Katiuscia Vammacigna, nata e cresciuta a Brindisi, si laurea in Filosofia a Lecce, specializzandosi a Parma, dove insegna per diversi anni. Tornata a Brindisi, si dedica a passioni quali scrittura, teatro, filosofia. Frequenta corsi di scrittura creativa e partecipa a diversi concorsi letterari. Nel 2018 si classifica seconda nel concorso letterario Verso l’altro, promosso dall’associazione Jonathan di Brindisi, con il racconto La mia terra non ha nome. Sempre nel 2018 riceve una menzione di merito per il Premio Letterario Nazionale Città di Mesagne con il racconto Odore di salsedine su Tunisi. Si definisce ironica, appassionata e curiosa di indagare ancora sè stessa e il mondo attraverso la scrittura.

Recensione a
D. Fisichella, Totalitarismo. Un regime del nostro tempo
Pagine, Roma 2016, pp. 344, €19,50.

Una delle prime domande che si pone lo storico Marc Bloch in Apologia della storia è quella sul valore che una ricerca storica deve avere perché sia ritenuta utile. La storia, sostiene Bloch, è uno sforzo verso il miglioramento della conoscenza, attraverso strumenti come l’osservazione storica, le testimonianze, il metodo critico. La stessa attenzione per la ricerca storica, la ritroviamo nell’interessante libro, Totalitarismo. Un regime del nostro tempo di Domenico Fisichella, professore emerito di Dottrina dello Stato e di Scienza della Politica. L’autore, infatti, intende offrire al lettore, uno strumento di comprensione critica del fenomeno totalitario, che permetta di migliorarne la conoscenza, evitando errori di interpretazione.

Fisichella studia la genesi del fenomeno totalitario, in un’analisi tipologica che vuole chiarirne le caratteristiche, cogliendone gli aspetti di novità. L’autore attualizza poi la discussione, sostenendo che il totalitarismo si manifesta in un presente così vicino da farne un esito ancora possibile, uno dei rischi immanenti allo sviluppo della società contemporanea. L’analisi di Fisichella si apre con una sezione dedicata alla genesi della nozione. Il lettore scopre così, che la genesi dell’aggettivo totalitario e del suo sostantivo, è legata alla storia italiana, in particolare, all’esperienza politico-culturale del fascismo italiano. L’attributo totalitario compare per la prima volta in un articolo di Giovanni Amendola del 1923, in cui il fascismo è definito sistema totalitario, per il carattere delle azioni fasciste in riferimento al sistema elettorale, sancito dalla Legge Acerbo. Luigi Sturzo, riferendosi allo stesso evento, parlerà di elezioni totalitarie.

Il sostantivo totalitarismo, invece, lo troviamo in un articolo del 1925 di Lelio Basso, per indicare la presa del potere da parte di chi, sotto un unico partito, si appropriava di pieni poteri. Lo stesso Mussolini e i fascisti utilizzeranno il termine totalitario, con un uso apprezzativo della parola, per auto-definirsi. Il termine si diffonderà nel resto del mondo, grazie alla traduzione dei testi di Sturzo all’estero. Fisichella sottolinea come nel secondo dopoguerra sia prevalsa una confusione concettuale che ha portato a definire totalitari non solo la Germania nazional-socialista e il bolscevismo russo, ma anche sistemi politici del passato quali l’Impero romano di Diocleziano, la Repubblica di Platone, la polis spartana.

Il testo intende, dunque, far chiarezza sul significato proprio del termine. In questo senso un apporto fondamentale è riconosciuto da Fisichella, all’analisi condotta dalla filosofa Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo, in cui l’autrice ha ricostruito la genesi del fenomeno, fornendoci uno schema interpretativo preciso e un ideal-tipo del regime totalitario, caratterizzato dalla combinazione di ideologia, terrore e organizzazione del partito unico. L’autore avvia un confronto tra il totalitarismo e altri regimi del passato, come quelli dispotici dell’epoca pre-moderna e quelli autoritari dell’età contemporanea, dai quali intende differenziarlo. E lo fa partendo da un dibattito pacato con alcuni autori quali Marcuse e Popper, di cui espone le tesi, per poi confutarle in base ai caratteri che fanno del totalitarismo un fenomeno peculiare.

