Fausto Di Biase (1962) ha conseguito la Laurea in Matematica all’Università “La Sapienza” di Roma, poi il Dottorato di Ricerca presso la Washington University di St. Louis (Stati Uniti d’America). È stato visiting research fellow presso il Dipartimento di Matematica dell’Università di Princeton (1995-1997), visiting scientist presso i Dipartimenti di Matematica delle Università di Gothenburg e di Lulea (1997), borsista “senior” dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica (1997-1998). Attualmente insegna presso la Facoltà di Economia della Università “G. D’Annunzio” di Chieti e Pescara, dove è Professore associato di "Analisi matematica".
Recensione a Emilio Conte, Un incontro controverso. Giuseppe Lombardo Radice e il Gruppo pedagogico di «Scuola Italiana Moderna» (1920-1950), Edizioni Studium, Roma 2025.
Questo bel libro ricostruisce la collaborazione, iniziata nel 1927, tra Giuseppe Lombardo Radice (1879-1938), indicato in seguito dalle iniziali del cognome, e il “Gruppo pedagogico” di «Scuola Italiana Moderna», cenacolo di intellettuali cattolici, redattori del periodico bresciano e dell’annessa editrice “La Scuola”, animati da monsignor Angelo Zammarchi (1871-1958). Tra gli altri protagonisti spiccano Maria Magnocavallo (1869-1956), direttrice della sezione didattica del periodico; Mario Barbera (1877-1947), padre gesuita, curatore a lungo della sezione educativa de «La civiltà cattolica»; Mario Casotti (1896-1975), redattore del periodico bresciano per volere di Zammarchi, che era legato da «feconda amicizia» a padre Agostino Gemelli (1878-1959), il quale aveva chiamato Casotti alla cattedra di pedagogia alla Cattolica di Milano, dopo che questi era passato dal gentilianesimo al neotomismo; Vittorino Chizzolini (1907-1984), dal 1933 caporedattore della rivista; Marco Agosti (1890-1983), collaboratore della rivista dai primi anni Trenta, quando era maestro elementare.
Conte coniuga, in un registro reservatus, la concretezza umana degli avvenimenti allo studio dei loro motivi culturali, avvicinandosi alla migliore storiografia, di cui Massimo Bontempelli (1946-2011) ha dato prova insuperata in Il respiro del Novecento. Da un’ampia messe di fonti, in parte inedite (che sarebbe bene rendere accessibili in formato digitale) traspirano la formazione dei protagonisti, i loro intenti di politica educativa, i rapporti con Giovanni Gentile (1875-1944), le posizioni maturate col delitto Matteotti (10 giugno 1924), le relazioni col pensiero di Maria Montessori (1870-1952) e con la didattica attiva. Conte sa fin troppo bene che le ipotesi interpretative che presiedono alla valutazione dei fatti storici agiscono sia come filtro che come lente deformante, e che le sintesi risultanti a loro volta retroagiscono sulle ipotesi stesse nella lettura di nuovi fatti: perciò indica con cura i quadri interpretativi adottati nella lettura che di quelle stesse vicende hanno dato altri storici; che la suddetta retroazione agisca anche nella lettura dei resoconti storiografici altrui (cf. pp. 181-182) complica non poco il quadro.
LR emerge da queste pagine come il migliore pedagogista del secolo. Uomo dall’intuito sano ma umile nella sua struttura caratteriale e perciò tendenzialmente cauto, che però difficilmente errava nelle valutazioni finali, raggiunte dopo studio diligente, scevro da dogmatismo, e qualche tentennamento; dotato di coraggio non comune, se nel novembre 1924, nella prefazione di Accanto ai maestri, scriveva: «Rileggendo le pagine che ho aggiunto alla prima edizione sento ingrandita la devozione per Gentile. Tanto più caro mi è oggi il dichiararlo, quanto meno condivido la sua fiducia negli uomini che sono esponenti della situazione politico-morale dell’Italia dopo il Giugno 1924. Possa confondermi e umiliarmi l’esperienza storica. Io sarò felice se i fatti schiacceranno quella che sarebbe stata, perciò stesso, la mia presunzione! Ma finché io vedo la gravità di errori che mi paiono insanabili, considero mio dovere — doloroso ma imperioso — non tenere per me il mio giudizio di cittadino. Il cittadino non è mai un privato».
