Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998. Giornalista, è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

1922: lusso, raffinatezza, salotti mondani ed aristocratici, asma, solitudine ed isolamento; tappezzeria di sughero alle pareti per difendersi da ogni rumore…1909 e gli anni a seguire: Alla ricerca del tempo perduto…1922: e, infine, non è più.

Proust, il nemico offensivo della memoria volontaria, perché la memoria può essere improvvisamente suscitata e riportare alla ribalta episodi, figure mai perdute, mai smarrite: les Intermittences du cœur.  

Proust, lo psicologo sottile di Swann, Charlus; il sensibilissimo analista di Saint-Loup, di Verdurin, di Odette, di Marcel… Marcel diventa scrittore, perché con i segni di tante vite si costruisce un intero mondo: la Comune di Parigi, la prima guerra mondiale, la crisi dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese. Eterna commedia. Eterno dramma. Una storia tutta e solo umana, disparata e indefinibile, lenta lenta, vasta vasta. Messa in ordine dalla celebre sonata di Vinteuil: richiamo segreto, ideale; vistoso e visibile.

Nove lustri di annotazioni meticolose, penetranti, minuziose: uomini, costumi, pensieri. Qualcuno affermò: «Sarò particolarmente tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno».

Memorialista o moralista? Perché il periodare lento, involuto, divagante cede volentieri a discettazioni e dissertazioni, sinuose e flessuose, intorno intorno intorno… al tempo, Longtemps, je me suis couchédans le Temps, alla memoria, al sonno, alla gelosia, all’amore. Contemporaneamente, fluiscono gli aspetti del mondo e le profondità dell’anima.

Cerca e Ricerca: chi vince e chi perde? 9.609.000 caratteri, scritti in 3724 pagine, œuvre cathédrale. L’inflessibilmente debole schiaccia al tappeto la dissipatrice vita mondana, annienta all’ultimo round il Tempo.

L’asso nella manica? L’Arte, Signori! L’Arte che fissa il passato che differentemente sarebbe condannato allo sterminio. Valentin Louis Georges Eugène Marcel Proust è bandiera di una mastodontica esperienza artistica. Sul ponte sventola un concetto estetico che riprende e supera Ruskin, Baudelaire, Bergson.

Un sogno, un’impressione, conservato inviolato dalla nera notte della dimenticanza, risorge rivelato dal sogno stesso: fluido, discontinuo, mutevole. Perché ricordare è creare, ritrovare, riafferrare: «No, se non avessi convinzioni intellettuali, se cercassi soltanto di ricordare il passato e di duplicare con questi ricordi l’esperienza, non mi prenderei, malato come sono, la briga di scrivere».

Il tè. Una madeleine inzuppata nel tè. Sublime sensazione di felicità. Domenica mattina. Zia Leonia. Lontano lontano lontano: la fanciullezza. La fanciullezza: lo stesso sapore. Infermo, sbattuto fuori dalla vita pratica, spia l’incosciente e lo rivela: «Più tardi, mi ammalai molto spesso, e per molti giorni dovetti rimanere nell'”arca”. Capii allora che mai Noè poté vedere il mondo così bene come dall’arca, nonostante fosse chiusa e che facesse notte in terra». À la recherche dell’io profondo. Dove? Nel ricordo.

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