Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
A. Moscati, Ellen West. Una vita indegna di essere vissuta
Quodlibet, Macerata 2021, pp. 160, € 15,00.

Anche se si tratta di un saggio, nel quale rifluiscono importanti riflessioni su questioni etiche e sui rapporti fra filosofia e psicoanalisi, questo libro di Antonella Moscati è anzitutto il racconto tragico di una esistenza, quella di Ellen West, morta suicida nel 1921, una esistenza segnata da una intollerabile angoscia e da una insanabile contraddizione. Di lei scrisse, in un celebre volume pubblicato in Italia da Einaudi, l’ultimo psichiatra che si occupò del suo caso, Ludwig Biswanger, il quale però – come dimostra Moscati adesso – non riuscì a cogliere l’essenza di quel dramma.

Si trattava di un caso – mai riconosciuto come tale dai tanti psichiatri e psicoanalisti a cui Ellen West si rivolse – di anoressia: questo disturbo alimentare, già noto dalla metà dell’Ottocento, venne trattato solo come sintomo, come “spia” di una patologia ancora più profonda. Ellen West fu via via “definita” come melanconica, nevrotica, affetta da psicosi maniaco-depressiva… e la sua fu esemplarmente la storia di tanti errori diagnostici; di più, essa rappresentò plasticamente, con il suicidio (prestabilito e, in qualche modo, approvato dagli psichiatri e dallo stesso marito della donna), quale peso poté avere l’assoluta impotenza della scienza psichiatrica e la contestuale degradazione della vita della West come “vita indegna di essere vissuta”.

Partiamo da quest’ultimo punto. Fra i medici chiamati a consulto da Biswanger, davanti a una malata che appariva sempre più chiusa in se stessa e refrattaria non soltanto a ogni cura, ma al mondo stesso, ci fu anche lo psichiatra tedesco Alfred Hoche, il cui nome sarebbe rimasto noto grazie a un libro del 1920 nel quale egli si affermava come vero e proprio teorico dell’eutanasia come mezzo compassionevole di eliminazione di anormali e degenerati inguaribili, anticipando ciò che anni dopo il nazismo avrebbe messo in pratica. Ecco che Ellen West, che mantenne (purtroppo, verrebbe da dire) sempre una coscienza lucidissima delle proprie condizioni, era appunto vista dai suoi terapeuti come una paziente irrimediabilmente perduta. La sua “volontà di morire”, in primo luogo secondo l’analisi di Biswanger, sarebbe stata così radicata da non lasciar spazio a qualsiasi possibilità di sopravvivenza.

Ma chi era Ellen West (il cui vero nome non è tuttora noto)? Era la figlia di ricchi americani, nata nel 1887, presto trasferitasi in Europa, sposata a un cugino e che fin da giovane aveva iniziato a soffrire di anoressia. Tutta la sua vita era assorbita da una “idea fissa”: la paura di ingrassare. La magrezza era la sua ossessione, così forte e penetrante da farle perdere sempre più il controllo e non darle respiro. Col passare del tempo, questa ossessione si trasformò in una vera assuefazione, in una ancor più universale paura del cibo e dell’avere fame. Lo stesso bisogno di nutrirsi divenne la causa di una angoscia atroce e ininterrotta. Questa «costrizione/coazione a dover pensare sempre al cibo» (p. 36), alla fame, al fatto stesso di avere un corpo con delle necessità sempre riemergenti, le fece scoprire l’enormità di pulsioni incontrollabili, provocando in lei una cattiva e astratta mancanza di limiti. L’alimentazione perse in lei allora ogni carattere di automatismo. Ellen West ambiva dunque a una impossibile e paradossale libertà dai bisogni, dalla materialità del proprio corpo, alla ricerca di una specie di immortalità eterea. Questa continua angoscia si associava poi a una fortissima vergogna per questo desiderio e per la paralisi vitale che necessariamente ne derivava.

Ciò che occorre assolutamente sottolineare è che noi possiamo conoscere oggi tutti questi aspetti non grazie allo “sguardo psichiatrico” di Biswanger, il quale, con la sua analisi esistenziale di matrice heideggeriana, finì forse per accelerare la fine di Ellen West, condividendo con lei in qualche modo il disgusto verso quella corporeità così ingombrante, ma soltanto grazie alla recente pubblicazione di diari e lettere della stessa protagonista (una pubblicazione ancora non avvenuta in Italia). Possiamo così avere una specie di controcanto rispetto alla prospettiva psichiatrica e, seppure non è detto che si riesca ad ottenere una verità più profonda da quegli scritti, è almeno certa una messa in discussione di tale prospettiva.

L’Autrice di questo saggio riesce a coinvolgere il lettore nell’inferno di Ellen West, il cui desiderio di morte appare anche come l’aspirazione ad eliminare ogni contraddizione e ogni possibilità di mutamento, una aspirazione tanto intensa da farle perdere la capacità di distinguere fra reale e possibile. «L’incapacità di distinguere fra possibile e reale equipara, infatti, il pensiero fisso e il desiderio del cibo al fatto stesso di mangiarlo: in altri termini, la bulimia nel pensiero viene trattata come una bulimia nella realtà, anche quando Ellen mangia poco o non mangia affatto» (pp. 58-59).

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