fino all’ultimo respiro vitale.

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