Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
F. Torchiani, Il “vizio innominabile”. Chiesa e omosessualità nel Novecento
Bollati Boringhieri, Torino 2021, pp. 239, €22.00.

Ciclicamente, riemerge – sempre più stancamente, dobbiamo dire – la “questione morale” nel dibattito pubblico italiano. Che si tratti di aborto, di fine vita o di adozioni gay, le posizioni di principio della chiesa cattolica non mancano mai di far sentire il loro peso, anche se ormai, persino qui in Italia, sembri essersi avviato un percorso di effettiva emancipazione dal magistero ecclesiastico in ambito etico. Sicuramente, il pontificato di Francesco ha rappresentato una svolta per molti versi epocale nell’atteggiamento del mondo cattolico verso temi per i quali quest’ultimo si è sempre sentito investito dal ruolo di giudice supremo, in quanto depositario della verità ultima sull’uomo e vero campione del diritto naturale. Ad esempio, ecco che – come giustamente nota Francesco Torchiani, storico dell’università di Pavia e autore del recente Il “vizio innominabile”. Chiesa e omosessualità nel Novecento – i vertici vaticani sono rimasti in silenzio davanti all’approvazione della legge sulle unioni civili (nel 2016), tutto al contrario di quanto avvenuto dieci anni prima, Ratzinger regnante, davanti alla proposta dei Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi).

Ricostruire l’atteggiamento della chiesa, non soltanto italiana, verso l’omosessualità nel secolo scorso significa necessariamente anche ricostruire i rapporti, sempre più complicati, fra il cattolicesimo e la modernità. Soprattutto a partire dagli anni Sessanta, con l’imporsi sulla scena sociale di nuove generazioni, per le quali il giudizio (quasi sempre di condanna) dei preti e dei vescovi verso tanti loro comportamenti sessuali era sempre meno significativo (se non insignificante), si è reso evidente quanto i principi non negoziabili della chiesa non riuscissero più a convincere, né a incutere timore, in strati sempre più larghi della società. In termini generali, è persino ovvio sottolineare come la secolarizzazione, ormai compiuta, abbia comportato una riduzione al minimo dell’influenza della religione sulle scelte delle persone, anzitutto in campo sessuale e affettivo.

D’altra parte, come dicevamo all’inizio, nel dibattito culturale, e politico in particolare, dell’Italia del ventunesimo secolo, le reprimende della Cei e le proteste vaticane hanno ancora un peso sproporzionato rispetto a ciò che esse rappresentino nella vita degli individui e in quella degli stessi cattolici. Questo scollamento è, senza dubbio, anche il risultato di una ostinata, secolare chiusura della chiesa verso l’omosessualità: quest’ultima non sarà più definita, nei manuali di teologia o nelle pagine del catechismo, come una malattia o un vizio gravissimo, una vera e propria bestialità – come ancora avveniva alla metà del Novecento – ma rimane pur sempre una “tendenza” che va sostanzialmente repressa, un comportamento sempre intrinsecamente disordinato e immorale. La presenza, nelle società occidentali, degli “invertiti”, sempre più visibili e meno disposti a essere semplicemente tollerati in nome della carità cristiana, ha rappresentato e rappresenta tuttora per settori importanti del clero un segno della decadenza dei costumi, un risultato – molesto – del relativismo etico trionfante e un pericoloso veicolo di “infezione”.

Non che siano mancate voci dissonanti, anzi: soprattutto nel secondo dopoguerra, da parte di teologi di peso (per il caso italiano, pensiamo a figure come quella di Ambrogio Valsecchi o di Gianni Baget Bozzo), ci sono stati interventi sempre meno timidi nell’affermare che nell’omosessuale la chiesa dovesse vedere in primo luogo una persona, con i suoi diritti e la sua storia individuale. Le componenti liberal-progressiste della chiesa, con alterna fortuna, hanno provato a spingere per un cambiamento, ma nulla di davvero concreto è ancora accaduto. La chiesa cattolica non è mai riuscita a dire davvero parole “liberatrici”: al massimo, per essa, gli omosessuali devono essere sopportati, nulla di più. Per loro, non vale alcuna libertà di amare.

Il marchio d’infamia della vecchia sodomia è tuttora ben attivo e, senza dubbio, ha pesato moltissimo nella permanenza di antichi stereotipi verso gli omosessuali, nonché sulla permanenza – non solo fra i cattolici – di atteggiamenti omofobici. Pensiamo soltanto al campo – ancora da indagare in gran parte da parte della ricerca storica – dell’Aids, una epidemia che proprio alti esponenti del cattolicesimo italiano, solo trent’anni fa, dipingevano come un “castigo di Dio”, causato dalla diffusione massiva di perversioni immonde.

Pur senza voler cadere in inutili semplificazioni, è evidente il fatto che il pontificato di Wojtyla e, soprattutto, quello di Ratzinger, abbiano ingabbiato la chiesa in un arroccamento anacronistico, liquidando, all’interno del clero, le posizioni più aperte o quelle soltanto possibiliste verso nuovi posizioni pastorali. La chiesa di Roma, in sostanza, ha respinto la sfida che la presenza omosessuale nelle società occidentali le ha rivolto. Altrove, lontano dalla cattolicissima Italia (e dalla cattolicissima Europa), come negli Stati Uniti, il diverso contesto sociale ha provocato di più le chiese locali, coinvolgendole in processi di maggiore apertura verso gli omosessuali e, in primo luogo, verso gli omosessuali di fede cattolica. Questo è sempre stato, in effetti, un tema controverso: quale atteggiamento pastorale i sacerdoti (pensiamo anzitutto ai confessori) devono avere verso i cattolici che abbiano la volontà di essere riconosciuti come omosessuali? Come abbiamo visto, la ricetta per loro è sempre stata una soltanto: la castità. La lezione di un conservatore come Wojtyla ha ratificato una visione per la quale esiste una ineliminabile correlazione fra omosessualità e sofferenza. L’omosessuale, anche se non si può più pretendere che venga “curato” (magari nei manicomi), è condannato a patire e ad essere compatito.

Per concludere, la storia dell’atteggiamento della chiesa verso gli omosessuali è, come giustamente nota l’Autore, un prisma assai significativo: «L’omosessualità è un prisma attraverso cui guardare alla posizione del cattolicesimo attorno a problemi qualificanti la sua presenza all’interno della società odierna: il ruolo e la natura della sessualità certo, ma anche la concezione di famiglia, diversità, educazione» (p. 186).

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