Laureato in Scienze Politiche al «Cesare Alfieri» di Firenze, si interessa di storia del periodo fascista e dell’Italia repubblicana. Sul fascismo apuano ha pubblicato Al gancio del Negroni. «Il Popolo Apuano» di Stanis Ruinas. Fascismo rivoluzionario e Regime nella provincia del marmo (Solfanelli 2016) e Fascismi di provincia. Pontremoli e l’Alta Lunigiana 1919-1925 (Youcanprint 2019). Ha pubblicato saggi e articoli su riviste di studi storici («Rassegna Storica Toscana», «Nuova Antologia», «Diacronie») e sulla rivista on line del Centro Studi Geopolitica.info.

Recensione a
R. Liucci, Spettatori di un naufragio. Gli intellettuali italiani nella seconda guerra mondiale
Einaudi, Torino 2011, pp. X-238, € 18.00.

«Ormai lo sappiamo. Nel ’43-’45 il dilemma della scelta – con i partigiani o con i fascisti – coinvolse soltanto uno spicchio minoritario della popolazione, mentre nell’animo dei più prevalse l’attesa della fine della guerra. Fra i resistenti e i militi di Salò s’estendeva dunque un’ampia “zona grigia”, un territorio fluido e stratificato che si restringeva e allargava a seconda delle circostanze e che includeva al proprio interno una varietà di posizioni. Proviamo a elencarle: la “resistenza civile”, quella praticata da chi non imbracciò le armi, ma si prodigò nell’assistenza ai combattenti. Il collaborazionismo passivo di larga parte della burocrazia, che accettò di servire il governo della Rsi. Il doppio gioco di chi oscillava, opportunisticamente, fra uno schieramento e l’altro: ad esempio i funzionari fascisti che aiutavano qualche partigiano, per conquistarsi future benemerenze, oppure certi industriali che, pur facendo affari con i tedeschi, finanziavano il Cln. Ma nella “zona grigia” confluirono soprattutto coloro che, per paura, ignoranza e quietismo, si sentivano estranei agli schieramenti della guerra in corso e agivano seguendo la logica del primum vivere, per proteggere se stessi e i propri cari dal flagello militare. Per questo motivo si astennero, finché possibile, da una netta scelta di campo» (pp. 190-191).

Raffaele Liucci accetta come presupposto del suo lavoro questo risultato consolidato della storiografia e sintetizzato nella lunga citazione qui sopra riportata. La zona grigia, proposta con forza all’attenzione della ricerca storica da Renzo De Felice in Rosso e Nero del 1995, nel dopoguerra era stata rimossa da ambo le minoranze che avevano fatto una scelta: da una parte, quella partigiana, perché smentiva l’oleografia della Resistenza come guerra di popolo; dall’altra, quella dei reduci o nostalgici del fascismo, perché misurava la debolezza del consenso al regime.

Liucci riserva la sua esplorazione alla popolosa zona grigia degli intellettuali, dove ci imbattiamo in personaggi inattesi, mossi da un caleidoscopio di motivazioni personali, culturali, di temperamento, da semplici circostanze, che sarebbe riduttivo e sterile, quando non errato, ricondurre a opportunismo o a mero istinto di sopravvivenza. L’Autore mette le mani avanti, quando avverte di non voler oscurare, ridimensionare o tantomeno equiparare le due minoranze di intellettuali che scelsero di partecipare al conflitto impegnandosi nella Resistenza o nel fascismo di Salò. Lo scopo è illuminare l’altra realtà: la maggioranza che nella guerra mondiale e nella guerra civile scelse di non scegliere. I riflettori che accende su questa zona grigia sono romanzi e articoli, ma anche diari e carteggi, non meno indicativi dell’animo che portò a scelte variegate.

