Laureato in Scienze Politiche al «Cesare Alfieri» di Firenze, si interessa di storia del periodo fascista e dell’Italia repubblicana. Sul fascismo apuano ha pubblicato Al gancio del Negroni. «Il Popolo Apuano» di Stanis Ruinas. Fascismo rivoluzionario e Regime nella provincia del marmo (Solfanelli 2016) e Fascismi di provincia. Pontremoli e l’Alta Lunigiana 1919-1925 (Youcanprint 2019). Ha pubblicato saggi e articoli su riviste di studi storici («Rassegna Storica Toscana», «Nuova Antologia», «Diacronie») e sulla rivista on line del Centro Studi Geopolitica.info.

Nell’aprile del 1940 usciva il capolavoro di Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari. La trama è ben nota, ma conviene ripercorrerla calandoci in quella primavera, quando l’Europa era già in guerra e anche in Italia iniziava il rullo dei tamburi.

Il tenente di prima nomina Giovanni Drogo giunge alla sua destinazione, la Fortezza Bastiani, ultimo avamposto ai confini settentrionali del Regno, che domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, attraversata in passato da nemici, ma che ormai non rappresenta più alcuna minaccia. Drogo rinuncia ad un possibile trasferimento, catturato dalla malia del posto, che intrappola i militari nella speranza di vedere apparire all’orizzonte il Nemico. La battaglia è l’occasione di mettere alla prova il proprio ruolo di soldato, l’unica che possa dare uno scopo e un senso alla sua vita. Nell’attesa della grande occasione, Drogo consuma la sua vita di guarnigione, costellata di piccoli episodi che aprono a una speranza che rimane inesaudita. Dopo trent’anni di servizio, prima come maggiore e poi come vicecomandante della Fortezza, quando una malattia lo consuma fino a costringerlo a letto, ecco l’avvenimento atteso per tanto tempo: la guerra contro il Regno del Nord. Ma all’arrivo dei rinforzi alla Fortezza Bastiani, il comandante fa trasferire Drogo malato per dare spazio ai nuovi ufficiali.

La morte coglie Drogo immerso nella solitudine di una stanza di una locanda di città. Qui, trova la sua personale occasione di provare il suo valore, che aveva atteso per tutta la vita:

La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

Drogo ha consumato nella vana speranza la sua vita, ma vince la sua personale battaglia, muore da soldato, affronta con dignità la morte e sconfigge il nemico più grande: la paura di morire.

Il romanzo, con il suo “realismo magico”, è stato affiancato dalla critica ai temi e alle atmosfere kafkiane. Buzzati venne definito il Kafka italiano, definizione respinta dall’autore. In realtà, il tema del romanzo non è l’oppressione di un potere estraneo all’individuo che lo trascina nella vita, come ne Il processo di Kafka, bensì la “fuga del tempo”, il passare della vita nell’alienazione della vana speranza, nell’inutile attesa di un significato non trovato dell’esistenza. In questo senso il romanzo è una metafora della vita dell’uomo comune.

Il romanzo ha assunto un significato storiografico, colto da Ennio Di Nolfo ne Le paure e le speranze degli italiani (1943-1953):

Nel momento in cui “infine” si avverano nella storia italiana grandi attese, grandi eventi, si pronunciano sonanti parole d’ordine, Buzzati scrive un libro non politico ma ricco di significati politici. Poiché esso esprime la dissonanza e il distacco di un certo tipo di cultura e di un certo ambiente (molti intellettuali milanesi, legati al “Corriere della Sera”) rispetto alle intonazioni ufficiali. La guerra non aveva dunque i suoi cantori; aveva i suoi critici.

In effetti, il libro è sì ambientato nel mondo militare, la gloria militare è sì ricercata dai personaggi, incluso il protagonista, il libro rispettò sì scrupolosamente le direttive del regime (finito nel ’39, uscì qualche mese dopo perché le bozze dovettero essere riviste con la sostituzione nei dialoghi del borghese “lei” con il fascista “voi”). Ma la narrazione comunicava una vita senza senso, lo scopo atteso prima ancora che ricercato non è trovato, l’esistenza si dipana intrisa di malcontento e inquietudine, se non disorientamento e disperazione, umori non intonati all’entusiasmo ottimistico che il momento suggeriva alla propaganda, in un’Italia che si accingeva ad entrare in guerra e a mettere alla prova la grandezza promessa dalla retorica del regime.

