Alberto Giovanni Biuso è Professore ordinario di Filosofia teoretica nel «Dipartimento di Scienze Umanistiche» dell’Università di Catania, dove insegna anche Epistemologia e Filosofia delle menti artificiali. Tema privilegiato della sua ricerca è il tempo, in particolare la relazione tra temporalità e metafisica. Si occupa inoltre della mente come dispositivo semantico; della vitalità delle filosofie e delle religioni pagane; delle strutture ontologiche e dei fondamenti politici di Internet; della questione animale come luogo di superamento del paradigma umanistico. Il suo libro più recente è Ždanov. Sul politicamente corretto (Algra Editore, 2024). Il suo sito web è www.biuso.eu

Hübner e Feyerabend

La ricerca che Kurt Hübner ha dedicato al mito e alla sua verità è un classico dell’epistemologia. Si tratta infatti non soltanto di un ampio e riuscito tentativo di offrire una giustificazione e una fondazione razionale del mito ma anche di un’impresa basata sui più fecondi e raffinati risultati delle epistemologie contemporanee e dunque sul riconoscimento che «in senso stretto, non esistono assolutamente dati di fatto scientifici del tutto indipendenti dalle teorie, poiché essi in un modo o nell’altro sono già sempre visti e interpretati alla luce della scienza» e che dunque «chi afferma che la scienza ha dimostrato la validità universale e assoluta delle leggi naturali non è portavoce della scienza, bensì di una metafisica dogmatica della scienza. […] L’esperienza scientifica non può pretendere di essere l’unica esperienza possibile»[1]. Tanto più se si tiene conto – come storia e filosofia della scienza hanno ampiamente mostrato – che Descartes, Newton, Einstein e Bohr sono tutti immersi in delle metafisiche, e persino in delle ontologie religiose, senza le quali le loro ipotesi sono impensabili, nell’esatto senso che non sarebbero mai nate.

La scienza del mito di Hübner appare in questo modo assai vicina all’anarchismo metodologico di Paul Feyerabend, il quale intitola in questo (lungo) modo l’ultimo capitolo di Contro il metodo:

La scienza è quindi molto più vicina al mito di quanto una filosofia scientifica sia disposta ad ammettere. Essa è una fra le molte forme di pensiero che sono state sviluppate dall’uomo, e non necessariamente la migliore. È vistosa, rumorosa e impudente, ma è intrinsecamente superiore solo per coloro che hanno già deciso a favore di una certa ideologia, o che l’hanno accettata senza aver mai esaminato i suoi vantaggi e i suoi limiti. E poiché l’accettazione e il rifiuto di ideologie dovrebbero essere lasciati all’individuo, ne segue che la separazione di stato e chiesa dovrebbe essere integrata dalla separazione di stato e scienza, che è la più recente, la più aggressiva e la più dogmatica istituzione religiosa. Una tale separazione potrebbe essere la nostra unica possibilità di conseguire un’umanità di cui siamo capaci, ma che non abbiamo mai realizzato compiutamente[2].

Scienze e altri miti

Ne segue che quello scientifico sia soltanto uno tra i più fecondi linguaggi e strumenti inventati dalle società umane per vivere e sopravvivere nel proprio ambiente. Non è l’unico, non è infallibile e non può pertanto diventare troppo potente, esclusivo di altri linguaggi, aggressivo nelle sue conseguenze politiche e sociali. Come ogni fatto umano, anche la scienza è soggetta all’utilizzo politico, alla propaganda, all’ideologia, senza necessariamente dare un’accezione negativa all’elemento politico, alla propaganda, all’ideologia. Essenziale è però che la scienza non si presenti nelle forme colonialiste che hanno caratterizzato alcune delle sue fasi storiche e sulle quali l’analisi di Feyerabend è molto netta:

