Enrico Palma (1995) è dottore di ricerca in Scienze dell’Interpretazione e collaboratore della cattedra di Filosofia teoretica del Disum di Catania. Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni per numerose riviste nazionali e internazionali. Le sue aree di ricerca sono principalmente la metafisica, le intersezioni tra filosofia e letteratura in chiave ermeneutica e l’ontologia della scrittura letteraria. Nel 2022 ha partecipato alla collana Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà del "Corriere della Sera" con la cura del volume ψυχή. L’anima. Nel 2024 ha pubblicato De scriptura. Dolore e salvezza in Proust (Mimesis, Milano-Udine). Nel 2024 ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di Professore di II fascia per il S.S.D. di Filosofia Teoretica (11/C1).

Recensione a: A. Lanzieri, Rischiare il bene. La responsabilità in Dietrich Bonhoeffer, pref. di F. Miano, Castelvecchi, Roma 2026.

Il libro di Alfonso Lanzieri sulla persona, sull’opera e sul simbolo che Dietrich Bonhoeffer è ormai diventato ha molti meriti, tra cui quello di aver isolato e discusso il concetto che si propone come il più dirimente riguardo alla figura del teologo e filosofo tedesco: la responsabilità. Erede indiretto e parente obbligato di alcune esperienze filosofiche precedenti o a lui coeve – non a caso vengono richiamati Nietzsche e Camus – Bonhoeffer incarna in sé il compito dell’intellettuale che non fugge dinanzi alla storia e ai suoi disastri ma abbraccia altresì la circostanza mondana, la terra, secondo l’idea radicale, che era già dell’autore dello Zarathustra, di esserle fedeli. 

È per questo, volendo filosofeggiare un po’ sulle parole, che la res di cui bisogna accettare il pondus, quella cosa rispetto a cui non voltarsi dall’altra parte, è per l’appunto la terra, l’impegno umano nel mondo come una prassi dell’immanenza in vista del suo riscatto, ancora prima di sperare nell’intervento benevolo e riparatore di una trascendenza. La responsabilità dell’“uomo integro”, degno, è quella di agire nel mondano, di muoversi nella terra avendo entrambi i piedi ben piantati in essa, come recita una famosa lettera dal carcere di Tegel risalente al 21 luglio 1944. Rispondere alla chiamata di Dio responsabilmente significa prima di tutto rispondere alla chiamata della terra. 

Con estrema chiarezza così Lanzieri sintetizza la responsabilità per Bonhoeffer: «Essere responsabili significa rispondere: a Dio, agli uomini, al tempo in cui si vive. Non è preservazione della propria innocenza, ma disponibilità a farsi carico della storia, anche a rischio di pagare un prezzo personale. In questa luce, la responsabilità non è solo un compito etico, ma atto di compimento dell’esistenza: è ciò che restituisce unità alla vita, integrando in un solo gesto fede e azione, libertà e necessità» (p. 25). L’azione responsabile come essere dell’esistenza è essere “veri cristiani”, non uomini dimidiati bensì illuminati dalla stella della completezza, quanto di più forte esiste per avvicinarsi a Dio e alla sequela di Cristo. Non è un caso, infatti, che in Nachfolge, il testo forse più fascinoso di Bonhoeffer, parte della sua riflessione muova dal celebre passo di Mt 16, 24-25.

Ciò che Bonhoeffer auspica pare proprio qualcosa di ancora più profondo e radicale: una totale immersione, per dirla con Merleau-Ponty, nella “carne del mondo”, intuendone e cogliendone il dolore, la frammentazione, il grido di riscatto che la percorre fino all’ultima fibra, e di cui, tragicamente, la più parte dell’umanità di quel tempo non era nemmeno consapevole, inebriata dalle false sirene delle esperienze politiche totalitarie che in maniera neanche del tutto nascosta stavano conducendo l’Europa e il mondo verso il baratro della guerra generalizzata. La responsabilità è la scelta della sequela del mondo, ed è anche l’ascolto della sua chiamata alla quale l’azione non può rifiutarsi di rispondere.

Merita di essere riportato per intero uno dei passaggi senz’altro meglio riusciti del libro: «La sua scelta è un atto di immersione totale nella storia, non per un generico patriottismo, ma perché riconosceva in quel ritorno un appello personale di Dio. In questo senso, la decisione di Bonhoeffer delinea un orizzonte esistenziale in cui la responsabilità non è soltanto “rispondere di” azioni compiute, secondo una prospettiva giuridica o etica formale; è anzitutto “rispondere a” qualcuno, a un volto, a una chiamata, alla voce interpellante dell’Altro, secondo una logica molto più esigente. Nell’Etica […] in fondo, imposta secondo questa direttrice la sua riflessione morale: la responsabilità non è tanto o solo rispondere di ciò che si è fatto, ma più ancora rispondere al grido dei vulnerabili, di chi aspetta il nostro soccorso per vivere. In altri termini, vivere responsabilmente significa chiedersi: “A chi devo la mia risposta?”. Qui la riflessione morale teorica incontra la dimensione esistenziale, dove la responsabilità autentica si fa relazione viva, in cui la coscienza non si limita a rendere conto, ma si lascia mettere in questione» (p. 76).

L’idea di Bonhoeffer, come mostra bene Lanzieri, trova infine il suo centro dirimente nell’incarnazione di Cristo, che è in se stessa, e potremmo dire ab origine, un atto di responsabilità come risposta di Dio alla chiamata della creaturalità sofferente dell’uomo. Incarnazione che è il concretizzarsi nell’immanenza dell’evento della salvezza, il divino che entra nel mondo, che si fa anzi cosa del mondo, sicché seguire le contraddizioni, le storture e le ignobiltà diventa la regola di qualunque agire, per risolverle tuttavia dall’interno. 

Si può dire, allora, che la responsabilità per Bonhoeffer come possibile attribuzione di un’identità ontologica all’umano, nonché di senso e giustezza al suo esistere, sia da giocare all’interno del perimetro del concreto, che è dunque anche politica, ma di una politica alla quale, pur riconoscendole ambizioni, soprusi e persino congiure, è rimesso nonostante tutto il dispositivo della tenuta dell’umano a se stesso come Gemeinschaft, come comunità, si chiami essa stato o chiesa. 

L’ontoetica di Bonhoeffer, come viene definita da Lanzieri, è dunque fare memoria e pratica costante dell’evento originario della vita cristiana, la fede nell’incarnazione e nel farsi concreto del divino, ed essere un umano responsabile che ha accettato la sfida più difficile, quella di essere appunto un ente finito destinato alla morte rifuggendo però dall’idea stessa della fuga. Poiché «l’evento dell’incarnazione mostra infatti che Dio stesso ha pronunciato un sì radicale al mondo, assumendone la finitezza e la tragicità, la bellezza e la colpa» (p. 139). È la scelta per il finito che rende veramente umani. 

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