Il romanzo rivela un distacco non militante ma non meno reale dal regime di ambienti intellettuali borghesi, non solo la cerchia dell’autore, allora giovane cronista al “Corriere della Sera”, ma anche quelli dei lettori. Un ricordo di Giulio Nascimbeni, critico letterario che sarà collega di Buzzati al “Corriere”, ci accompagna in quella primavera del 1940 e ci dà conferma del giudizio storiografico:

Quelli della mia generazione stavano allora concludendo il ginnasio o muovevano i primi passi nei licei. Le nostre letture extrascolastiche erano rare, Sandokan sconfitto dagli eroi dei poemi omerici. Ebbene, ora mettete nelle mani di uno studente di questo genere il romanzo di Buzzati. Lo comprai a Verona, qualche settimana dopo l’inizio della guerra, lessi il libro in un paio di sere. C’era l’oscuramento, mio padre era stato richiamato alle armi, mia madre parlava di cibi razionati. Intendo recuperare nella memoria i sentimenti di quelle sere, di quell’impatto con un mondo straordinariamente diverso da quello che i libri mi avevano offerto fino a quel momento: un mondo immobile, di luci fioche; un mondo di pietre e non di bianchi marmi come nei testi classici; un mondo di bastioni e non di accampamenti, di stanze oscure e non di Olimpi e di Empirei. Era la rivincita della prosa sulla poesia. Il Deserto fu un segnale. Per i ginnasiali, per i liceali di allora, il Deserto fu soprattutto la lezione di una vita, quella del protagonista, il tenente Giovanni Drogo: una vita silenziosa, immobile, inutile, contrapposta ai modelli dinamici ed esasperati della realtà quotidiana. Ci diede un’emozione profonda il tema della fuga del tempo, con l’uomo che avanza e alle sue spalle si rinchiudono cancelli che non potranno aprirsi mai più.

Nello stesso significato storiografico del Deserto Di Nolfo poneva altre opere coeve. Così, in Conversazione in Sicilia Elio Vittorini parlava della «vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete», una quiete priva di speranza che domina un’esistenza in attesa di cambiamenti non definiti, angosciosa. Così, anche la cinematografia, che, con la torbida trama di Ossessione di Luchino Visconti o con il “naturalismo” di Campo de’ fiori di Mario Bonnard, che anticipava segni di neorealismo, usciva dalla levità delle leggiadre atmosfere dei telefoni bianchi. E siamo già nel 1943, quando le menti più lucide intravvedevano all’orizzonte la disfatta e l’avvio di un’inquietante incertezza.

Letteratura e cinema documentano «un’erosione della base di consenso del fascismo», già stanco nel momento dell’entrata in guerra tra i ceti popolari, anche quelli disciplinati al regime, come i rapporti della polizia politica non tacevano, quando pure le sorti sembravano ancora favorevoli alle armi dell’alleato dilagante in Europa. Quello degli artisti, di alcuni, non era un antifascismo politico, le forze politiche antifasciste erano ancora lungi da riapparire minimamente organizzate, né erano capaci in alcun modo di contribuire al crollo di un regime il cui destino era legato alle sorti della guerra ed entrerà in crisi solo con il distacco delle forze istituzionali e sociali che fino ad allora l’avevano appoggiato e che con il profilarsi della sconfitta lo abbandonavano per non essere trascinate nel suo disastro.

Rileva Di Nolfo: «Così alcuni tra i maggiori artisti italiani segnavano che cosa si preparasse nonostante il silenzio o, meglio, il confuso rumoreggiare delle forze politiche antifasciste: un cupo disorientamento, se non anche disperazione, quasi sempre rassegnato e non ancora vinto dalla paura. Era distacco dal reale politico esistente in attesa dello scioglimento del dramma».

Questa innovativa “strumentazione” storiografica proponeva romanzi e film non come letture “artistiche” della storia, ma come storia essi stessi, fatti storici, ossia documenti della psicologia collettiva di un momento storico. Tra di essi, il Deserto, per la data di creazione e pubblicazione, fa la parte dell’antesignano.

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