La scienza moderna schiacciò i suoi oppositori, non li convinse. La scienza si impose con la forza, non col ragionamento (ciò vale particolarmente nel caso delle ex colonie, nelle quali la scienza e la religione dell’amore fraterno furono introdotte come cosa ovvia, e senza consultarne gli abitanti o discutere con essi la cosa). Oggi ci rendiamo conto che il razionalismo, essendo legato alle scienze, non può darci alcun aiuto nel problema dei rapporti fra scienza e mito e sappiamo anche, da investigazioni di genere completamente diverso, che i miti sono molto migliori di quanto i razionalisti non abbiano osato ammettere. Così noi siamo oggi costretti a sollevare il problema dell’eccellenza della scienza […]

Le tribù non vengono soppresse solo fisicamente ma perdono anche la loro indipendenza intellettuale e sono costrette ad adottare la religione assetata di sangue dell’amore fraterno: il cristianesimo. […] La libertà viene recuperata, vecchie tradizioni sono riscoperte, sia fra le minoranze in paesi occidentali sia fra estese popolazioni in continenti non occidentali. Ma la scienza regna ancora sovrana. Essa regna sovrana perché coloro che la praticano sono incapaci di comprendere, e non disposti ad ammettere, ideologie diverse, perché hanno il potere di imporre i loro desideri, e perché usano questo potere esattamente come i loro predecessori usarono il loro potere per imporre il cristianesimo ai popoli in cui si imbatterono nel corso delle loro conquiste[3].

Tesi pienamente condivisa da Hübner quando scrive ad esempio che «le somiglianze fra la scienza e il mito sono in effetti sorprendenti» e che pertanto «anche oggi la scienza può e deve trarre profitto da una mescolanza con ingredienti ascientifici»[4].

Queste tesi politico-epistemologiche così forti si inseriscono all’interno di un’analisi molto profonda di ciò che chiamiamo scienza e ciò che definiamo non scienza, le quali devono convivere, collaborare, intersecarsi e interagire a favore di un progresso dell’umanità che sia libero dagli schematismi dell’idealismo e del positivismo, i quali identificano il dopo con il meglio.

Nessuno nega i frutti che molte teorie scientifiche hanno conseguito ma deve essere chiaro che lo hanno fatto all’interno di un più ampio campo di conoscenze e di pratiche, senza le quali non avrebbero potuto conseguire alcun risultato, senza le quali non avrebbero potuto esistere.

Si può dire che come la familiarità con l’idea cristiana di verità costrinse Nietzsche a mettere in discussione la verità del cristianesimo, allo stesso modo l’esigenza di rigore della scienza conduce Hübner e Feyerabend a demistificare la scienza e ad affermare che «c’è un solo principio che possa essere difeso in tutte le circostanze e in tutte le fasi dello sviluppo umano. È il principio: qualsiasi cosa può andar bene»[5]. Qualsiasi cosa serva ad ampliare la conoscenza dell’intricato enigma che il mondo sempre rimane e indagare il quale senza illusioni, chiusure, dogmi costituisce lo statuto e l’obiettivo stesso delle scienze. Anche sulla base di tale apertura metodologica, Feyerabend sostiene che «in tutti i tempi l’uomo si accostò al suo ambiente con i sensi aperti e un’intelligenza feconda, in tutti i tempi fece scoperte incredibili, in tutti i tempi noi possiamo apprendere dalle sue idee»[6].

Diversamente da quanto si potrebbe superficialmente giudicare, La verità del mito e Contro il metodo sono anche per questo due dei libri più argomentati che siano stati scritti a favore della scienza e della conoscenza, a chiarimento della loro natura, a difesa del loro progresso, a spiegazione del loro statuto. Una solida e reale acquisizione di conoscenza è infatti possibile, pensabile e praticabile dove si dà libertà metodologica, dove si permette un pluralismo di itinerari, dove a essere rifiutati sono soltanto i dogmi di qualunque natura.

Uno dei risultati di un simile approccio è che «la scienza non ha un’autorità maggiore di quanta ne abbia una qualsiasi altra forma di vita. I suoi obiettivi non sono certamente più importanti delle finalità che guidano la vita in una comunità religiosa o in una tribù unita da un mito. A ogni modo non è compito loro limitare la vita, il pensiero, l’educazione dei membri di una società libera, dove chiunque dovrebbe avere una possibilità di pensare quel che gli pare e di vivere in accordo con le convinzioni sociali che trova più accettabili»[7].