Prima ancora di definire il totalitarismo, Fisichella sembra volerci far comprendere, attraverso una delimitazione in negativo, quali regimi o movimenti possono o meno rientrare nella categoria totalitaria, analizzando il fenomeno nell’insieme delle sue condizioni sociali, economiche, culturali e politiche. Così, dopo aver riportato la tesi di Karl Popper, secondo cui la Repubblica di Platone può definirsi un sistema totalitario per i suoi requisiti di immobilismo e gerarchia, Fisichella precisa che le esperienze totalitarie non sono caratterizzate da immobilismo politico o sociale. Questo permette di qualificare la Repubblica di Platone come “totalistica”, ma non totalitaria, e di differenziare il totalitarismo dall’autoritarismo e dal dispotismo, sebbene l’autore riconosca ad essi alcuni elementi in comune con il totalitarismo, come la limitazione della libertà, l’utilizzo del terrore, la tortura, le epurazioni, la persecuzione delle minoranze, la statalizzazione totale, la propaganda, il culto del capo. Ma allora, si chiede Fisichella, quid novi?

A questo punto dell’indagine, l’autore cerca di delimitare in positivo il termine. Fisichella condivide la tesi di Hannah Arendt, secondo cui il totalitarismo si è affermato grazie alle premesse tipiche dell’età moderna, quali la formazione della società industriale, un’economia mondiale integrata, l’estensione della partecipazione politica, lo sviluppo della tecnologia moderna, l’affermarsi dell’ideologia e l’avvento della società di massa. Elementi di novità sono così il terrore legale codificato, il primato del partito unico sullo Stato, la rivoluzione permanente contro il nemico oggettivo. Il totalitarismo non è una dittatura, ma un movimento-regime, che implica una situazione di dinamica sociale, che ne fa la novità politica del nostro secolo. Elemento nuovo è dunque la presenza del partito unico rivoluzionario, che ha caratterizzato sia il nazional-socialismo tedesco che il bolscevismo russo. Inoltre, mentre il terrore dittatoriale minaccia solo gli autentici oppositori, il terrore totalitario minaccia, oltre i nemici reali, anche i nemici potenziali, o nemici oggettivi. «Nemico potenziale è colui che, per la sua appartenenza a un gruppo economico, confessione religiosa o categoria sociale è perseguito anche se non ha alcun atteggiamento ostile (…), sulla base di una proiezione futura di ostilità […]. Il nemico oggettivo è il contributo originale del regime totalitario», così come lo sono l’universo concentrazionario e la scomparsa delle vittime.

Nell’analisi dell’autore il totalitarismo si qualifica come rivoluzione permanente dall’alto e non più dal basso. Inoltre Fisichella ritiene condizione necessaria per l’instaurazione del regime totalitario la società di massa, affiancata dal potere delle élites politiche e da una mobilitazione senza partecipazione, in cui la massa appare priva di animus politico. «Privo di contenuti», sostiene Fisichella, «l’uomo massa è simile a un recipiente, sempre pronto ad essere riempito; (…) essendo egli carente di continuità spirituale, la sua moralità è intermittente, e sta al tempo dell’interruttore». Altro aspetto di novità è il ricorso da parte del totalitarismo all’ideologia, usata come strumento potestativo di rimozione della legge e dell’etica.

Sulla base di queste peculiarità si possono definire totalitari regimi come quello nazional-socialista tedesco e il bolscevismo russo. Fisichella dedica l’ultima sezione del suo libro all’analisi di due casi: il fascismo italiano e la Cina comunista. Per le sue caratteristiche, il fascismo italiano può definirsi un regime autoritario, ma non totalitario, in quanto esso non ha destrutturato la società e la cultura, né ha negato spazi di potere ai gruppi dirigenti tradizionali, alla monarchia e alla Chiesa. Riguardo il caso della Cina comunista, Fisichella parla di una questione totalitaria, già manifesta nella Cina popolare di Mao e confermata con l’ascesa al potere di Deng Xiaoping. Tra le righe del testo, Fisichella fa emergere importanti riflessioni sull’attualità del fenomeno totalitario che, richiamando ancora una volta le tesi della Arendt, non si pone come un accidente storico, ma come il prodotto della nostra società di massa. Esso può tornare come esito politico, sotto altre forme, anche all’interno di una democrazia o di qualunque sistema politico in cui si distruggano la libertà, l’uguaglianza, le minoranze o i centri intermedi del potere. Il totalitarismo, dunque, con la sua rottura radicale nei confronti della storia e di ogni parametro legale e di valore, può definirsi un regime del nostro tempo, contro il quale è necessario alimentare nuove forme di responsabilità democratica.

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