Diviso in tre parti, dopo un prologo, il libro affronta tre momenti: la guerra, la guerra civile e il dopoguerra. Non è un caso se il Prologo apre con la figura di Cesare Pavese, in cui si riassume il percorso nei tre momenti di un intellettuale prudentemente iscritto al Pnf, il quale subisce il confino per imprudenza sentimentale, più estraneo che oppositore, per temperamento più che per convinzione, per poi riprendere indisturbato la propria attività di scrittore e dopo l’8 settembre ’43 nascondersi sotto falso nome. Pavese oggi ci appare «come la voce più cristallina della “zona grigia”, di quel mondo per lo più contadino che subì le guerre, il fascismo, l’antifascismo, senza mai aderirvi». Il disimpegno di Pavese rispondeva al ripiegamento intimistico che si riflette nella sua opera, distintivo dell’uomo che fugge «dalle grinfie della storia» nella metaforica casa in collina. Ma è anche il personaggio che il dopoguerra trasfigurerà in intellettuale progressista, allineato alla normalità antifascista, iscritto al Pci, che scrive articoli per «L’Unità», «pedaggio pagato al clima culturale dominante» (pp. 5-8).

La prima parte del libro è dedicata a La guerra: il momento dell’entrata in guerra, con il regime baldanzoso alla ricerca della piena affermazione tramite la prova suprema a lungo coltivata, quando le armi dell’alleato dilaganti vittoriose in Europa fomentavano ottimismo. Certo la guerra aveva i suoi cantori, Soffici, Ricci, Marinetti, il nume Gentile, ma tutti polemici verso la gran parte dei letterati disimpegnati. Non pochi intellettuali transiteranno dal fascismo all’antifascismo portando con sé la divisa dell’intellettuale engagé, schierato “dalla parte della storia”. Tuttavia, lo stesso capo del fascismo confessò lo scorno per l’apatia degli intellettuali verso la guerra, riconosciuta da riviste come «Primato» di Bottai, che tentava di coinvolgere l’intellettualità nel momento culminante del regime con le firme di futuri antifascisti, come Carlo Morandi e Galvano della Volpe.

Tra disimpegnati, renitenti ed estranei, troviamo una ricca serie di personaggi. Giovanni Comisso, non certo ostile al fascismo, che aveva attraversato i momenti dell’epica amata dal regime, dalla Grande Guerra a Fiume, nel 1940 maturo scrittore. Egli riteneva la propria generazione ormai estraniata dalla storia per la fine degli ideali. Pavese passeggiava per le Langhe immerso nei miti e negli «universali fantastici» che indicavano il suo «posto nel mondo» (p. 51). Il giovane cattolico Carlo Bo scriveva che i letterati non sono «aggiogati al tempo», poiché «la vita si fonda sull’eternità di Dio» (pp. 52-53). Bonaventura Tecchi lanciava i suoi strali contro l’intellettuale impegnato, che «mette la vita sopra la cultura, negando sé stesso, subordinando le forze dello spirito alle forze vitali» (p. 62). Intellettuali diversi per temperamento, studi, percorsi, si astenevano dalla storia che minacciosa li assediava. L’estetica crociana dell’arte indipendente dai condizionamenti della storia tornava utile per rifugiarsi nella torre d’avorio della letteratura pura, antico spazio delle lettere italiane, indisturbato anche sotto il fascismo.

Non era opposizione, né necessaria premessa di futura opposizione. Infatti, il libro «più illuminante» sull’entrata in guerra dell’Italia è Il deserto dei Tartari (1940) di Dino Buzzati. Nei tempi in cui Giovanni Gentile aveva affermato che la guerra imprimeva «un sigillo di nobiltà» ai popoli capaci di affrontarla, Buzzati narrava una vicenda fuori del tempo storico, un’esistenza consumata nell’inutile attesa della battaglia, nella speranza inesaudita di un senso, permeata di inquietudine disallineata dalla baldanza del regime. Buzzati non fu né fascista né antifascista, dopo l’8 settembre resterà in servizio al «Corriere della Sera» nella Milano della Rsi. Ma il romanzo rappresentava «perfettamente» il clima del momento, testimonierà anni dopo Italo Calvino, uno che non si rifugiò nella zona grigia ma attraversò il deserto dell’attesa per approdare nella Resistenza. Il romanzo è un’allegoria esistenziale che riflette la poetica dell’autore, ma rispecchiava l’estraneità senza opposizione degli intellettuali della zona grigia nel momento dell’entrata in guerra. Un distaccato attendismo, in anni «carichi di futuro».

