Redattore

Nicolò Bindi (1991) si è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali. È docente presso l'Istituto "Francesco Datini" di Prato.

Direttore scientifico

Danilo Breschi è professore associato (abilitato al ruolo di prima fascia - professore ordinario) di Storia del pensiero politico presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), dove insegna Teoria politica, Teorie dei conflitti ed Elementi di politica internazionale. È direttore scientifico del semestrale «Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee». Fra le sue pubblicazioni più recenti: Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea (2017); Mussolini e la città. Il fascismo tra antiurbanesimo e modernità (2018); Quale democrazia per la Repubblica? Culture politiche nell’Italia della transizione 1943-1946 (2020); Yukio Mishima. Enigma in cinque atti (2020); La globalizzazione imprevidente. Mappe nel nuovo (dis)ordine internazionale (con Z. Ciuffoletti e E. Tabasso; 2020); Ciò che è vivo e ciò che è morto del Dio cristiano (con F. Felice; 2021); Sfide a sinistra. Storie di vincenti e perdenti nell'Italia del Novecento (con Z. Ciuffoletti; 2023). Ha curato il volume collettaneo Il tramonto degli imperi (1918-2018), con A. Ercolani e A. Macchia (2020). Ha introdotto e curato un'antologia di scritti giornalistici di Ugo Spirito: L'avvenire della globalizzazione. Scritti giornalistici (1969-79) [2022]. Ha altresì curato e introdotto nuove edizioni dell’Utopia di T. Moro (2018), della Leggenda del Grande Inquisitore di F. Dostoevskij (2020), di Socialismo liberale di C. Rosselli (2024). Altri suoi scritti si trovano nel blog: danilobreschi.com.

Ha fatto scalpore in questi giorni il preoccupante risultato dell’ultimo concorso per la magistratura: su 1532 compiti esaminati, solamente 88 sono risultati idonei. Il restante è stato scartato per l’alto numero di errori grammaticali presenti negli elaborati. Il ministro Cartabia ha commentato questo dato definendolo «preoccupante», e aggiungendo che è un problema che «deve essere affrontato». Come non essere d’accordo con il ministro?

Se un concorso non riesce a coprire il numero di posti messi a bando per l’incapacità dei candidati, le prospettive non possono dirsi certo rosee; a questo si aggiunga pure che le mancanze non riguardavano la materia, quanto proprio la conoscenza della lingua italiana, aspetto non proprio di secondo piano, se si aspira a ricoprire un ruolo di primo piano della macchina legislativa nostrana. D’altronde, accogliere questa notizia con scalpore, come un fulmine a ciel sereno, non è adeguato: i segnali c’erano già tutti, e da molto tempo. Il fatto in questione, infatti, ricorda molto da vicino quando, nel 2017, ben 600 professori universitari denunziarono all’allora ministro dell’istruzione Valeria Fedeli la mancanza di una preparazione linguistica e grammaticale dei loro laureandi: difficoltà di scrittura, precaria conoscenza della lingua, debolezze ortografiche e sintattiche. Sono passati ben 4 anni da quell’appello e la situazione, invece di migliorare, pare peggiorare sempre di più. Basti pensare che proprio quest’estate, le ultime prove Invalsi svolte nelle scuole hanno dipinto uno scenario disastroso, soprattutto nelle prove d’italiano.

Certamente, si potrà dare la colpa di questo risultato alla c.d. “didattica a distanza” (Dad), ma si deve anche prendere atto che l’attuale ministero non sta prendendo il benché minimo provvedimento per contrastare la situazione venutasi a creare: nessun corso di recupero, nessun esame extra, nessun potenziamento orario. Con molta probabilità, gli attuali studenti saranno obbligati a continuare il loro percorso di studi portandosi dietro queste enormi lacune, con il benestare del ministero dell’Istruzione e dell’opinione pubblica.

Insomma, il problema c’è ed è pure datato. Per lungo tempo si è tentato di ignorarlo, pensando che fosse un aspetto secondario, buono solo a stimolare i brontolii di reazionari e puristi della lingua. Il fatto in questione dimostra, al contrario, che una pessima padronanza della lingua scritta porta effetti negativi anche a livello sociale e lavorativo, con buona pace di roussoviani e aziendalisti. Dunque, è importante indagare in maniera più profonda quali sono le radici dell’impoverimento linguistico e grammaticale a cui stiamo assistendo. Possiamo individuare due tipi di responsabilità ben distinte, per quanto intrecciate tra loro: scolastiche ed extrascolastiche.

