Alfonso Lanzieri (1985) ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Presso lo stesso ateneo è attualmente docente a contratto di Bioetica. È inoltre borsista di ricerca presso l’Università del Molise. Dal 2016 è docente incaricato presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’ISSR “Duns Scoto” di Nola-Acerra. È docente di ruolo di Filosofia e Storia nei Licei. Si interessa principalmente di filosofia morale e filosofia della mente. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste nazionali e internazionali. La sua ultima monografia è Il corpo nell'anima. Henri Bergson e la filosofia della mente (Mimesis, 2022).
Si tende spesso a ripetere che la modernità filosofica viene inaugurata sotto il segno di una frattura, quella tra spirito e materia. Tuttavia, più che di una cesura improvvisa o di un atto fondativo univoco, si tratta di un processo graduale di ridefinizione dei rapporti tra i diversi ambiti dell’esperienza e del sapere. La distinzione tra dimensione spirituale e dimensione materiale, infatti, non nasce ex novo con la modernità, ma viene riorganizzata e caricata di nuovi significati, fino a orientare in modo profondo – e spesso implicito – l’intera traiettoria del pensiero occidentale. In questo contesto, la separazione cartesiana tra res cogitans e res extensa non va intesa soltanto come l’istituzione di una metafisica dualista rigidamente oppositiva. Essa funziona piuttosto come un dispositivo teorico che consente di pensare l’autonomia del pensiero, garantendone la chiarezza e la certezza, mentre assegna alla materia uno statuto di estensione, misurabilità e disponibilità all’indagine scientifica. Più che isolare due sostanze incomunicabili, il gesto cartesiano riorganizza i campi dell’intelligibilità: da un lato, lo spirito come luogo della riflessione, della rappresentazione e della fondazione del sapere; dall’altro, il mondo materiale come ambito di oggettivazione, calcolo e manipolazione tecnica.
Questa distinzione, pur non escludendo del tutto le interazioni tra mente e corpo, finisce per stabilire una gerarchia sottile ma persistente, in cui la materia tende a essere pensata come ciò che è privo di interiorità e di senso proprio, e dunque legittimamente sottomesso ai progetti conoscitivi e operativi del soggetto. È in questo spazio che si innesta la possibilità di una razionalità tecnico-scientifica capace di trattare il mondo come risorsa, senza che ciò appaia immediatamente come una riduzione o una perdita. La modernità, dunque, non si limita a separare spirito e materia, ma istituisce un nuovo equilibrio – instabile e produttivo al tempo stesso – tra conoscenza, dominio e significato. La frattura, più che un taglio netto, assume la forma di una tensione che attraversa il pensiero moderno e ne alimenta tanto le conquiste quanto le aporie.
Operando un po’ di semplificazioni, si può affermare che da questa impostazione originaria derivano due assunzioni metafisiche che attraversano la modernità in tensione permanente. La prima è quella che potremmo definire smaterializzante o idealizzante: lo sviluppo della tecnica viene interpretato come progressivo affrancamento dello spirito dalla materia, dell’informazione dal supporto, del calcolo dalla localizzazione. La razionalità si fa sempre più astratta, formalizzabile, trasferibile; il corpo e il territorio appaiono come residui contingenti, destinati a essere superati. La seconda assunzione, apparentemente opposta, è di segno materialistico o riduzionista. Qui non è la materia a essere superata, ma lo spirito a essere riassorbito. Il pensiero diventa funzione del cervello, l’intelligenza un processo computabile, la domanda di senso un mero epifenomeno che emerge da certe configurazioni fisiche del sistema nervoso. La tecnica non libera lo spirito: ne rivela l’origine materiale e, insieme, la piena disponibilità. Queste due posizioni sono spesso presentate come antagoniste: in realtà, però, esse condividono una struttura profonda. Entrambe, infatti, rimuovono il problema dell’incarnazione. La prima lo elude per astrazione, la seconda per riduzione. In entrambi i casi, il corpo — e con esso la localizzazione materiale, storica e territoriale dell’intelligenza — viene trattato come un elemento secondario o quantomeno sostituibile. Lo spirito è pensato o come indipendente dalla materia o come integralmente esauribile in essa, ma mai come inseparabile da una forma incarnata di esistenza. Naturalmente la questione è stata già notata e alcune correnti o scuole filosofiche hanno provato a lavorarci. La fenomenologia è probabilmente la voce che l’ha fatto con maggiore efficacia e profondità teoretica: da Edmund Husserl a Maurice Merleau-Ponty, essa ha tentato di pensare l’esperienza a partire dal suo carattere incarnato e situato. L’intelligenza non è né indipendente dalla materia né riducibile ad essa, ma inseparabile da una forma di vita corporea, pratica e mondana, che costituisce la condizione originaria di ogni senso.
