Francesco Paolella (1978) ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia.È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della "Rivista Sperimentale di Freniatria" e scrive per TYSM.

Recensione a: S. Mattei, F. Rufo, Giovanni Berlinguer. Gli studi e l’impegno politico, Carocci, Roma 2025, pp. 183, € 21,00.

La vita di Giovanni Berlinguer (1924-2015) rappresenta con buona approssimazione la realizzazione dell’intellettuale gramsciano o – se si vuole – della figura di un tecnico che ha saputo negare l’apparente neutralità del proprio sapere, di uno scienziato che ha cercato di coniugare il proprio ruolo con lo spirito politico riformista.

Berlinguer ha lavorato – come medico e come militante comunista – perché quello della salute non fosse soltanto un diritto riconosciuto, ma anche una possibilità concreta per la vita delle persone nella società dal dopoguerra in poi. Rifacendosi alla tradizione dei vecchi “medici socialisti”, dei fautori di una medicina sociale che sapeva vedere nelle malattie non soltanto accidenti individuali, ma conseguenze dirette della realtà sociale ed economica, dei rapporti di forza in campo, nonché della cultura (o incultura) diffusasi nel Paese, Berlinguer è stato fra i protagonisti – e come esponente di una forza di massa, ma minoritaria quale il PCI – nella importantissima stagione delle riforme che hanno riguardato da vicino la salute degli italiani – e ci riferiamo ovviamente soprattutto alle tre “rivoluzioni” nell’Italia di fine anni Settanta: la liberalizzazione dell’aborto, la legge Basaglia per il superamento dei manicomi e la legge che ha istituito il servizio sanitario nazionale. Già negli anni, e anzi già nei decenni precedenti, Berlinguer – come ricercatore, come docente universitario e poi come parlamentare – aveva cercato sempre di dare un esito concreto, riformista, ai propri studi, alle proprie battaglie: così, ad esempio, in questa bella monografia di Sebastiano Maffei e Fabrizio Rufo, resa possibile dalla ricerca sulle carte dell’archivio di Berlinguer depositate presso la Fondazione Gramsci, spicca tutta la passione intellettuale e civile di Berlinguer nell’accendere i riflettori sulle cosiddette “malattie professionali” e sui danni che la vita di fabbrica produceva sui corpi (e sui nervi e sulle menti) della classe operaia. In questo senso, Berlinguer fu fra i paladini del concetto di “sicurezza sociale”, che andava ben oltre le classiche ricette della medicina sociale intesa come lotta delle malattie di massa.

Un altro aspetto significativo, anzi, forse, il più significativo che si ricava dalla lettura del volume di cui ci occupiamo qui è lo sforzo costante per diffondere il tema della difesa della salute, così come quello della difesa dell’ambiente dentro l’area comunista, dominata a lungo da una forma di idealismo antiscientifico e legata ai miti dell’operaismo e dell’industrialismo. Ecco alcune sue parole, risalenti al 1982, che mostrano la sua attenzione verso il ruolo e il potenziale della cultura, anzitutto scientifica:

Fino a quando – scrisse Berlinguer – dovremo dire ai compagni (o credere che ne abbiamo bisogno) che “quella è una fabbrica”, per convincerli ad occuparsene? Non sono fabbriche infatti. Ma l’ospedale, se funziona, guarisce i malati; la scuola, se è davvero scuola, crea e diffonde cultura; l’università, se è qualificata, produce e moltiplica le conoscenze scientifiche; il pubblico impiego, se è sottratto all’inerzia e alla corruzione, rende servizi ai cittadini e consente di regolare l’economia. Tutto ciò non è meno importante che produrre etilene, automobili, acciaio, formaggio e pomodori. E coloro che davvero producono salute, cultura, scienza, servizi, possono anch’essi divenire protagonisti, come gli operai, i tecnici, i coltivatori, con gli operai, i tecnici, i coltivatori, del buon funzionamento e della trasformazione del paese (p. 123).

In questo senso, Berlinguer fu davvero uno dei pionieri per la promozione della cultura ambientale nel panorama politico italiano – e pensiamo soltanto al suo impegno in occasione della campagna contro il nucleare. Negli ultimi anni della sua lunga biografia c’è stato poi l’interesse (anche in questo caso anticipatore rispetto al contesto italiano, sempre un po’ asfittico) ai temi della bioetica – fu fra l’altro anche presidente del Comitato italiano di bioetica – senza però abbandonare mai la politica attiva (fu eurodeputato all’inizio degli anni Duemila), riscoprendosi anche in tarda età candidato di minoranza (il famoso “correntone”) in una corsa alla segreteria degli allora Democratici di sinistra. La lunga carriera di Berlinguer ha segnato in sintesi la crescita e poi il lento declino della sinistra comunista nell’Italia dal dopoguerra in avanti, ma, ciò nonostante, essa conserva inalterato un patrimonio di idee non superato ancora oggi.

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