Stefano Berni (1960) è docente di Filosofia e scienze umane nei licei. È stato professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista “Officine filosofiche” dell’Università di Bologna e Presidente della Società Filosofica Italiana di Prato. Le sue ultime pubblicazioni sono: Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico (Pisa 2018); Etiche del sé. Foucault e i Greci(Firenze 2021); L'alchimia del potere. La filosofia politica di Hannah Arendt (con Antonio Camerano; Milano 2022).
La giurisprudenza psichiatrica attuale punisce il soggetto non solo riguardo all’azione criminale effettivamente compiuta ma valutando l’intenzionalità di questa azione. Si vuole spiegare e capire giustamente la causa psicologica dell’evento. In questo modo però il rischio è quello di giustificare l’azione stessa trovando sempre delle attenuanti sul piano giuridico. Questo psicologismo estremo ormai pervade e giudica ogni azione sociale permettendo di valutarla dal punto di vista psichiatrico e “scientifico” ma alleggerendo la pena al colpevole. È ormai da un paio di secoli che, come ci ricorda Foucault nei suoi studi, il sapere psichiatrico si è alleato con il potere giuridico.
Ricercando una causa psicologica che attesti o meno una certa ragionevolezza, tutte le azioni umane potrebbero essere comprese e giustificate. Il tentativo è quello di colmare lo iato che separa la follia dalla ragione: anzi, di vedere nella follia una causa e non l’effetto. Si tende ancora, come nel XIX e XX secolo, a considerare la follia come un gesto inconsulto, una momentanea eclisse della ragione o attestando la presenza di una malattia psichica o organica che definisca chiaramente la distinzione tra follia e ragione. Siamo ancora all’interno di un paradigma cartesiano e positivista dove si suppone e si spera di poter distinguere tra follia e ragione. Quando in realtà molte persone ritenute folli sono lucidissime e ogni follia ha le sue ragioni. Folli intelligentissimi che pianificano per anni l’omicidio. Uomini che seviziano e torturano per puro piacere. Altri per invidia o odio. Altri ancora esplodono improvvisamente, spinti dalla rabbia e dal risentimento.
Tutti coloro che uccidono hanno una ragione per farlo ma anche coloro che non uccidono hanno altrettanta ragione per non farlo. La natura umana e così complessa che troviamo sempre, paradossalmente, la possibilità di capire e/o giustificare il gesto. Non c’è uno iato netto che separa la follia dalla ragione. Tutto è più sfumato, i contorni e i confini sono labili e si spostano. Come già dicevano Nietzsche e Freud tra follia e ragione ci sono gradazioni e sfumature dai contorni indecifrabili. L’unica attenuante che si potrebbe accettare per coloro che uccidono è la difesa di sé stessi o dei propri cari oppure l’omicidio colposo o involontario. Altrimenti tali persone semplicemente uccidono perché, dal loro punto di vista, potevano avere le loro buone ragioni: la banalità del male.
Bene dunque indagare e cercare di capire la mente umana ma la giurisprudenza non deve utilizzare la psichiatria e non certo per giustificare il gesto in base a un’intenzione vista come attenuante o aggravante. Ci possono essere rari casi di persone affette da idiotismo o di deficienza cognitiva o minori che non sanno valutare adeguatamente le conseguenze delle loro azioni. Ma sono casi rari e comunque tali persone a maggior ragione vanno isolate perché potrebbero reiterare facilmente l’azione.
Noi dobbiamo valutare l’azione e non l’intenzione. Inoltre occorre valutare soprattutto la pericolosità sociale. Che ne sa il diritto della follia e che ne sa la psicologia della sofferenza. “Più della psicologia la sofferenza la sa lunga in fatto di psicologia”.
A maggior ragione chi uccide perché ritenuto folle, non essendo in grado di intendere e di volere, è meno pericoloso per l’incolumità dei cittadini di un criminale razionale? La lucida follia non è che una ragione folle se volete. Chi stermina la propria famiglia o uccide i propri figli o la propria partner o anche chi uccide per futili motivi, non può essere considerato normale anche se si è comportato con lucidità e razionalità. La follia non è una malattia, è una condizione esistenziale. Non si guarisce dalla follia. La follia è il sintomo non la causa.
Pensare di riabilitare un cosiddetto folle o un criminale è come pensare di modificare radicalmente la sua personalità e tutta la società. I vani tentativi di giustificare, classificare, capire, guarire certi comportamenti non servono alle vittime e ai parenti delle vittime che invece chiedono giustizia, ma servono solo alle migliaia di psichiatri che lavorano in questi ambiti e alle decine di case farmaceutiche che lucrano sulla salute dei pazienti e servono ad attenuare il senso di colpa di una società malata che produce e promuove queste azioni irreparabili. Essa non può pensare di discolparsi provando a curare gli uomini, liberandoli dalle catene. Dovrebbe in primo luogo curare e guarire sé stessa.
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