Per quanto riguarda le responsabilità scolastiche, è da prendere atto che, da anni, lo studio della grammatica italiana e l’esercizio della scrittura sono stati posti in secondo piano in ogni ciclo di studio. In particolare, questo accade nel corso della scuola primaria, dove sempre più si prediligono attività ludiche e di intrattenimento a quelle avvertite, invece, come “faticose” e “noiose” – come lo studio della grammatica, appunto, o anche la produzione di testi. Va da sé che molti studenti passano alle scuole secondarie di primo grado senza una adeguata preparazione: non è raro, in prima media, trovarsi di fronte alunni che non hanno mai scritto un tema in classe – questo possiamo affermarlo per testimonianze di colleghi, ma anche per esperienza diretta; è prassi che i ragazzi arrivino in prima media senza sapere come scrivere un tema in colonna su un foglio a protocollo. Già da quell’età, dunque, si deve fare i conti con lacune (più o meno gravi) che riguardano la produzione scritta e la conoscenza della grammatica, ovvero l’applicazione e il riconoscimento delle norme che regolano la nostra lingua. Per quanto ci si applichi nel voler appianare queste mancanze, il tempo a disposizione risulta alquanto limitato: è impossibile, infatti, concentrare in un anno scolastico ciò che non è stato fatto in cinque. In virtù di ciò, è inevitabile che si faccia strada un concetto tanto semplice quanto pericoloso: il “prediligere il contenuto alla forma”.

Il senso è chiaro: lo studente commette un sacco di errori ortografici e sintattici? La colpa non è sua, ha delle lacune pregresse che noi non possiamo colmare. Per questo, per non porlo in una situazione di immeritato svantaggio, è bene soprassedere, in una certa misura, agli errori di forma commessi, concentrandosi sul contenuto. Questa idea, poi, si fa ancora più forte se riguarda materie diverse dall’italiano: compito scritto di storia, o di scienze? Guai a fare valere, nel voto finale, anche un giudizio sulla correttezza della lingua, poiché la materia non è certo italiano – su questo aspetto, dunque, la retorica della collaborazione interdisciplinare non conta. Ora, ci sembra chiaro che la pratica del “valutare il contenuto e non la forma” non sia che un palliativo, nato principalmente dalla convinzione di un sub-ordine del significante rispetto al significato. Non si è pensato, però, agli effetti nefasti che questa può causare.

Anzitutto, la pratica si fonda su un falso mito, ovvero l’indipendenza del contenuto dalla forma. Ora, non che i due aspetti non possano essere studiati separatamente, ma ciò non toglie che tra loro siano indissolubilmente legati. Per comprendere meglio questa posizione, è bene partire da un concetto fondamentale: il linguaggio, sia esso scritto od orale, è  sostanzialmente una forma di comunicazione. L’individuo comunica messaggi, portatori di significato, tramite una serie di vibrazioni dell’aria (il suono) o tramite una serie di segni grafici. Il punto è che chi riceve tali messaggi, deve poter comprendere quel particolare insieme di suoni e quel particolare insieme di segni grafici, e deve dare a loro lo stesso significato assegnatogli da colui che li ha prodotti. Se questo non accade, il contenuto non può essere trasmesso; se accade parzialmente, il contenuto viene compreso solo in parte. Le norme grammaticali e linguistiche hanno proprio lo scopo di mantenere vivo e comprensibile lo strumento del linguaggio, in modo da evitare l’incomunicabilità dei significati. Dunque, se il testo che ho di fronte non rispetta le mie conoscenze comunicative, se non sbaglia grossolanamente le norme ortografiche e sintattiche della mia lingua e utilizza le parole in maniera impropria, in che modo posso arrivare a comprenderne il contenuto? Considerare trascurabili certi errori, come l’uso improprio della punteggiatura, delle lettere maiuscole e delle lettere minuscole, delle preposizioni, significa minare alla base le capacità espressive del ragazzo, significa condannarlo all’essere frainteso – cosa che d’altronde, come vedremo dopo, già accade.

La prassi del “valutare il contenuto più della forma”, ovviamente, si consolida sempre di più col tempo, perché più avanti si va nel percorso di studi, meno tempo si ha da spendere per ripianare certe lacune, che intanto si accumulano e si rafforzano nell’uso, fino a diventare prassi – notare: ogni studente ha una sua particolare prassi, come nella biblica torre di Babele. Se ne trova frequente ed amara conferma all’università, dove, anche qui sempre per esperienza diretta e condivisa con numerosi colleghi di facoltà diverse tra loro, si registra una crescente difficoltà nella stesura della tesi di laurea. Ancora negli anni Novanta si riscontrava nelle matricole universitarie una buona, o almeno sufficiente, capacità di scrittura, oltreché di comprensione dei testi. Ciò compensava nella maggior parte dei casi percorsi di laurea per lo più con esami solo orali. Alla tesi non si arrivava proprio digiuni grazie ad una formazione tradizionale, standard, in analisi grammaticale e logica. Alla stessa tesi di laurea veniva conferita una dignità tale per cui i professori spesso rinviavano ai propri laureandi i primi capitoli pieni zeppi di sottolineature in rosso di errori di forma, dunque di capacità espositiva/argomentativa, di costruzione di idee chiare e distinte, di un pensiero lucido, penetrante, comunicabile. Introdurre un maggior numero di prove scritte nei percorsi universitari, non certo di test a crocette, può essere di qualche aiuto? La gran parte degli esperti e di chi lavora sul campo sa bene che è quasi sempre un rimedio troppo tardivo. È tra elementari e medie che si decide della capacità logico-grammaticale, e dunque espositiva/argomentativa, di una giovane mente. Se poi non si dà peso in termini di votazione/promozione a come viene scritta una tesina, una breve ricerca o relazione di fine corso, così come una tesi di laurea, a poco o nulla serve introdurle in modo massiccio. A quest’ultimo punto ci riallacciamo per introdurre le responsabilità extrascolastiche.