Hübner conferma che «la superiorità della scienza rispetto al mito è quindi, del tutto diversamente da quanto immaginano i più soltanto una superiorità storico-fattuale, non una superiorità dovuta a una razionalità più cogente o a una maggiore verità»[8]. Il mito va inoltre distinto dalla religione e dalla magia. Se entrambe, religione e magia, non possono esistere senza il mito, il mito può invece esistere senza di esse. Nel mondo omerico, ad esempio, «non esiste nulla di simile a streghe, incantatori, maghi o sciamani, al contrario, qualsiasi tentativo di piegare al proprio servizio essenze numinose mediante determinate pratiche sarebbe stato considerato il più grave delitto conosciuto dall’uomo antico, la hybris di fronte agli dei»[9].

Un’altra distinzione fondamentale è quella che non confonde mito e mitologia. Quest’ultima sta infatti al mito «come la scolastica alla religione o il cosiddetto scientismo dei nostri giorni alla scienza»[10]. Ed è anche perché nel nostro presente, nel XX e nel XXI secolo, il mito viene accostato, studiato e vissuto soprattutto come mitologia, che diventa necessario cercare di penetrare in esso iuxta propria principia e non a partire da prospettive, metodi e visioni che impedirebbero di comprenderne il significato.

Sullo statuto del mito

Che cos’è dunque il mito? Hübner presenta e riassume nove grandi interpretazioni del fenomeno mitico; l’interpretazione allegorica ed evemeristica; l’interpretazione del mito come ‘malattia del linguaggio’; come poesia e bella parvenza – ad esempio Goethe e Schiller – ; l’interpretazione ritualistico-sociologica, caratterizzata da un forte impianto evoluzionistico e positivistico; l’interpretazione psicologica come ad esempio quella di Jung e alla quale secondo Hübner appartiene anche La nascita della tragedia di Nietzsche; l’interpretazione trascendentale e ontologica, come le forme simboliche di Cassirer; l’interpretazione strutturalista di cui è epitome l’approccio di Lévi-Strauss e nella quale l’eccesso di sintassi rischia di nascondere la semantica del mito; l’interpretazione simbolistica e romantica di Creuzer e Bachofen; l’interpretazione del mito come esperienza del numinoso, i cui maggiori sostenitori sono Wilamowitz e Walter Otto, i quali vedono negli dèi gli archetipi del reale.

È a quest’ultima interpretazione che più si avvicina la complessa analisi di Hübner. Per comprendere il mito è infatti anzitutto necessario lasciarsi dietro la scissione tra soggetto e oggetto, tra individualità umana e interezza del mondo, sul cui fondamento cartesiano sono nate e si sono sviluppate le cosiddette scienze umane. Il mito è infatti una unità profonda di ideale e materiale, esprimendo «un mondo di rappresentazioni che non conosce la nostra divisione di soggetto e oggetto, ma nel quale entrambi sono fusi in una ‘unità ideale-materiale’ e tutti i fenomeni partecipano del numinoso»[11]. Un chiaro esempio è l’Olimpo, il quale non è una montagna sacra collocata in un punto geografico ben preciso, non ha uno specifico luogo ma sta ovunque il divino si possa manifestare e si manifesta: «Così, se Demetra è ovunque maturi il grano e può essere invocata sul campo, se Zeus è in ogni fulmine, se Pan è in molte foreste di solitarie contrade boscose, tutti possono però trattenersi preferibilmente in qualche luogo, e qui magari ‘condensarsi’ addirittura in una forma personale (ciò che i greci chiamano un’ ‘epifania’)»[12].