Già il 10 settembre 1924 LR aveva scritto a Gentile «io debbo star fuori, col dolore di non essere teco, perché io non debbo seguirti dove mi pare che ci sia un errore politico tuo, assai grande», e l’8 aprile 1925 gli scriveva, per rispondere alla richiesta di collaborare alla Enciclopedia Italiana, «Io, personalmente, debbo dirti che se ero con tutta l’anima accanto a te quando mi apparivi e ti manifestavi correttore del fascismo, oggi che lo esalti in tutti i modi e dispregi come inconcludenti coloro che non partecipano della tua fede, non posso assolutamente apparire un tuo collaboratore». Conte osserva: «Sin dalle dimissioni dall’incarico ministeriale [6 giugno 1924] e dall’allontanamento dal gruppo di Gentile, [LR] era stato vittima di vari attacchi a mezzo stampa. Dal 1927 in poi iniziò invece una strisciante persecuzione politica, quando divenne formalmente sorvegliato speciale. […] In una lettera a Gentile collocabile tra il 1926 e il 1927 [… LR] riporta il racconto fattogli da un anonimo personaggio, dal pedagogista siciliano ritenuto però attendibile, su un colloquio tra Montessori e Mussolini, in cui quest’ultimo definiva [LR] suo personale «nemico» ed avversario comune di entrambi.
La passione per la concretezza dell’insegnamento e per la crescita culturale dei discenti ha protetto LR dalla deriva psicotica alla quale il pensiero pedagogico dominante è tuttora soggetto; Conte scrive che G. Chiosso ha osservato che l’insegnamento di LR «persistette nella scuola elementare italiana anche quando la sua pedagogia fu ufficialmente sconfessata dal regime. I maestri continuarono a praticarla per la semplice ragione che il bambino a cui essa si riferiva era più aderente alla realtà della vita quotidiana che alla costruzione ideologica del bambino guerriero voluto dal fascismo». Il 9 settembre 1933, in un resoconto del congresso degli insegnanti medi cattolici, svoltosi all’Aja un mese prima, Casotti scrive a Gemelli: «L’opinione cattolica internazionale sembra ormai decisamente orientata su questi due punti: 1- opposizione alla scuola attiva, quanto ai principi, ma 2- assimilazione di quanto essa ha di buono circa la didattica: quindi esperimenti e tentativi da parte nostra, in questo campo». La chiave per quella «assimilazione» era il neotomismo, che si irradiava dalla università Cattolica di Lovanio e dalla rivista «La Civiltà Cattolica». Nella lucida critica dell’attivismo formulata da Eugène Dévaud (1876-1942) si leggono i motivi della sua inammissibilità «quanto ai principi»: in primis il suo naturalismo e l’emarginazione del maestro. Tuttavia, la scelta fu «recuperare i metodi attivistici, aggiornandoli e superandoli in chiave cristiana».
Alla luce del degrado attuale della scuola italiana possiamo forse concludere che solo due erano le forze che avrebbero potuto opporsi all’attivismo. La prima era la pedagogia cattolica, che però, scegliendo la via dell’«assimilazione», ha fatto entrare un cavallo di Troia (anche se la storiografia marxista ha accusato il fronte cattolico «di aver rappresentato un ostacolo all’attecchimento della moderna pedagogia attivistica»). La seconda era LR, che in una lettera a Maria Boschetti Alberti (1879-1951) scriveva: «[A parer mio] questi americani sono gente attiva ma ingenua; credono di farsi un metodo correndo dietro alle novità. Ma bisogna invece scendere in sé, nel più profondo di sé: ecco il metodo. […] Comincio ad essere stufo di “metodi” e di “novità”». In Accanto ai maestri aveva scritto: «Questa Montessori che fissa la serie degli stimoli sistematici, sperimentalmente determinati, perché la personalità attiva si svolga con perfetta spontaneità, reagendo ad essi, e nella reazione cosciente accrescendo il suo potere e chiarendosi sempre meglio a se stessa; questa Montessori che non solo paragona, come si può, la crescenza spirituale alla nutrizione, ma la confonde colla nutrizione, immaginando d’essere, come educatrice, apparecchiatrice di cibi; e dà alle sue droghe didattiche […] il pregio della infallibilità e della universalità: questa, io lo dico francamente, non è la mia».
La scuola di LR era fondata sulla relazione tra maestro e allievo, dove «il maestro non avanza in capacità didattica in virtù di una tecnica, ma approfondendo la sua cultura»: egli avrebbe dunque continuato a combattere con coraggio e lucidità lo scientismo, rifiutando una scuola fattasi laboratorio a cielo aperto di metodi, dove si prescinde dai risultati, e dove il reclutamento degli insegnanti è intriso di ciò che lui chiamava metodismo e E.D. Hirsch, Jr. chiama formalismo pedagogico.
Auguro all’autore di approfondire la fitta trama di idee che trapela dai fatti qui presentati in una seconda edizione, dove potrà anche emendare le imperfezioni tipografiche della prima.
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