Ora, il luogo comune vuole che i giovani d’oggi leggano e scrivano molto poco, e a questo viene solitamente ricondotta la loro difficoltà espressiva nella produzione scritta. Ecco, è ora di sfatare questo falso mito: i ragazzi di oggi non solo leggono, ma scrivono anche tantissimo. A impegnarli particolarmente in queste due pratiche, però, non sono libri classici, e nemmeno la stesura di racconti o poesie, bensì è WhatsApp. L’applicazione di messaggistica istantanea è, non c’è neanche bisogno di dirlo, sovrautilizzata sin dai primi anni delle medie, per non parlare poi delle superiori. Confrontandosi con gli studenti in classe, sono venuti fuori due aspetti molto interessanti: il primo riguarda la concezione che hanno della scrittura dei messaggi; il secondo, le difficoltà espressive che incontrano. Riguardo al primo aspetto, è interessante rilevare che molti ragazzi, da un punto di vista psicologico, non concepiscono la scrittura di un messaggio WhatsApp come un vero e proprio esercizio di scrittura, ma come qualcosa di molto più simile all’orale. Ciò, ovviamente, li porta  a non porre attenzione alla forma di ciò che scrivono, gli errori sintattici tipici del parlato e la trascuratezza ortografica sono dunque all’ordine del giorno. L’uso continuo e sregolato della lingua, corretto solo sporadicamente e in maniera inefficace nell’ambiente scolastico, fa sì che le scorrettezze si consolidino, diventando, nella mente del ragazzo, delle norme inconsce. Questo è confermato dagli errori più frequenti che si riscontrano negli elaborati scritti: l’uso smodato e senza criterio delle virgole, tipico tentativo di riproduzione della sintassi paratattica propria del parlato; assenza di punti fermi alla fine della frase, prima di andare a capo, poiché non rientrano nell’uso della messaggistica istantanea; scomparsa del punto e virgola, che presuppone costruzioni fraseologiche lunghe, assenti tanto nel parlato quanto nella messaggistica; assenza quasi totale di accenti e apostrofi, non presenti nella lingua orale e inseriti dal correttore automatico di WhatsApp mentre si scrive il messaggio; confusione nell’uso della lettera maiuscola e minuscola, parimenti assenti nel parlato e inserite in automatico dall’applicazione. Ma la cosa ancor più grave è che l’abitudine alla scrittura di messaggi istantanei, brevi, all’interno di un contesto fatto di botta e risposta, di sentenze, ha reso decisamente difficile ai ragazzi la costruzione di un testo esteso, argomentato, completo. Più che al pensiero critico, si tende al pensierino scarno, ripetitivo nei concetti e nel lessico.

Su questi punti, si potrebbe ribattere che, cambiando la mentalità delle persone, logicamente cambia anche il modo che questi hanno di esprimersi. La lingua, in effetti, è strumento in continuo mutamento, poiché strumento perennemente imperfetto, così non fosse parleremo ancora latino. Ora, in effetti è vero che la stessa lingua italiana altro non è che il frutto di una serie di errori grammaticali consolidatisi nel tempo, e che questi cambiamenti possono essere letti, darwinisticamente parlando, come “adattamenti” a un nuovo contesto e a una nuova mentalità; ma i mutamenti, solitamente, investono prima la lingua orale che quella scritta. Inoltre hanno motivazioni, potremmo dire, funzionali, ovvero improntate a migliorare lo scambio linguistico. Nel caso specifico, i mutamenti sono visibili principalmente nella lingua scritta, inoltre sono tutt’altro che funzionali. Come si è già detto, infatti, per ammissione degli stessi ragazzi che spesso ci scherzano anche su, è prassi per loro venire fraintesi, quando mandano un messaggio su WhatsApp: chi lo riceve non capisce il tono, scherzoso o risentito che sia, a volte addirittura non comprende quello che gli si vuole dire. Emoticon e messaggi vocali vengono spesso usati per “compensare” questa mancanza.

Di nuovo, dunque, il discorso torna sull’insolubile legame che accoppia forma e contenuto: la mancanza di uno è una mancanza di entrambi, dunque è impossibile che uno possa compensare l’altro. Non curarsi dell’aspetto formale porta, alla lunga, a minare la tecnica comunicativa che sta alla base della nostra civiltà, creando notevoli svantaggi all’individuo: l’impossibilità di accedere a lavori di alto prestigio e di alta responsabilità – come la magistratura, appunto; una difficoltà crescente nell’intrattenere relazioni sociali, a causa del proprio basso livello comunicativo, che scopre il fianco a fraintendimenti e incomprensioni. È forse questo il futuro che abbiamo in mente?

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