In questa cornice, qui sommariamente rievocata, può essere fruttuosamente collocata una questione rilevante di questi anni. L’epoca dell’intelligenza artificiale, infatti, lungi dal risolvere la tensione moderna tra spirito e materia, la porta al suo punto di massima intensità. L’IA appare simultaneamente come il compimento dell’astrazione (intelligenza formalizzata, algoritmica, replicabile) e come la sua più radicale materializzazione (funzione implementabile, industrializzabile, dipendente da infrastrutture fisiche estremamente complesse). L’errore prospettico consiste nel leggere questa situazione come una vittoria di una delle due “metafisiche” sull’altra: più avanza la “digitalizzazione” più diventano decisive questioni assolutamente materiali. Ciò che emerge è una forma nuova e più stringente di co-implicazione. Lo spirito non si affranca dalla materia, ma nemmeno si lascia ridurre ad essa. Nel momento in cui viene formalizzato, automatizzato, imitato in una macchina agentiva, esso si incarna in configurazioni materiali altamente determinate. L’algoritmo non è una forma pura che occasionalmente utilizza un supporto: è una forma che esiste solo come supportata, alimentata, situata: l’astrazione algoritmica è un regime di funzionamento, non ontologico. Ogni algoritmo è inscritto in circuiti energetici, in filiere estrattive, in apparati industriali, in dispositivi di controllo e in corpi umani che li progettano, li mantengono, li sorvegliano, li sviluppano. In questo senso, l’intelligenza artificiale non rappresenta il superamento dell’incarnazione, ma una sua trasformazione storica: come il Verbo, anche l’algoritmo si fa carne.
Questa carne non è organica, ma non per questo è meno corporea: è fatta di silicio, di terre rare, di rame, di litio; fatta di energia continua, di acqua di raffreddamento. È una carne vulnerabile, esposta, finita. Ed è proprio questa finitezza a restituire alla storia una centralità che il discorso digitale aveva preteso di neutralizzare. Se l’intelligenza è incarnata, essa è localizzata: se è localizzata, è dipendente da condizioni materiali specifiche; se è dipendente, è contendibile. Da qui discende una conseguenza che spesso viene letta come paradossale, ma che è invece strutturale: il ritorno del conflitto come dimensione costitutiva dell’epoca tecnologica avanzata. Il conflitto contemporaneo non è un residuo arcaico che sopravvive malgrado la tecnica: è una delle forme attraverso cui la tecnica manifesta la propria finitezza. La lotta non si svolge più soltanto per il controllo simbolico o ideologico, ma per il controllo delle condizioni materiali che rendono possibile l’intelligenza stessa. Infrastrutture energetiche, nodi logistici, miniere, porti, cavi sottomarini, data center: è in questi luoghi che il potere si incarna e si espone. Non è sorprendente, allora, il fatto che siamo entrati nell’epoca della smaterializzazione, della digitalizzazione e del metaverso, e che contemporaneamente il conflitto tra i neoimperialismi che imperversano sulla scena globale discuta di territorio, terre rare, petrolio e siti tecnologici, cose che l’uomo comune, distratto dalla quotidianità, non considerava più centrali nei disegni politici contemporanei.
Le tensioni globali in corso, in questa prospettiva, possono essere lette anche come una forma estrema di embodiment, per richiamare il dizionario della filosofia della mente: la violenza prende corpo laddove il sistema tecnico mostra i propri punti di concentrazione e di vulnerabilità. Il conflitto non si oppone al digitale: ne è il rovescio incarnato. Molti avevano coltivato l’illusione che la razionalizzazione tecnica avrebbe progressivamente sostituito il conflitto con il calcolo, la decisione con l’ottimizzazione, la politica con la gestione: ma questa illusione presupponeva un mondo in cui la materia fosse infinitamente disponibile. Lo sviluppo industriale dell’intelligenza artificiale mostra l’opposto: un mondo in cui l’astrazione cresce più rapidamente della base materiale che la sostiene, generando dipendenze asimmetriche e tensioni strutturali. Questo non significa che il conflitto sia l’esito necessario, ma solo che lo scenario presente mostra un ritorno della materia in controtendenza rispetto all’atmosfera generale che si respirava fino a pochi anni fa. La geopolitica non organizza più soltanto confini e sovranità, ma catene di incarnazione dell’intelligenza. La dialettica tra spirito e materia, lungi dall’essere superata, si radicalizza fino a perdere il carattere di un’opposizione risolvibile. Ogni tentativo di pensare lo spirito come pura informazione produce una rimozione della sua incarnazione, i cui effetti però sono difficili da rimuovere quando il presidente Xi Jinping dice minacciosamente che «la riunificazione con Taiwan è inarrestabile». L’illusione di una intelligenza disincarnata è, in ultima analisi, una rimozione metafisica. La smaterializzazione non elimina la materia: la redistribuisce, spesso rendendola meno visibile e più concentrata. Dire che “l’algoritmo si fa carne” è una piccola forzatura linguistica che vuole invitare a riconoscere come la storia non sia stata abolita dal digitale, ma incorporata nelle sue infrastrutture. Forse è qui che si apre lo spazio di un pensiero critico adeguato all’epoca dell’intelligenza artificiale e dei conflitti globali: non nel contrapporre spirito e materia, ma nel pensare la loro inseparabilità come problema ontologico e politico. Perché anche nell’epoca degli algoritmi, la lotta rimane una forma di incarnazione. E nessuna astrazione, per quanto sofisticata, potrà mai sottrarsi interamente al peso del mondo.
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