La seconda parte si concentra su La catastrofe: il periodo della guerra civile, con preannunci nel 1941-’42, quando le menti più lucide comprendevano che la prova bellica sarebbe fallita. È popolata da scrittori che misero in atto l’«arte della fuga» dalla storia e dalle sue sfide evitando scelte militanti. Moravia, rifugiato in Ciociaria con la moglie, Elsa Morante, «uno dei momenti più felici della mia vita», dirà, e non fu certo un momento di lotta, che gli ispirò La ciociara del 1957, da lui presentato come un omaggio alla Resistenza, ma dove di Resistenza, come di fascisti, ce n’è ben poca e protagonista è una popolazione contadina impegnata a sfuggire alle offese della guerra (pp. 80-82). Proseguiamo con Corrado Alvaro, che preferisce una vita da «fuggiasco», estraneo alla politica da fascista e da antifascista (pp. 88-89), e con l’orgoglio aristocratico e solipsista di Tommaso Landolfi (p. 92). Ritroviamo Comisso, che descrive l’inumanità della guerra e la sventura di quella civile, «dove i torti erano indistinguibili dalle ragioni» (p. 102); Giuseppe Prezzolini, che prende congedo dal suo paese, «dove in mezzo alla merda gl’Italiani continuano a dilaniarsi» (p. 132); e possiamo chiudere, tra i tanti incontrati, con Piero Calamandrei, che lascia dopo l’8 settembre l’«estatico silenzio» del paesaggio della sua villa di Poveromo in Versilia, lontano dai rumori della guerra, ma ora sulla pericolosa linea Gotica, per rifugiarsi in Umbria e rientrare a Roma dopo l’arrivo degli Alleati, sempre accompagnato dall’«avvilente consapevolezza di non poter far nulla» (pp. 148 ss).

La terza parte affronta Il dopoguerra: il tempo delle rivisitazioni e dei mimetismi, delle assoluzioni celate dalle rimozioni, di ritirate dalla storia, di giudizi più distaccati ma talvolta “grigi” nel giudizio di valore. La zona grigia, quella gran parte del paese che si era conformata al regime nel Ventennio e si era astenuta durante la guerra civile, ostile ora alla retorica antifascista, trova i suoi difensori. Giovanni Guareschi con il suo “mondo piccolo”, popolato da uomini «che erano passati dal fascismo al postfascismo senza conoscere l’antifascismo» (pp. 189-190). Le penne acuminate di Longanesi, Angiolillo, Montanelli e Ansaldo, che finivano per defascistizzare il fascismo con lo smussamento delle sue punte più tragiche e “assolvevano” la maggioritaria massa grigia del moderatismo italiano che forniva la base di consenso alla restaurazione democratica pilotata dalla Democrazia cristiana dopo averla garantita al regime. Troviamo in questo filone anche autori di calibro e successo. Giuseppe Berto, con Il cielo è rosso (1947), narra di vittime innocenti della guerra, estraniata dal suo contesto storico, dove i bombardamenti alleati superano gli eccessi fascisti (pp. 193-196). Curzio Malaparte, con La pelle (1949), denuncia l’arrivo degli alleati che portano con la libertà la peste morale di corruzione e disfacimento, raffigurata con colori forti, né la Resistenza salvava l’Italia, era «la solita sporca guerra fra italiani» (pp. 199-202). I due scrittori, ex fascisti senza abiure, destoricizzavano la guerra in un’unica immane sciagura in cui si accomunavano da una parte tutti i belligeranti indistintamente con le loro colpe, dall’altra le vittime sacrificali degli innocenti che non poterono che subirla.

La ricerca di Liucci non approda a conclusioni banali e invita alla sensibilità della drammaticità del momento storico, della molteplicità di fattori che intervenivano nelle scelte, che non consentono una reductio ad unum. Conclude richiamando il «senso della complessità del tutto, del brulicante o del folto o dello screziato o del labirintico o dello stratificato», citazione da Italo Calvino, che già nel suo romanzo resistenziale del ’47 Il sentiero dei nidi di ragno aveva ricordato che in una guerra civile «basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte».

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