È anche tale struttura evidentemente olistica del numinoso a far sì che nel mito greco non ci sia nulla di ‘interiore’ e invece tutto sia oggettivo e reale; a far sì che non ci sia nulla di psicologico, come vorrebbe anche la Poetica di Aristotele, definita senza incertezze da Hübner opera «filistea» nel suo ricondurre e ridurre la gioia tragica data dalla «certezza di un ordine divino del mondo» alle

dosi omeopatiche in cui vengono somministrati timore e compassione, o addirittura [al] soddisfacimento dell’istinto mimetico. Tutto ciò non ha assolutamente nulla che fare con il contenuto della tragedia e con il mondo di rappresentazioni, sul quale esso si fonda, di un Eschilo o di un Sofocle; questi non possono assolutamente essere compresi in base a categorie medico-psicologiche che […] derivano da un fondamento ontologico completamente estraneo al mito[13].

Il mito è il numinoso inteso come epifania della pienezza e dunque come καιρός, l’istante nel quale l’umano è sopraffatto e dentro cui «la vita splende all’improvviso come colpita da un raggio»[14], pervasa da una forza in cui consiste l’agire e l’essere dei numi.

Il mito è il tempo non come contenitore di eventi ma come derularsi di questi eventi stessi. Il mito è un costante confronto con il morire dell’umano e di ogni cosa, nel quale le coefore sono le donne che praticano il culto dei morti, nel quale Antigone rappresenta il trionfo del regno dei morti «sulla ragion di stato» come «anche la sua potenza rispetto agli dei olimpici, che proteggono l’ordinamento dello stato»[15]. Gli dèi superni giurano sul fiume che attraversa il regno dei morti, lo Stige, nel quale stanno «le loro radici ultime e più profonde», e anche Dioniso è insieme «il dio della traboccante gioia di vivere, dell’ebbrezza, dell’estasi e del vino, ma dall’altro è anche il dio dei morti. L’un aspetto è qui inteso semplicemente come il rovescio dell’altro»[16].

Il mito è il gemello della filosofia, la quale senza le sue radici mitiche risulta di fatto incomprensibile poiché se per vari aspetti il λόγος ha «modificato radicalmente l’idea dell’epifania mitica del dio (ad esempio, dagli dei sono nate le idee platoniche), le tracce del mito sono ancora chiaramente riconoscibili ovunque»[17].

Una pervasività che permane nello spazio e nel tempo, tanto che «la nostra epoca sedicente illuminata e scientifica non è però in realtà né più razionale né più ragionevole di altre, viene soltanto definita così»[18]. Se bisogna obiettivamente e razionalmente riconoscere che qualunque ritorno del mito nelle forme e nei modi dei secoli trascorsi è impossibile, e anche privo di senso, la fecondità del mito consiste nel tessere le fila di un mondo che «non ha per oggetto meri eventi dispersi, ma rappresenta al tempo stesso, in quanto sistema di esperienza, un mezzo di spiegazione e di ordinamento sistematici»[19], vale a dire spiegazioni e ordinamenti che possiedono una loro razionalità intrinseca e una verità che nessun riduzionismo può intaccare. In questo senso la verità del mito è insieme un dato di fatto, un’eredità, un itinerario aperto verso il futuro.

NOTE

[1] K. Hübner, La verità del mito (Die Wahrheit des Mythos. Mythisch Weltfahrungen im wissenschaftlichen Zeitalter, Beck, München 1985), trad. di P. Capriolo, Feltrinelli, Milano 1990, pp. 277-278 e 380-381.

[2] P.K. Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza (Against Method. Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge, 1975 by NBL), trad. di L. Sosio, Feltrinelli, Milano 2021, p. 240.

[3] Ivi, pp. 241-243.

[4] K. Hübner, La verità del mito, cit., pp. 243 e 249.

[5] P.K. Feyerabend, Contro il metodo, cit., p. 25.

[6] Ivi, p. 250.

[7] Ivi, p. 244.

[8] K. Hübner, La verità del mito, cit., p. 302 (il corsivo è di Hübner, come sempre nelle successive citazioni).

[9] Ivi, p. 389.

[10] Ivi, p. 139.

[11] Ivi, p. 307.

[12] Ivi, pp. 123-124.

[13] Ivi, pp. 238-239.

[14] Ivi, p. 140.

[15] Ivi, p. 224.

[16] Ivi, p. 230.

[17] Ivi, p. 162.

[18] Ivi, pp. 322-323.

[19] Ivi, p. 288.

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